Fernando Tatis Jr. dei San Diego Padres si consulta con il suo cappello (Ronald Martinez/Getty Images)
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  • giovedì 15 Ottobre 2020

Nel baseball devi sapere cosa c’è nel tuo cappello

Con l'uso sempre più frequente di dati statistici e dopo gli ultimi casi di "spionaggio", i giocatori di Major League non possono più fare a meno dei loro copricapi

Fernando Tatis Jr. dei San Diego Padres si consulta con il suo cappello (Ronald Martinez/Getty Images)

I cappelli sportivi con la visiera nacquero con il baseball, con il baseball si diffusero negli Stati Uniti nei primi del Novecento e da lì in tutto il mondo. In oltre un secolo il loro ruolo nel vestiario dei giocatori ha assunto continuamente nuovi usi e significati. I cappellini vengono usati per esempio per scambiarsi segnali durante le partite, toccandoli, o sono associati in modo permanente ad alcuni grandi giocatori, come nel caso più recente di Derek Jeter, storico capitano dei New York Yankees, il cui modo di sistemarselo in testa fu ripreso da uno spot pubblicitario di grande successo realizzato da Nike in occasione del suo ritiro.

Negli ultimi anni il baseball professionistico è cambiato molto, influenzato principalmente dallo sviluppo della preparazione fisica e dall’uso, ormai imprescindibile, dell’analisi statistica dei dati, la cui mole va a coprire continuamente nuovi aspetti del gioco. Di conseguenza, i dettagli e le istruzioni a disposizione dei giocatori sono diventati così tanti da non poter essere memorizzati tutti: parliamo di  indicazioni su caratteristiche e stili di gioco degli avversari che ci si trova davanti, o segnali in codice con i quali comunicano lanciatore e ricevitore.

È in questo nuovo contesto che i cappellini sono venuti nuovamente in soccorso del gioco, talvolta offrendo anche quei momenti divertenti che nel baseball non mancano.

Da almeno quattro anni si vedono giocatori che, tra una pausa di gioco e l’altra, si sfilano il cappello dalla testa e ci guardano dentro. È infatti diventata una prassi fissare al loro interno degli appunti scritti. «A volte i battitori colpiscono la palla nel lato opposto a quello indicato nelle note — ha raccontato Clint Frazier, esterno degli Yankees, al New York Times — ma io continuo a seguire quello che trovo scritto, perché le cose lì fuori sono già abbastanza complicate per conto loro». Per lanciatori e ricevitori le note fissate all’interno dei cappelli sono diventate ancora più utili dopo che tra il 2018 e il 2019 la lega ha limitato i colloqui in campo tra i giocatori per non spezzettare troppo il ritmo delle partite.

I recenti scandali dei “segnali rubati” hanno infine reso quasi indispensabili nuovi metodi per comunicare segretamente in campo. Il caso più eclatante ha riguardato di recente gli Houston Astros, puniti dalla Major League per aver violato le regole escogitando un sistema di telecamere e comunicazioni in codice per cogliere i segnali di lancio tra ricevitori e lanciatori avversari e comunicarli ai suoi giocatori in campo durante la stagione 2017/2018 (e con grossi dubbi, per ora rimasti tali, anche sulle stagioni precedenti e successive, e non soltanto riguardanti gli Houston Astros).

Le consultazioni non sono più un mistero e ormai fanno parte a tutti gli effetti del gioco, nonostante si giochi senza pubblico o a capienza ridotta, e di rumori che impediscono i dialoghi non ce ne siano più molti, come si può vedere in queste settimane nelle partite dei playoff disputate in quattro diverse “bolle” – Los Angeles, San Diego, Arlington e Houston – le quali porteranno alle World Series di fine ottobre.

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