Due cubani indossano la mascherina in una strada a l'Avana. (Ramon Espinosa/LaPresse/AP Photo)
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  • sabato 10 Ottobre 2020

Nessuno va più a Cuba

L’arrivo di turisti è quasi sospeso da sei mesi per limitare la diffusione del coronavirus: l’epidemia è sotto controllo ma l’economia ora fatica molto

Due cubani indossano la mascherina in una strada a l'Avana. (Ramon Espinosa/LaPresse/AP Photo)

Da sei mesi, a Cuba non ci sono quasi più turisti: per contrastare l’epidemia da coronavirus, a marzo il governo ha chiuso i confini, permettendo i primi e limitatissimi ingressi solo questa estate. La chiusura prolungata e il solido sistema sanitario cubano hanno permesso di gestire il diffondersi dell’epidemia in modo più efficace rispetto agli altri paesi dell’America Latina, tuttavia dal turismo provenivano i maggiori guadagni dell’isola e l’assenza di turisti sta causando una grave crisi economica.

I primi tre casi di coronavirus sull’isola erano stati segnalati l’11 marzo e dopo un rapido aumento dei contagi il governo aveva deciso di introdurre misure molto dure per bloccare la diffusione del virus. Il 20 marzo con 21 casi confermati era stato vietato l’arrivo di turisti, le strutture scolastiche erano state chiuse ed era stato sospeso il trasporto pubblico interprovinciale. Circa 60.000 turisti presenti sull’isola erano stati rimpatriati sugli unici voli autorizzati e gli hotel del paese erano stati chiusi.

Il sistema sanitario nazionale cubano è riuscito da lì in poi a contenere i contagi grazie all’alto rapporto tra medici e pazienti, che ha permesso di identificare i casi man mano che emergevano e di tenerli sotto controllo costante con visite quotidiane di medici ed infermieri ai pazienti in isolamento domiciliare. Dall’inizio dell’epidemia sono stati registrati 5.883 casi positivi su una popolazione di circa 11,2 milioni di persone, con i nuovi casi giornalieri che nelle ultime settimane non hanno mai superato i 70.

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Le cose da sapere sul coronavirus

Mentre altri paesi dell’area latino-americana hanno poi riaperto definitivamente i confini a giugno, la chiusura totale a Cuba è durata fino a luglio e i primi turisti sono arrivati solo a settembre, ma con molte limitazioni. I visitatori tutt’ora possono aver accesso solo alle piccole isole al largo della terraferma cubana – Cayo Coco, Cayo Guillermo, Cayo Cruz e Cayo Santa María –, dove entrano in contatto il minimo indispensabile con gli abitanti, e per farlo hanno bisogno di permessi speciali. La capitale L’Avana è rimasta isolata, gli aeroporti sono chiusi e ci sono ancora molte limitazioni per gli abitanti locali: solo a settembre il governo ha annunciato l’allentamento di alcune restrizioni, annunciando la riapertura del trasporto pubblico locale, di bar e di ristoranti.

Una spiaggia vuota a L’Avana, la capitale di Cuba. (Ramon Espinosa/AP Photo)

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Il turismo è importantissimo per l’economia cubana, specialmente da quando negli anni Novanta l’isola è stata aperta al turismo di massa. Il settore rappresenta gran parte dei guadagni in valuta estera del paese e nel 2019 aveva portato circa 3 miliardi di dollari ai cubani. Le restrizioni hanno reso l’isola di Cuba quasi deserta: da marzo, con la chiusura delle frontiere anche da parte degli altri paesi, gli arrivi sono stati praticamente nulli. Il settore turistico era peraltro già in difficoltà a causa delle restrizioni introdotte dal presidente statunitense Donald Trump per indebolire il governo cubano. Nel 2019 erano stati vietati i viaggi di gruppo e quelli con navi da crociera, i voli commerciali erano stati ridotti e quelli charter vietati, con un grosso calo degli arrivi di turisti statunitensi nel paese.

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Le frontiere chiuse ai turisti e l’inasprimento dell’embargo statunitense hanno avuto grosse conseguenze sull’economia cubana e provocato una crisi alimentare. Cuba non soddisfa da sola la necessità di cibo dei suoi abitanti e solitamente importa più del 60 per cento del suo fabbisogno alimentare, pagando con valuta estera proveniente soprattutto dal turismo. Secondo gli esperti quest’anno Cuba ha ridotto gli acquisti dall’estero di oltre il 30 per cento: nei negozi cubani hanno iniziato a mancare alcuni prodotti, il governo ha razionato la vendita di cibo e appena un prodotto si rendeva disponibile si formavano lunghe file fuori dai negozi.

Oniel Diaz, a capo di una società di consulenza aziendale cubana, ha stimato che circa 250.000 persone nel settore privato – la maggior parte delle quali legate al settore turistico – hanno perso gran parte del loro reddito da marzo. Pavel Vidal, un ex economista della banca centrale cubana che ora insegna all’Università Javeriana in Colombia, ha scritto che l’economia dell’isola vedrà un calo di circa il 10 per cento quest’anno e forse le cose andranno anche peggio nel 2021.

Cuba non è membro del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale o di altre istituzioni a cui potrebbe rivolgersi per chiedere un prestito d’emergenza. Il governo non ha ancora fornito statistiche sull’entità della contrazione economica, però ha presentato un piano di recupero post pandemia che elenca le misure che verranno prese per far ripartire il paese allentando gradualmente le restrizioni. Il governo aveva anche promesso di mantenere il paese isolato fino all’eliminazione completa del virus, ma l’allentamento delle restrizioni a L’Avana fa pensare che presto potrebbero essere ammorbidite anche quelle che riguardano il settore turistico.