Ngozi Okonjo-Iweala (Larry Busacca/Getty Images)
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  • giovedì 29 Ottobre 2020

Non si riesce a scegliere il nuovo capo della WTO

E la colpa è degli Stati Uniti, che bloccano la nomina preferita dagli altri paesi, almeno finché Donald Trump è alla Casa Bianca

Ngozi Okonjo-Iweala (Larry Busacca/Getty Images)

Mercoledì gli Stati Uniti hanno bloccato la nomina di Ngozi Okonjo-Iweala, ex ministra delle Finanze della Nigeria, a direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), nonostante il sostegno quasi completo degli altri 164 stati membri. La WTO è senza un capo da diversi mesi, da quando, lo scorso maggio, l’ex direttore generale Roberto Azevêdo si è dimesso un anno prima della fine del suo mandato ed è stato assunto come vicepresidente di PepsiCo, la compagnia di bevande e alimentari. Dopo le dimissioni di Azevêdo, la WTO avrebbe dovuto nominare un direttore generale ad interim, ma gli Stati Uniti ne hanno bloccato la nomina.

Le trattative per la nomina di un successore ad Azevêdo vanno avanti da mesi. I candidati erano inizialmente otto, ma lunghe sessioni negoziali, in gran parte a porte chiuse, hanno ridotto il loro numero a due: Ngozi Okonjo-Iweala e Yoo Myung-hee, l’attuale ministra del Commercio della Corea del Sud. Nei 25 anni di esistenza della WTO, la nomina del direttore generale è sempre avvenuta per consenso, senza bisogno di voti ufficiali. Mercoledì, dopo una lunga serie di consultazioni con i delegati di vari paesi, il capo del Consiglio generale della WTO, il neozelandese David Walker, ha annunciato che Okonjo-Iweala era la “candidata di consenso”, quella con il maggiore sostegno tra tutti i membri dell’organizzazione. Secondo fonti interne sentite dal Guardian, Okonjo-Iweala ha il sostegno dei paesi caraibici, dell’Africa, dell’Unione Europea, della Cina, del Giappone e dell’Australia.

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In circostanze normali, ciò significa che nel successivo incontro di tutte le delegazioni (sarà il 9 novembre), Okonjo-Iweala sarebbe nominata direttore generale della WTO. Ma gli Stati Uniti, poco dopo l’annuncio di Walker, hanno fatto sapere che non sosterranno la candidata nigeriana, e che anzi imporranno il veto alla sua nomina. L’opposizione degli Stati Uniti è molto pesante, perché blocca del tutto il processo di nomina e lascia la WTO senza un capo. Secondo le regole dell’organizzazione, è possibile che in caso di mancato consenso il direttore generale della WTO sia scelto sulla base di una votazione a maggioranza. Questo consentirebbe a Okonjo-Iweala di entrare in carica, ma il suo mandato sarebbe gravemente compromesso, sia perché la sua nomina sarebbe la prima a essere approvata per votazione sia perché verrebbe fatta in opposizione diretta alla prima economia del mondo.

Non è ancora chiaro se gli Stati Uniti abbiano messo il veto perché preferiscono a Okonjo-Iweala la sudcoreana Yoo Myung-hee (Politico qualche giorno fa ha avuto accesso ad alcuni cablo diplomatici che indicherebbero il sostegno americano a Yoo Myung-hee) oppure se quella dell’amministrazione guidata dal presidente Donald Trump è una mossa, l’ennesima, di boicottaggio nei confronti di un’organizzazione internazionale.

Donald Trump è stato critico con la WTO fin dall’inizio della sua presidenza: per lui, l’organizzazione è uno dei tanti organismi multilaterali che hanno danneggiato gli interessi degli Stati Uniti all’estero, e che per questo devono essere pesantemente riformati o smantellati. La concentrazione dell’amministrazione americana sulla WTO è particolare a causa dell’attenzione data da Trump agli accordi commerciali. Il veto contro Okonjo-Iweala non è il primo caso di boicottaggio dell’amministrazione contro la WTO. Dall’inizio del mandato di Trump, infatti, gli Stati Uniti si oppongono alla nomina dei giudici della Corte d’appello, cioè dell’organo che dirime le dispute commerciali tra gli stati. Man mano che i mandati dei giudici scadevano e che gli Stati Uniti bloccavano la loro sostituzione, la Corte si è trovata con sempre meno componenti fino a che, a dicembre scorso, ne è rimasto uno soltanto: non abbastanza per emanare sentenze. In questo modo, gli Stati Uniti hanno praticamente bloccato la funzione principale della WTO.

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Nei mesi successivi l’organizzazione ha cercato di allentare il blocco, facendo ricorso in alcuni casi a uffici paralleli, ed è riuscita a dirimere alcune questioni, come per esempio una tra Stati Uniti e Unione Europea sulle compagnie aeree. Ma a causa del boicottaggio americano una parte consistente dei lavori è stata bloccata. La nomina di un nuovo direttore generale con un mandato forte avrebbe dovuto contribuire a dare nuova forza alla WTO, ma l’amministrazione Trump, per ora, ha bloccato pure quella.

La WTO, in realtà, non è mai stata un’organizzazione particolarmente produttiva. In 25 anni di storia, ha scritto l’Economist, è riuscita a negoziare soltanto un grande accordo commerciale globale, e l’ultima volta che ci ha provato, nel 2015 con il cosiddetto “Doha Round”, è stato un fallimento. La ragione principale è che, esattamente come per la nomina del direttore generale, le decisioni sui grandi accordi commerciali devono essere prese con il consenso di tutti, e mettere d’accordo 164 stati è praticamente impossibile. Gli Stati Uniti, inoltre, sostengono che la WTO non sia in grado di sanzionare economie come quella della Cina, che fa largo uso di aiuti di stato e che gode di notevoli vantaggi perché è considerata dall’organizzazione come una «economia in via di sviluppo».

Il malcontento nei confronti dell’organizzazione non è un’esclusiva della parte politica legata a Trump. Al Congresso americano, l’idea di uscire dalla WTO è popolare sia tra i Democratici sia tra i Repubblicani, come ha scritto Foreign Policy qualche mese fa. Questa primavera, il deputato democratico Peter DeFazio ha introdotto un disegno di legge in proposito, e lo stesso ha fatto il senatore repubblicano Josh Hawley con una risoluzione. Hawley, a maggio, ha anche scritto un articolo di opinione molto duro sul New York Times, in cui sostiene che la WTO andrebbe abolita.

La WTO non è l’unica organizzazione internazionale contestata dall’amministrazione Trump. Come noto, nel luglio del 2020 gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Organizzazione mondiale della sanità, anche se, visto l’obbligo di preavviso, il ritiro sarà effettivo dopo un anno, nel luglio 2021. Uno dei primi atti della sua presidenza, inoltre, è stato uscire dal TPP, Trans-Pacific Partnership, un progetto di regolamentazione e investimenti tra nazioni che si affacciano sull’oceano Pacifico che era stato ideato dal suo predecessore, Barack Obama. Trump è critico con la Nato e con l’Unione Europea, che in alcune occasioni ha descritto come «peggio della Cina».

Da qui al 9 novembre, giorno della riunione con i delegati di tutti i paesi, i funzionari della WTO continueranno a fare riunioni per cercare di negoziare una posizione comune. Molto potrebbe dipendere dal risultato delle elezioni americane, che saranno il 3 del mese: Joe Biden, il candidato democratico, è molto meno critico di Trump quando si parla di cooperazione internazionale, e potrebbe rendere più facili le cose alla WTO.