(Leon Neal/Getty Images)

Come non si fa un’app per il contact tracing

Il governo del Regno Unito ha presentato la sua mesi dopo rispetto agli altri paesi europei: c'entra il fatto che prima ne aveva fatta un'altra, e non funzionava

(Leon Neal/Getty Images)

Giovedì il governo del Regno Unito ha reso disponibile al pubblico la sua applicazione ufficiale per il tracciamento dei contatti delle persone positive al coronavirus, l’equivalente della app italiana Immuni. La nuova app si chiama NHS Covid-19 (NHS è l’acronimo del servizio sanitario britannico) ed è la seconda prodotta dal governo.

La prima era stata sviluppata la scorsa primavera con tempistiche simili alle app degli altri governi europei, era stata testata e poi era stata accantonata perché il tracciamento non funzionava a dovere.

La storia della prima app britannica
Il governo britannico cominciò a lavorare alla creazione di un’app per il tracciamento dei contatti a marzo scorso, nel pieno della pandemia. In quel momento, l’idea di fare il tracciamento dei contatti con una app sul telefono era nuova, e i governi di tutto il mondo valutavano numerose opzioni e approcci, con l’aiuto e la consulenza di aziende e di consorzi di esperti.

Nel giro di qualche settimana si creò un certo consenso attorno alla tecnologia da usare per sviluppare le varie app (il Bluetooth), ma si continuò a discutere su altre caratteristiche tecniche. In particolare, alcuni consorzi di esperti preferivano la creazione di un’app che utilizzasse il Bluetooth ma adottasse un modello “centralizzato”, in cui alcuni dati dei cittadini, anonimi, sono elaborati da un server centrale. Altri esperti preferivano invece un modello “decentralizzato”, in cui un server centrale esiste ugualmente, ma il suo utilizzo è ridotto al minimo, ed è massimizzata invece la protezione della privacy dei cittadini.

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Già a marzo, dicevamo, il NHSX, la sezione tecnologica del servizio sanitario britannico, stipulò contratti per sviluppare una app con Pivotal, una divisione dell’azienda americana di software VMware, e mise al lavoro anche risorse interne. Come quelle di molti altri paesi europei, la app che il governo britannico cominciò a sviluppare adottava un modello centralizzato.

Le cose però cambiarono il 10 aprile, quando Apple e Google annunciarono un progetto comune per integrare un sistema di tracciamento dei contatti (loro lo chiamano “notifica delle esposizioni”) nei loro sistemi operativi iOS e Android, che sono installati sulla stragrande maggioranza degli smartphone. Le due aziende statunitensi decisero di non fare una propria app, ma di mettere a disposizione delle interfacce di programmazione (in gergo si chiamano API) che i governi, se avessero voluto, avrebbero potuto integrare nelle varie app nazionali.

Apple e Google, però, imposero condizioni rigide per chi avesse voluto usare le loro API: le app di tracciamento avrebbero dovuto adottare per forza un sistema decentralizzato. Poco a poco, la maggior parte dei governi d’Europa, che stavano sviluppando app centralizzate, decise di cambiare sistema: lo fecero  l’Italia, la Germania, la Spagna e altri.

Il Regno Unito decise di rimanere fedele al suo progetto iniziale, snobbò Apple e Google e continuò a sviluppare la sua app. Ci sono delle ragioni per questa scelta: un sistema centralizzato, per quanto meno rispettoso della privacy dei cittadini, dà ai governi più dati da analizzare per trarre informazioni potenzialmente utili. Inoltre, alcuni commentatori sollevano problemi di sovranità: perché due aziende californiane dovrebbero determinare decisioni così importanti dei governi di mezzo mondo a proposito della gestione di una pandemia globale?

Così, con tempistiche simili a quelle degli altri governi europei, il Regno Unito sviluppò la sua app e all’inizio di maggio avviò una sperimentazione limitata sull’isola di Wight, nella Manica, abitata da 140mila persone. I risultati della sperimentazione furono terribili: l’app era facile da scaricare, si attivava, ma non riusciva a fare quello per cui era stata sviluppata, cioè fare in modo che i telefoni di due persone vicine si scambiassero informazioni attraverso il bluetooth. L’app era in grado di comunicare soltanto con il 4 per cento degli iPhone e con il 75 per cento dei telefoni Android. Le app sviluppate con le API di Apple e Google riconoscono il 99 per cento dei telefoni.

Seguirono settimane di polemiche, e alla fine, il 18 giugno, il governo annunciò che la app di tracciamento sarebbe stata abbandonata. Secondo dati del governo lo sviluppo della app accantonata, tra contratti ad aziende esterne e consulenze, è costato 11 milioni di sterline, circa 12 milioni di euro.

Il governo ha sviluppato quindi un’altra app, questa volta con le API di Apple e Google. L’ha provata in agosto sull’isola di Wight (di nuovo, oltre che a Newham, Londra) e l’ha resa disponibile giovedì a tutti i cittadini di Inghilterra e Galles (la Scozia e l’Irlanda del Nord hanno le proprie app). In questo modo, il Regno Unito ha lanciato la sua app per il tracciamento dei contatti con tre-quattro mesi di ritardo rispetto agli altri governi europei (Immuni è stata lanciata a inizio giugno).

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NHS Covid-19, però, ha ampio margine per recuperare il terreno perduto. Per ora i dati sui download e sull’efficacia delle app di tracciamento in Europa sono sotto le aspettative, in Italia e perfino in Germania, dove pure la Corona-Warn-App è stata scaricata 18 milioni di volte. Più di un milione di persone ha scaricato la app britannica nel giorno del lancio.

Perché la prima app non ha funzionato
Come spiegò al tempo della prima sperimentazione il sito The Register, il problema principale era nel sistema operativo iOS. Le app di tracciamento dei contatti, infatti, hanno bisogno di tenere sempre attivo il bluetooth per scambiare informazioni con i telefoni vicini e tenere traccia, in maniera anonima, di chi abbiamo incontrato per poi avvertirci se questa persona ha contratto il coronavirus (o viceversa).

Ma il sistema operativo iOS non consente alle applicazioni di tenere il bluetooth sempre attivo. Per farlo, serve appunto l’intervento diretto di Apple con le sue API di notifica delle esposizioni: è per questo che nella prima sperimentazione britannica la app riusciva a riconoscere soltanto il 4 per cento degli iPhone. Il dato basso di riconoscimento dei telefoni Android dipende da altri problemi di ottimizzazione che la API di Google riesce a risolvere.