(Università di Helsinki)
  • Scienza
  • giovedì 24 Settembre 2020

I cani che annusano il coronavirus

All'aeroporto di Helsinki i passeggeri possono sottoporsi a un test diverso dagli altri: fare annusare il loro sudore ai cani per scoprire se siano positivi, e sembra funzionare

(Università di Helsinki)

Negli ultimi mesi i principali aeroporti internazionali hanno adottato diversi sistemi per rilevare l’eventuale presenza del coronavirus tra i passeggeri, dalla semplice misurazione della temperatura all’utilizzo di test rapidi. All’aeroporto di Helsinki hanno deciso di sperimentare un approccio diverso: sfruttare il fiuto dei cani.

Il test
I passeggeri che atterrano all’aeroporto della capitale della Finlandia hanno la possibilità di sottoporsi volontariamente a un breve test – dura meno di un minuto – che non richiede un prelievo di saliva e muco con l’ormai classico tampone. Subito dopo il recupero bagagli, sono invitati a passarsi una salvietta sul collo per raccogliere un po’ di sudore e di lasciarla in un piccolo contenitore. Un operatore provvede poi a inserire la salvietta in un recipiente di latta, che viene poi collocato su un ripiano insieme ad altri recipienti di forma uguale, ma contenenti sostanze che emettono altri profumi. Una volta allestito tutto, arriva il turno del cane.

Durante il test, che dura una decina di secondi, il cane annusa le varie lattine e segnala se in una sia presente l’odore che hanno di solito gli individui con un’infezione da coronavirus in corso. Nel caso di esito positivo, il passeggero viene invitato a raggiungere un’altra area dell’aeroporto dove potrà sottoporsi gratuitamente al test con il tampone, per confermare o meno l’indicazione data dal cane. Dal momento della raccolta del sudore all’esito del test canino passa poco meno di un minuto, quindi utilizzando più cani si possono effettuare verifiche su centinaia di passeggeri ogni ora.

Cani e coronavirus
Come è noto, i cani hanno un olfatto estremamente sensibile e sono impiegati da decenni negli aeroporti, per esempio per rilevare la presenza di esplosivi, oppure di sostanze stupefacenti e altri materiali di contrabbando. Alcune ricerche hanno inoltre messo in evidenza come alcuni cani siano anche in grado di rilevare la presenza di alcune malattie annusando gli individui con malaria, oppure con alcune forme di tumore.

Le cose da sapere sul coronavirus

Partendo da questi presupposti, alcuni ricercatori si sono chiesti se non fosse possibile sfruttare questa dote canina anche per rilevare la presenza del coronavirus, semplificando almeno in parte le attività di controllo per ridurre la diffusione della pandemia. Presso l’Università di Helsinki, la ricercatrice Anna Hielm-Bjorkman ha partecipato a un progetto per sperimentare questa soluzione, iniziando con alcuni test su persone risultate positive al coronavirus, ma ancora asintomatiche o nella fase finale di incubazione che non comporta ancora la presenza di sintomi.

I cani hanno mostrato la capacità di rilevare la presenza del coronavirus sia nel caso di individui con sintomi, sia nel caso di persone asintomatiche. Nel complesso, hanno mostrato di riuscire a farlo anticipando i test con tampone.

(LEHTIKUVA / ANTTI AIMO-KOIVISTO – AP Images)

Addestramento e ricerche
I ricercatori di Helsinki hanno quindi avviato l’addestramento di alcuni cani, elaborando il test con i recipienti di latta. Hanno seguito il metodo classico con rinforzi positivi, come la somministrazione di bocconcini di cibo, ogni volta che i cani identificavano correttamente un campione prelevato da un individuo positivo al coronavirus. L’addestramento ha interessato nel complesso 16 cani, quattro dei quali hanno iniziato da questa settimana a svolgere i loro turni in aeroporto. Altri sei stanno terminando l’addestramento, mentre i restanti non lo hanno superato perché si sono rivelati troppo sensibili agli ambienti rumorosi, e quindi non adatti a lavorare in aeroporto.

L’esperienza di Helsinki è la più avanzata nel suo genere, ma non è comunque l’unica. Lo scorso luglio, per esempio, un gruppo di ricercatori presso l’Università di Hannover (Germania) aveva condotto alcuni test, addestrando per una settimana i cani a riconoscere l’odore della saliva dei positivi al coronavirus. Alla fine delle lezioni, i cani sono arrivati a riconoscere correttamente un caso positivo da uno negativo nel 94 per cento dei casi.

(LEHTIKUVA / ANTTI AIMO-KOIVISTO – AP Images)

I ricercatori ammettono di non avere ancora le idee molto chiare su quali composti collegati al coronavirus siano effettivamente riconosciuti dai cani. Alcuni studi sono in corso per capire se i positivi emettano un odore particolare, come sembrano indicare le esperienze condotte finora e quella all’aeroporto di Helsinki.

Più cani
Nelle prossime settimane i test su passeggeri volontari saranno estesi, grazie all’aggiunta di altre squadre di cani. A fine anno, i ricercatori finlandesi dovrebbero avere una quantità sufficiente di dati per determinare l’affabilità del test tramite l’olfatto canino. Studi simili in corso in altre aree del mondo offriranno ulteriori dati sull’utilità di questo approccio.

Se i nuovi dati dovessero confermare le esperienze positive condotte finora, i cani potrebbero essere impiegati in numerosi contesti per contribuire alla prevenzione di nuovi focolai da coronavirus: per esempio nelle case di riposo, dove un solo caso può portare a contagi tra persone già malate e a rischio per la loro età avanzata, come avvenuto nei primi mesi della pandemia in numerosi paesi.

(LEHTIKUVA / ANTTI AIMO-KOIVISTO – AP Images)

Portare i test canini su larga scala non sarebbe comunque semplice, sia per i tempi necessari per l’addestramento, sia perché ogni cane avrebbe poi bisogno di essere sempre accompagnato e sorvegliato da un operatore. A oggi non è nemmeno chiaro quale possa essere la durata di un turno: per i cani l’attività di riconoscimento è un gioco, ma nel farlo tendono a stancarsi con il rischio di diventare meno precisi man mano che si affaticano.

Il programma sperimentato a Helsinki non comporta comunque rischi per i cani: non vengono infettati facilmente dal coronavirus (c’è stata la segnalazione di qualche caso isolato) e a oggi non sono state raccolte evidenze scientifiche sul fatto che possano sviluppare sintomi, o che possano trasmettere il virus ad altri individui o animali.