(Luke Dray/Getty Images)
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  • martedì 3 Novembre 2020

Decine di persone sono state uccise in Etiopia per motivi etnici

Secondo Amnesty International sarebbero 54 le vittime, tutte appartenenti al gruppo etnico Amhara, il secondo più grande del paese

(Luke Dray/Getty Images)

Domenica in Etiopia occidentale, a Gawa Qanqa nel distretto di Guliso, decine di uomini, donne e bambini sono state uccise da un gruppo armato attivo nella regione dopo che le forze militari governative avevano lasciato la zona. Il numero esatto delle vittime non è ancora noto, ma secondo Amnesty International 54 persone, appartenenti al gruppo etnico Amhara, il secondo più grande dell’Etiopia, sarebbero state uccise. Si tratta di un nuovo massacro di civili nel paese in cui gli scontri etnici non si sono fermati, nonostante l’assegnazione del premio Nobel per la pace al primo ministro Abiy Ahmed per aver cercato di portare pace e democrazia nel paese.

La Commissione etiope per i diritti umani (EHRC) aveva detto che il bilancio ufficiale delle vittime era di 32 persone, ma che in realtà il numero effettivo avrebbe potuto essere molto più alto. La commissione aveva detto inoltre che le vittime «erano state trascinate fuori dalle loro case e portate in una scuola, dove erano state uccise», in un «massacro» che aveva coinvolto almeno 60 «aggressori armati e disarmati».

L’attacco non è stato rivendicato, ma il governo regionale dell’Oromia ha detto che gli aggressori appartenevano all’Oromo Liberation Army (OLA), un gruppo armato separatista accusato di rapimenti e attentati nell’Etiopia occidentale e meridionale. L’Etiopia è una repubblica federale i cui nove stati sono divisi su base grossomodo etnico-linguistica. Lo stato di Oromia è il più popoloso, con circa 33 milioni di abitanti e comprende anche Addis Abeba, la capitale. Lo stesso primo ministro etiope Abiy Ahmed è di etnia Oromo, che è una delle più marginalizzate del paese.

Ahmed un anno fa vinse il premio Nobel per la Pace per era aver stretto un accordo di pace con la vicina Eritrea, per aver fatto partire un processo storico di riforme e aver cominciato la democratizzazione del suo paese. Se la pace con l’Eritrea regge, più o meno, sembra invece che il processo di riforme e democratizzazione in Etiopia si sia inceppato. Negli ultimi mesi ci sono state proteste con scontri molto violenti, sono morte centinaia di persone, le elezioni previste per agosto sono state rimandate indefinitamente e alcuni membri dell’opposizione sono stati arrestati o messi ai domiciliari.

Alcuni osservatori dicono che le violenze fanno parte di un processo di transizione accidentato, ma non abbandonato: non si trasforma un paese autoritario e pieno di conflitti etnici in una democrazia funzionante dall’oggi al domani, e Ahmed ha ereditato una quantità impressionante di problemi. Altri invece sostengono che, ad appena un anno dalla vittoria del Nobel, Ahmed abbia fallito nei suoi intenti di riforma, e stia scivolando di nuovo nell’autoritarismo violento dei suoi predecessori.

Nei primi tempi le riforme e le liberalizzazioni del governo di Ahmed avevano dato l’impressione che l’Etiopia stesse diventando rapidamente una democrazia, e oltre al premio Nobel Ahmed aveva ottenuto il riconoscimento di molti paesi occidentali. A dicembre, per esempio, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen aveva scelto l’Etiopia come destinazione del suo primo viaggio istituzionale, e aveva detto che la decisione era una precisa «dichiarazione politica».

Pochi mesi dopo, però, in Etiopia erano ricominciati gli scontri etnici. Le violenze erano iniziate il 29 giugno, dopo l’assassinio di Hachalu Hundesa, un famoso cantante e attivista di etnia Oromo, le cui canzoni erano diventate celebri durante le proteste del 2015-2018, quelle che hanno portato al potere Ahmed. Non è ancora chiaro chi abbia commesso l’omicidio e perché, ma poche ore dopo la morte di Hundesa ci sono state rivolte violente in tutto lo stato di Oromia. Sono morte centinaia di persone, 239 secondo un conteggio fatto dall’Economist, in parte uccise negli scontri tra varie etnie e in parte dalle forze di sicurezza inviate dal governo.