(Matteo Cirenei - photoarch.com)
  • Italia
  • sabato 28 Novembre 2020

Che fine farà lo stadio Flaminio?

È inutilizzato da quasi dieci anni e molto deteriorato, ma un nuovo piano di conservazione potrebbe cambiarne il futuro

di Mario Macchioni
(Matteo Cirenei - photoarch.com)

Uno dei pochi tram di Roma parte da piazzale Flaminio, in centro, e va verso nord percorrendo viale Tiziano, una bella strada a due corsie circondata da palazzi residenziali. Quando il tram supera la fermata di piazzale Ankara e arriva nei pressi del quartiere Parioli, passa davanti a una stradina seminascosta dagli alberi che se percorsa a piedi porta a una malandata ringhiera verde, circondata da erba incolta e quasi invisibile dalla strada. Qualche metro più in là, oltre la ringhiera, c’è una grande struttura di cemento che potrebbe sembrare un enorme vassoio, o un’astronave rovesciata.

Quella struttura è lo stadio Flaminio, un impianto dalla storia gloriosa ma inutilizzato da quasi dieci anni, nonostante gli sia riconosciuto un certo valore storico e architettonico. Oggi la sua struttura è molto deteriorata – anche a distanza si notano la corrosione e le infiltrazioni tra le lastre di cemento – e circondata dai resti di un cantiere aperto nel 2007 e mai finito. Nel corso degli ultimi anni la questione del recupero dello stadio Flaminio è ciclicamente emersa nel dibattito pubblico romano, in quanto simbolo e sintomo del generale declino della città, e del suo immobilismo; poco più di un mese fa, però, è stato presentato un piano di conservazione che potrebbe cambiare le cose.

(Matteo Cirenei – photoarch.com)

Il piano è stato avviato da un gruppo di studiosi della Sapienza insieme all’associazione degli eredi di Pier Luigi Nervi, che fu il progettista dello stadio, ed è stato sovvenzionato dalla Getty Foundation. Alla conferenza stampa di presentazione erano presenti la sindaca Virginia Raggi – che ha definito il piano una «sfida importante» e ha detto di essere «contenta di averla vinta» – e l’assessore allo Sport Daniele Frongia, che oltre alla questione del Flaminio negli ultimi mesi prima delle elezioni dovrà gestire anche quella, ugualmente complicata, del nuovo stadio della Roma. Durante la presentazione sono stati illustrati e sintetizzati i risultati degli studi, confluiti in un rapporto di 600 pagine non ancora pubblicato: lo scopo del piano di conservazione è quello di stabilire delle linee guida generali da seguire durante i futuri lavori di restauro, se ci saranno.

«Il piano è uno strumento intermedio, che si frappone tra il vincolo e il progetto di restauro», spiega Ugo Carughi, presidente di Docomomo Italia, associazione che ha partecipato agli studi collaborando con la Sapienza. Il Flaminio è sotto tutela del ministero dei Beni culturali dal 2018, ed è quindi sottoposto a “vincolo”, ma cosa siano la tutela e il vincolo imposto dal ministero non è facile da spiegare nemmeno per gli addetti ai lavori. In sostanza, quando un bene – mobile o immobile, di proprietà pubblica o privata – è sotto tutela del ministero significa che quel bene va conservato, e che quindi il proprietario non ne può disporre come crede: non può distruggerlo o modificarlo senza una specifica autorizzazione, di solito data dalle Soprintendenze locali (gli organi periferici del ministero dei Beni culturali).

Per far sì che un bene sia messo sotto tutela, tra le altre cose, deve essere morto l’autore di quel bene e devono essere passati 70 anni dalla sua realizzazione: Nervi è morto nel 1979, ma il Flaminio è stato inaugurato nel 1959, quindi non ci sarebbero stati gli estremi legali per tutelarlo. Dato che il piano di conservazione di per sé non costituisce alcun vincolo legale per chi eventualmente si occuperà del restauro, sono stati i ricercatori stessi a chiedere che il ministero si esprimesse sul Flaminio e ne dichiarasse il cosiddetto “interesse culturale”.

«Intendiamoci, il vincolo non significa che non si può fare niente», dice Carughi. «Significa semplicemente che gli interventi su un’opera sotto tutela devono essere fatti in modo tale da rispettare le caratteristiche che hanno portato l’opera a essere messa sotto tutela. Però il vincolo di per sé è uno strumento passivo, non dà indicazioni di nessun tipo: ed è a questo che serve un piano di conservazione, a dare indicazioni».

Un manufatto, un edificio o uno stadio vengono dichiarati di interesse culturale per il loro “valore intrinseco”, cioè per una riconosciuta qualità artistica o architettonica, oppure per il loro «valore relazionale», cioè per un valore di altro tipo, dettato per esempio dal loro legame con un evento storico. Secondo Carughi, nel caso del Flaminio c’è sia “valore intrinseco” che “relazionale”, perché «l’impianto è testimone di una stagione irripetibile, quella della cosiddetta “architettura dell’ingegneria”, ed è inoltre fortemente legato alle Olimpiadi del 1960, le prime trasmesse in televisione». Il lavoro di Nervi in qualche modo fece scuola, attirò le attenzioni dei migliori architetti del mondo per il modo in cui «esibisce la struttura come architettura» senza «infingimenti stilistici», per usare le parole di Carughi.

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Un altro aspetto del Flaminio apprezzato dagli esperti sono le tecniche innovative con cui fu costruito, utilizzando ferrocemento, cemento armato prefabbricato o in certi casi fabbricato «a pie’ d’opera», come si dice, cioè direttamente in cantiere quando la costruzione era già avviata. «L’intradosso [il soffitto degli ambienti sottostanti alle tribune, adibiti a palestre e piscina, ndr] è di particolare interesse» spiega Carughi. «Il cemento con cui è stato fatto è rifinito in modo tale da non aver bisogno di nessuna pittura o lavoro ulteriore, riducendo così i costi».

Il Flaminio fu costruito nel giro di 18 mesi, impiegati per demolire il vecchio stadio Torino che sorgeva in quell’area e per costruire il nuovo impianto: secondo Francesco Romeo, che ha diretto i lavori del piano di conservazione, fu utilizzata una «maestranza piuttosto elementare» che però fu molto efficiente, e all’inaugurazione l’allora presidente del Consiglio Antonio Segni lo definì «un autentico gioiello della tecnica sportiva». L’impianto ospitò alcune partite del torneo olimpico di calcio, nel 1960, e poi nei decenni successivi fu utilizzato principalmente per alcune partite della Lazio, per le partite di rugby e per qualche concerto: al Flaminio suonarono tra gli altri Bruce Springsteen, David Bowie e i Pink Floyd, anche se venne molto ricordato soprattutto il concerto degli U2 del 1987, talmente rumoroso da causare allarmate telefonate ai vigili del fuoco da parte degli abitanti del quartiere, ai quali vibravano le finestre e temevano che ci fosse un terremoto.

Proprio in quegli anni, nella stagione calcistica 1989/1990, il Flaminio tornò ad essere frequentemente utilizzato, ospitando tutte le partite di Lazio e Roma, mentre il più grande stadio Olimpico era in ristrutturazione per i Mondiali del 1990. Una delle partite più ricordate giocate in quella stagione fu il derby di ritorno, finito 0-1 per la Roma, durante il quale ci furono gravi scontri tra le due tifoserie. Dopo quella stagione passò diverso tempo prima che al Flaminio si giocassero di nuovo partite di un certo livello: a fine anni Novanta il CONI (il comitato olimpico italiano) lo prese in gestione dal comune di Roma e lo diede in affidamento alla Federazione Italiana Rugby (FIR). Tra il 2000 e il 2011 tutte le gare italiane del Sei Nazioni, il più importante torneo di rugby europeo, vennero giocate al Flaminio, il quale però aveva bisogno di lavori per aumentarne la capienza: la FIR li iniziò nel 2007, ma poi a causa di alcune difficoltà legate ai permessi spostò le partite all’Olimpico, dove si giocano tuttora.

Da allora il Flaminio è tornato al comune di Roma, ma in uno stato diverso rispetto a quello in cui era quando era stato dato in concessione al CONI. «I lavori sullo stadio sono stati fatti come se fosse stata una palazzina qualunque, senza rispettarne le caratteristiche», dice Rosalia Vittorini, docente a Tor Vergata di architettura tecnica e parte della squadra che ha lavorato al piano di conservazione. «I lavori più grossi sono cominciati per il Sei Nazioni, a fine anni Novanta e poi nel 2007: è stata smantellata la facciata dello stadio per farci entrare una struttura in metallo che non c’entra niente con il resto dell’impianto, ed è stata rimossa anche una parte che sostiene la tribuna, per fare spazio ad alcuni ambienti richiesti dalla Federazione».

Data la situazione, i ricercatori hanno cercato di rendere il piano una guida operativa, non un semplice studio accademico, e per farlo hanno esaminato ogni singolo elemento costitutivo dello stadio, realizzando per ognuno specifiche linee guida su come intervenire. «Il cemento armato non è un materiale eterno e Nervi lo sapeva», dice Vittorini. «Ma lo stadio non ha gravi problemi strutturali, di questo possiamo essere sicuri». La somma stimata dai ricercatori per i lavori sul Flaminio è di circa 15-20 milioni di euro, ma nel piano non si fa nessun cenno concreto ai progetti del futuro: di quelli si occuperanno la sindaca e l’assessore Frongia, che già durante la presentazione dello scorso ottobre si sono impegnati in questo senso.

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Tra i tanti progetti di cui si parla per il futuro dello stadio ci sono ipotesi di finanziamento da parte di Cassa Depositi e Prestiti, non ancora confermate, e ci sarebbe un interessamento anche da parte dell’attuale proprietà della Roma, cambiata di recente. Secondo l’amministrazione, però, non c’è stata alcuna richiesta ufficiale da parte dei dirigenti della squadra, senza contare che un uso del Flaminio per grandi eventi sportivi viene fortemente sconsigliato, quando non escluso, dagli esperti.

«Il problema non è neanche solo la capienza dello stadio», dice Vittorini. «È tutto il contesto: dove le metti migliaia di macchine lì, in quel quadrante, con l’Auditorium a due passi e senza metropolitana? È impossibile». Inoltre, anche senza prendere in considerazione il contesto, secondo Vittorini lo stadio può avere al massimo una capienza di 20mila persone. «Di più non può sopportare».

Per ora il comune non ha fatto sapere se qualcuno dei progetti di cui ha ricevuto proposte – che sarebbero molte – ha qualche concretezza. Contattato dal Post al riguardo, l’assessore Frongia ha risposto così: «stiamo vagliando diverse proposte di partenariato e ci aspettiamo di portare ben presto a nuova vita il capolavoro di Nervi».