Rukmini Callimachi (a destra) e il collega Andy Mills durante la premiazione del Peabody Award, vinto dal podcast "Caliphate" nel 2019 (Astrid Stawiarz/Getty Images for Peabody)
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  • sabato 3 Ottobre 2020

Ci sono dubbi su “Caliphate”, il famoso podcast sull’ISIS del New York Times

E critiche alla giornalista che lo creò, Rukmini Callimachi, accusata di fidarsi di una fonte che sembra essersi inventata tutto

Rukmini Callimachi (a destra) e il collega Andy Mills durante la premiazione del Peabody Award, vinto dal podcast "Caliphate" nel 2019 (Astrid Stawiarz/Getty Images for Peabody)

Il New York Times rivaluterà tutto il lavoro giornalistico del suo famoso podcast sullo Stato Islamico, Caliphate, dopo che una delle fonti principali è stata arrestata in Canada con l’accusa di aver mentito sulla sua appartenenza al gruppo terroristico.

Caliphate fu creato da Rukmini Callimachi, una delle più importanti giornaliste che si occupano di terrorismo internazionale. Vinse il Peabody Award, uno dei premi più importanti per i programmi radio e tv, e fu nominato per il Pulitzer. Callimachi pubblicò il podcast nella primavera del 2018 e dedicò le prime cinque puntate ad Abu Huzayfah, un foreign fighter canadese (Abu Huzayfah è il suo nome di battaglia) che diceva di essersi unito nel 2014 allo Stato Islamico e di aver combattuto in Siria per due anni. Nel podcast, Huzayfah ammetteva di aver ucciso dei prigionieri condannati a morte, e raccontava la loro uccisione con particolari drammatici. Al momento dell’uscita del podcast, Huzayfah era tornato in Canada, dove viveva da uomo libero.

I dubbi sulla veridicità di quanto raccontato in Caliphate nacquero subito dopo l’uscita dei primi episodi: fu la stessa Callimachi ad avanzarli quando, dopo aver raccontato la storia di Huzayfah, dedicò il sesto episodio del podcast ai dubbi e alle discrepanze del racconto della sua fonte principale.

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In quell’episodio, Callimachi diceva di essersi accorta che Huzayfah le aveva mentito almeno una volta, e che alcuni documenti di viaggio non tornavano. In generale, era quasi impossibile trovare prove che Huzayfah fosse stato davvero in Siria. A un certo punto Callimachi diceva di aver geolocalizzato una foto di Huzayfah sulle rive del fiume Eufrate, vicino Raqqa (considerata per diversi anni la capitale siriana dello Stato Islamico): in realtà nella foto non si vedeva la faccia del presunto terrorista, e non si vedeva in nessun’altra delle foto analizzate, come ha scritto di recente su Twitter Malachy Brown, che si era occupato della vicenda.

Nel sesto episodio del podcast, grazie all’aiuto di alcuni colleghi che si occupano di sicurezza nazionale, Callimachi diceva però di aver parlato con funzionari di intelligence americani secondo cui Huzayfah faceva parte davvero dello Stato Islamico. Huzayfah, sosteneva Callimachi, era anche in una no-fly list, un elenco di persone che non possono prendere aerei perché sospettate di terrorismo o altri gravi crimini.

Nel frattempo, Huzayfah aveva dato un’intervista al network canadese CBC News in cui aveva detto che lui in realtà non aveva ucciso nessuno. Sosteneva di avere assistito ad alcune esecuzioni di prigionieri fatte da altri, e aggiungeva che era stato «infantile» attribuirle a se stesso. Callimachi, in un lungo thread su Twitter, disse che, prima della pubblicazione di Caliphate, Huzayfah aveva chiesto di interrompere il progetto perché «era andato nel panico».

Dopo il sesto episodio, Caliphate smise di parlare di Huzayfah e si occupò di tutt’altro: della fuga dei miliziani dello Stato Islamico dalla città di Mosul (Iraq) e delle violenze contro le prigioniere yazide, tra le altre cose.

In Canada, però, la notizia che un presunto combattente dell’ISIS che aveva ucciso delle persone andasse in giro libero creò molto scandalo. Il Partito conservatore, all’opposizione, presentò in Parlamento una mozione per chiedere al governo una nuova strategia su come gestire i foreign fighters che tornavano nel paese. Secondo Slate, in quel periodo il governo canadese stava discutendo un progetto per rimpatriare alcuni ex combattenti e le loro famiglie. Ma nel maggio del 2018, poco dopo la pubblicazione di Caliphate, il progetto fu abbandonato. Ancora oggi il Canada è l’unica democrazia occidentale a non aver accettato alcun rimpatrio, nemmeno quello di bambini piccoli, dai territori un tempo occupati dallo Stato Islamico.

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Venerdì della settimana scorsa, dopo una lunga inchiesta, la Royal Canadian Mounted Police (RCMP) ha arrestato Huzayfah, il cui vero nome è Shehroze Chaudhry, con l’accusa di essersi inventato tutta la storia della sua appartenenza all’ISIS, e di averlo fatto intenzionalmente per «generare paura nelle nostre comunità e creare l’illusione di una potenziale minaccia nei confronti dei canadesi».

Callimachi ha commentato la notizia su Twitter scrivendo che «la tensione narrativa del nostro podcast “Caliphate” è la domanda se la sua storia [di Huzayfah] sia vera o meno». In realtà molti osservatori, come per esempio Eric Wemple sul Washington Post, hanno scritto che nei primi cinque episodi di Caliphate la storia di Huzayfah veniva raccontata «con pochissimi elementi di scetticismo da parte della presentatrice», cioè Callimachi stessa. In alcuni punti di Caliphate, anzi, Callimachi notava come i racconti di Huzayfah fossero simili a quelli sentiti da altri jihadisti, e come il presunto terrorista utilizzasse categorie teologiche corrette.

Immediatamente dopo l’arresto, il New York Times ha pubblicato un comunicato in cui ha difeso il lavoro di Callimachi dicendo che «l’incertezza a proposito del racconto di Abu Huzayfah è centrale in ogni episodio di “Caliphate” che si occupi di lui» e in cui definisce il podcast come «giornalismo responsabile». Qualche giorno dopo, però, ha pubblicato un secondo comunicato in cui ha annunciato una revisione completa di tutto il lavoro giornalistico dietro al podcast.

Secondo il Daily Beast, il direttore Dean Baquet avrebbe dato incarico a un team di giornalisti di ricominciare da capo tutte le ricerche sulla vicenda, per ricostruire se eventualmente qualcosa sia andato storto.

Non è la prima volta che Rukmini Callimachi viene criticata per ingenuità o inesattezze nei suoi articoli. Nel 2016 intervistò Harry Sarfo, un ex membro dello Stato Islamico in prigione in Germania; nell’intervista Sarfo raccontò di essere stato reclutato dall’ISIS, ma di essersi poi pentito, spaventato dalla violenza eccessiva e dalle uccisioni indiscriminate del gruppo. Poco dopo, però, il Washington Post pubblicò spezzoni di video in cui si vedeva Sarfo commettere violenze brutali e uccisioni indiscriminate. Callimachi comunque non fu l’unica giornalista a parlare con Sarfo, che diede interviste anche ad altre testate.

Nell’ottobre del 2019, tre giorni dopo la morte del leader dello Stato Islamico, Abu Bakr al Baghdadi, Callimachi pubblicò uno scoop secondo cui Baghdadi, nei suoi ultimi mesi trascorsi in Siria, avrebbe pagato un gruppo rivale dell’ISIS affinché garantisse la sua sicurezza. Lo scoop era basato su otto ricevute di questi pagamenti, fatte arrivare a Callimachi da un agente dell’intelligence americana in pensione. Callimachi scrisse nell’articolo che aveva fatto vedere le ricevute a esperti e che si erano rivelate autentiche. In seguito, però, la maggior parte degli analisti ha giudicato le ricevute come false, e si è scoperto che anche gli esperti sentiti da Callimachi avevano espresso dubbi, come ha ricordato in questi giorni The New Republic.

All’inizio dell’articolo, il New York Times ha aggiunto una nota: «Dopo la pubblicazione di questo articolo, sono stati sollevati dei dubbi sull’autenticità dei documenti su cui si basa».