Ajax Cape Town
Ari Efstathiou, amministratore delegato dell'Ajax Cape Town, in conferenza stampa nel 2018 (Ashley Vlotman/Gallo Images)
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  • mercoledì 18 Novembre 2020

Il fallimento del progetto dell’Ajax in Sudafrica

A fine anni '90 la squadra olandese anticipò i tempi fondando un club a Città del Capo, senza crederci però abbastanza

di Pietro Cabrio
Ajax Cape Town
Ari Efstathiou, amministratore delegato dell'Ajax Cape Town, in conferenza stampa nel 2018 (Ashley Vlotman/Gallo Images)

Nel calcio internazionale uno dei temi più discussi negli ultimi anni ha riguardato le multiproprietà: gruppi di squadre di paesi diversi riuniti sotto la stessa proprietà, per trarre benefici dalle sinergie e dallo scambio di conoscenze. Il più conosciuto fra questi è il City Football Group, società controllata dalla famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti proprietaria del Manchester City in Inghilterra e con quote in altri nove club sparsi in tutti i continenti, dal Nord America all’Oceania.

Le multiproprietà sono diventate una consuetudine per il calcio ed esistono anche in scala più piccola: ne è un esempio l’Udinese, la cui famiglia proprietaria ha posseduto le quote di maggioranza del Granada in Spagna ed è tuttora proprietaria del Watford in Inghilterra. Nel caso dell’Udinese, le sinergie con questi club sono state viste come un’opportunità per restare competitivi dopo aver perso i vantaggi derivati dallo scouting, in passato punto di forza del club ma nel tempo compromesso dalla presenza sempre più marcata dei grandi club in ogni angolo del mondo.

Motivi simili furono alla base del primo e lungimirante progetto di multiproprietà nel calcio, intrapreso a fine anni Novanta dall’Ajax, un club non nuovo a intuizioni del genere. Ne ha parlato di recente al giornale online sudafricano New Frame l’intermediario Rob Moore, che diede all’Ajax l’idea di investire nel calcio sudafricano, fondando l’Ajax di Città del Capo, e che poi fu socio nel progetto.

A fine anni Novanta l’Ajax aveva da poco vinto la sua ultima Champions League, ma la dirigenza aveva capito che il calcio si stava evolvendo e che essere relegati al piccolo campionato olandese sarebbe stato penalizzante a lungo termine, soprattutto dal punto di vista economico. Nel 1997 Moore trattò il trasferimento ad Amsterdam del sudafricano Benny McCarthy, acquistato dal Seven Stars di Città del Capo, squadra di cui era proprietario. Nei colloqui la dirigenza olandese spiegò le sue preoccupazioni, al che Moore, dopo averci riflettuto, fece presente come la sua famosa accademia giovanile fosse un modello esportabile ovunque — un po’ come McDonald’s, disse — per trovare giocatori in luoghi lontani e calcisticamente ancora inesplorati.

Il sudafricano Steven Pienaar con l’Ajax nel 2005 (Richard Heathcote/Getty Images)

Fu così che nel 1999 la Seven Stars si unì ai Cape Town Spurs in una nuova società con proprietà condivisa tra l’Ajax – che si prese le quote di maggioranza — Moore e due dirigenti degli Spurs, John Comitis e il cognato Ari Efstathiou. Inizialmente ci videro giusto. In quel momento il calcio stava guadagnando molta popolarità in Sudafrica e il paese — oltre ai suoi trascorsi con il colonialismo olandese — era anche il miglior luogo dove investire nel continente, sia per il livello delle infrastrutture esistenti che per una radicata tradizione sportiva. Nel 2004 la FIFA assegnò al paese l’organizzazione della Coppa del Mondo, evento che diede una notevole spinta sia all’accessibilità del calcio locale che alla costruzione di nuove strutture. Anche sul piano sportivo il progetto iniziò bene: nel 1999 l’Ajax di Città del Capo ingaggiò un talentuoso centrocampista, Steven Pienaar, che nel giro di due anni fu portato ad Amsterdam, dove iniziò una proficua carriera in Europa fino a diventare il miglior calciatore sudafricano di sempre.

Nel frattempo il progetto si allargò con gli investimenti in Ghana nella squadra degli Ashanti Gold – famosa per avere una delle più efficienti accademie africane – e negli Stati Uniti con gli Orlando Prospects. Ma per gli stessi motivi che avevano dato inizio al progetto, la gestione di questi investimenti cominciò a vacillare. Il ridimensionamento dell’Ajax in Europa creò infatti instabilità nella società madre e frequenti avvicendamenti nella dirigenza. «Il problema furono i continui cambiamenti ad Amsterdam — ha spiegato Moore — che ci costringevano a ridiscutere il progetto con tutte le nuove dirigenze che si susseguivano, ognuna delle quali non giudicava positivamente l’operato della precedente. Dissi loro che sarebbe stato meglio nominare un responsabile unico per gli affari internazionali, ma invece continuammo a confrontarci soltanto con il direttore generale europeo, che già doveva pensare a come riportare la squadra ai livelli di un tempo».

Viste le prime difficoltà, nel 2001 Moore vendette le sue quote dell’Ajax di Città del Capo per dedicarsi ad altro. Il progetto rimase in piedi ma i dirigenti rimasti, pur avendo conoscenze per farlo proseguire ancora, ridussero la collaborazione con Amsterdam perdendo di vista gli obiettivi posti all’origine del progetto. Negli ultimi vent’anni soltanto tre giocatori sono arrivati in Europa da Città del Capo, oltre Pienaar: Eyong Enoh, che ora gioca a Cipro, Thulani Serero, sotto contratto negli Emirati Arabi Uniti, e Lassina Traoré, l’unico di questi ancora all’Ajax.

Cecil Lolo, ex giocatore del’Ajax Cape Town morto in un incidente stradale nel 2015 (Luigi Bennett/Gallo Images)

Nel campionato sudafricano l’Ajax ha sempre mantenuto un andamento altalenante, non avendo risorse a sufficienza per competere alla pari con squadre più attrezzate come i Kaizer Chiefs, gli Orlando Pirates e i Mamelodi Sundowns. Nel contesto locale la fonte di sostentamento principale del club consisteva nella valorizzazione di calciatori da vendere poi alle squadre citate, ma anche questo negli anni smise di funzionare come preventivato. Per vent’anni l’Ajax ha continuato a fornire allenatori e dirigenti, senza riuscire però a fermare il declino: nel 2013 Ari Efstathiou estromise dalla dirigenza sudafricana il cognato John Comitis dopo una lunga battaglia legale, e nel 2018 la squadra venne retrocessa a causa di una penalità ricevuta per aver schierato un giocatore non registrato in una delle ultime partite di campionato.

Il capitolo conclusivo nella storia dell’Ajax di Città del Capo risale allo scorso febbraio, quando la dirigenza locale ha sostituito il responsabile delle giovanili, il sudafricano di origini olandesi Hans Vonk, l’unico collegamento rimasto tra Amsterdam e il Sudafrica. Il distaccamento pressoché definitivo tra le due realtà ha spinto l’Ajax a riconsiderare il progetto, portandolo definitivamente a termine. Lo scorso settembre, nell’annunciare la cessione delle loro quote di maggioranza, gli olandesi hanno spiegato come il mercato sudafricano non abbia prodotto abbastanza talenti del livello richiesto, e di come abbiano deciso di concentrare altrove i loro investimenti dopo aver ritenuto troppo limitato il potenziale del calcio sudafricano. A ottobre il vecchio Ajax di Città del Capo ha svelato la sua nuova identità, rinominandosi Cape Town Spurs con un logo che richiama l’elmo del lanciere, simbolo della squadra olandese.

Ripercorrendo la storia del primo grande progetto di multiproprietà nel calcio, Moore ha spiegato come il successo ottenuto dal City Football Group in questi anni sia stato raggiunto sulla falsa riga dell’iniziativa pionieristica dell’Ajax, dicendo: «La differenza principale è che loro hanno nominato un responsabile unico per il progetto, Brian Marwood, un professionista che conosce sia il lato tecnico che quello commerciale, e che li gestisce entrambi senza doversi preoccupare di quello che succede a Manchester».