Casa del popolo di Solaio, Pietrasanta, provincia di Lucca (Il Post)

La Toscana è ancora una “regione rossa”?

Ed è una definizione che ha senso usare? Un po' di storia e cosa si dice in vista delle prossime elezioni regionali, in bilico

Casa del popolo di Solaio, Pietrasanta, provincia di Lucca (Il Post)

Il prossimo 20 e 21 settembre ci saranno le elezioni per il rinnovo del presidente regionale e della giunta in Toscana, una regione da sempre guidata dalla sinistra, ma in cui oggi il risultato è considerato incerto. Tanto sembrava solida la forza della sua tradizione politica di sinistra, almeno fino a poco tempo fa, tanto oggi sono evidenti i segni di una crisi della sinistra: alcuni risultati delle amministrative e poi le europee del 2019 sembrano dimostrarlo.

Le semplificazioni, però non aiutano. Per capire se la Toscana si possa (ancora) definire una “regione rossa” vanno presi in considerazione elementi che si sono stratificati nel tempo, che mettono insieme aspetti locali e nazionali, che hanno a che fare con le divisioni interne al centrosinistra e con l’abilità della Lega. E soprattutto, che prendano le distanze dall’immagine quasi mitologica, e non del tutto veritiera, di una regione in cui la destra non è mai esistita, e tengano conto di un contesto che lentamente e in modo profondo ha modificato la cosiddetta “subcultura rossa” portando a una forte dispersione dell’elettorato di sinistra.

Qualche dato
Il PD e la sinistra sono storicamente molto forti in Toscana, ma negli ultimi anni si sono spesso trovati in difficoltà nel mantenere i loro consensi. Il centrosinistra amministra la regione dal 1970 – cioè da quando esistono le elezioni regionali – senza interruzioni: con il PCI-PSI fino al 1992, poi con varie coalizioni guidate prima dal PDS e ora dal PD.

Nel 2010 il candidato del PD Enrico Rossi vinse con quasi il 60 per cento e nel 2015 con quasi il 50, battendo il candidato del centrodestra di oltre 30 punti. Negli ultimi anni la situazione per il centrosinistra però è peggiorata: sei capoluoghi sono oggi amministrati dal centrodestra (Arezzo, Pisa, Siena, Grosseto, Pistoia e Massa) e alle elezioni europee dello scorso maggio il PD toscano si è sì confermato come primo partito ma per soli 30 mila voti rispetto alla Lega. Nelle singole province, il PD è risultato in testa solamente a Firenze, a Siena e a Livorno. La Lega è invece risultata prima con un distacco di oltre 10 punti dal PD a Lucca, a Grosseto e a Massa Carrara. Ed è risultata prima anche ad Arezzo, a Pisa, a Pistoia e a Prato.

Commentando i risultati delle elezioni europee, il presidente uscente Enrico Rossi aveva parlato di un risultato «relativamente buono, che si deve anzitutto alla forza del lascito della cultura di sinistra dei nostri padri e, io credo, anche al fatto di non avere ceduto nella lotta contro il razzismo e contro l’ideologia neofascista. (…) Questo ci dice che la sfida per le elezioni regionali del 2020 è ancora aperta a condizione di consolidare e allargare le alleanze sociali e di costruire un’ampia coalizione democratica che metta insieme forze diverse, dai liberali ai verdi al PD fino alla sinistra radicale e ai movimenti civici, senza chiusure e senza arroganza». Non sembra che sia andata esattamente così.

I due candidati
I due principali candidati alla presidenza della Toscana sono Eugenio Giani del PD, alla guida di una coalizione di centrosinistra, e Susanna Ceccardi della Lega, per il centrodestra. La maggior parte dei sondaggi – che altri però contestano con tutta la lettura che ne deriva – dicono che i due sono praticamente alla pari. Giani e Ceccardi sono arrivati alla candidatura in modi molto differenti: con fatica da una parte, in modo quasi naturale dall’altra.

Giani è un avvocato e politico di lungo corso, ha 61 anni, ha pubblicato vari libri sulla Toscana e ha costruito parte della propria fama partecipando anche ai più piccoli eventi dei più piccoli comuni, smentendo, almeno in teoria, quel mantra che da tempo accompagna la politica del centrosinistra e che dice come il legame con il territorio sia andato perso. «Giani ha un’indubbia e profonda conoscenza del territorio, non c’è paesino sperduto in cui non sia stato o che non conosca», dice Simone Lenzi, cantautore, scrittore e dal giugno 2019 assessore alla Cultura nel comune di Livorno: «Si potrebbe dire che è un toscano quintessenziale e, per parafrasare quello che dice la Lega “prima i toscani”, ecco: più toscano di lui non c’è nessuno».

Dall’altra parte, però, Giani viene considerato un uomo di partito e quindi espressione della continuità. La sua carriera politica è molto lunga: è iniziata nel 1990, quando – nelle liste del Partito Socialista Italiano – fu eletto consigliere comunale a Firenze, città di cui è stato più volte assessore e presidente del Consiglio comunale. Nel 2010 è stato eletto per la prima volta al Consiglio regionale, che presiede dal 2015. Giani è arrivato alla candidatura senza primarie e con il sostegno di Matteo Renzi (una «candidatura calata dall’alto», dicono alcuni).

All’interno del PD c’era chi spingeva per un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, chi l’aveva categoricamente esclusa e chi chiedeva un’alternativa, considerando Giani un candidato anonimo e non in grado di compattare la coalizione. Alla fine, in nome dell’unità del partito e della coalizione stessa, sei liste hanno deciso di sostenerlo. Le divisioni interne però permangono, soprattutto su alcuni temi: la lista “Sinistra civica ecologista”, che raccoglie le forze di Mdp-Articolo 1 e di un pezzo di Sinistra italiana, sostiene Giani ma non ha sottoscritto il suo programma, mantenendo il proprio.

Dall’altra parte c’è Susanna Ceccardi. Ha 33 anni, ha studiato Giurisprudenza ma non si è laureata, ed è stata la prima sindaca leghista della Toscana: nel 2016 fu eletta a Cascina, in provincia di Pisa, un comune dove fino a quel momento c’erano stati soltanto sindaci del PDS, dei DS e del PD. Da Cascina, Ceccardi ha guadagnato molto spazio nel partito a livello sia regionale che nazionale. È molto vicina a Matteo Salvini (che la chiama “la leonessa”), nel 2015 si era candidata alle elezioni regionali risultando la prima dei non eletti. Un anno fa si era invece candidata al Parlamento europeo e, dopo Salvini, era stata la persona che aveva ottenuto il maggior numero di preferenze.

Ceccardi è molto attiva sui social e in tv, è considerata di destra radicale, ed è sostenuta da quattro liste: Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Toscana Civica. Sebbene la sua candidatura in regione fosse scontata già da mesi, ha creato malumori all’interno della coalizione, soprattutto tra i più moderati. Qualche settimana fa a Repubblica il coordinatore regionale di Forza Italia, Stefano Mugnai, aveva detto: «Noi non la volevamo. Per un motivo semplice: dove abbiamo vinto, abbiamo vinto con un candidato moderato». A meno di un mese dal voto, Mugnai si è dimesso in polemica per la scelta del capolista di Firenze, e la sua decisione è stata seguita anche da altri.

Il centrosinistra, al di là dei risultati
Prima delle amministrative e delle europee, c’è stato un altro momento politico che è importante raccontare. Ce lo ricorda Antonio Floridia, dirigente dell’Osservatorio elettorale della regione ed ex presidente della Società Italiana di Studi Elettorali.

Alle elezioni regionali del 2000, il centrodestra candidò in Toscana Altero Matteoli, della Casa delle Libertà: perse ma con il 40 per cento dei voti, una cifra significativa. «In quell’occasione venne superata una sorta di soglia simbolica, sembrò la fine di un’epoca, come se ormai all’ordine delle cose possibili venisse assegnato un cambiamento del segno e del colore politico storicamente dominante in questa regione».

Anche allora, era stato un errore pensare che la destra in Toscana non fosse mai esistita: «L’immagine di una Toscana rossa definita sulla base del modello originario di insediamento subculturale, da tempo oramai esisteva sempre meno nella realtà: l’area elettorale moderata e di centrodestra non era stata davvero e sempre così debole e marginale, da far risaltare come una novità epocale i successi delle destre. Dai dati emerge con nettezza come vi sia stata sempre un’altra faccia della Toscana rossa, una Toscana moderata e di destra non solo ben presente nelle vicende elettorali della regione, ma in grado di rappresentare sempre una parte cospicua della società, con una forza elettorale paragonabile a quella che nel 2000 avevano poi toccato il Polo e i suoi alleati minori. La novità, dunque, non fu e non è nemmeno oggi quel 40 per cento dei voti al centrodestra: ma è il contesto politico e culturale profondamente diverso in cui collocare quel risultato. Dall’altra parte c’era un solido 56 per cento: non c’era dispersione degli elettori e delle elettrici di sinistra. Ecco, oggi non è più così».

Per spiegare come e perché le cose siano cambiate, Floridia parte da lontano: «La forza della sinistra toscana, imperniata fino a tutti gli anni Ottanta sull’asse PCI-PSI, aveva vissuto una fase di crescita per tutti gli anni Cinquanta e poi una lunga fase di stabilizzazione ad alti livelli, con percentuali che sfioravano il 60 per cento dei voti. Era diffusa e radicatissima una subcultura che dava coesione a livello territoriale, che oltre che politica era culturale e sociale. Questa subcultura aveva saputo costruire un grande blocco in cui c’erano ex mezzadri diventati piccoli imprenditori ma rimasti comunisti, la classe operaia, la grande impresa della costa e gli intellettuali. E il PCI era il garante di questo equilibrio, che aveva caratterizzato la fase ascendente dello sviluppo post bellico». Il PCI, inoltre, aveva un tessuto associativo e organizzativo capace di coinvolgere anche le quote più “marginali” dell’elettorato, quelle comunque lontane dalla politica: «Una forza e una capacità che le formazioni politiche eredi del PCI, oggi, non sono certo in grado di continuare ad esprimere».

A partire dalla fine degli anni Ottanta, quell’equilibrio iniziò a incrinarsi: «I cambiamenti economico-sociali avevano messo sotto pressione il modello di sviluppo della Toscana e fatto nascere nuovi attori sociali. Cominciava a cambiare la composizione demografica dell’elettorato, nel senso di una crescita della popolazione anziana; i vecchi collanti politico-culturali iniziavano ad allentarsi, e cominciava a venire meno un vecchio caposaldo della subcultura di sinistra e cioè il voto come dovere civico e come momento espressivo di un’identità politico-ideologica. Arrivò infine a maturazione una nuova logica di formazione del consenso politico, anche nelle aree di più antico radicamento della cultura rossa che portarono, in quote crescenti di cittadini, a un approccio alla politica e alla scelta del voto che potremmo definire condizionato e selettivo, legato alle capacità che l’offerta politica, in quel momento, mostrava nel rappresentare interessi e nel motivare adeguatamente passioni e idee».

Agirono, in questo senso, anche le trasformazioni del sistema politico, lo spostarsi del baricentro della rappresentanza dai partiti alle istituzioni, dai partiti ai sindaci, ai consiglieri e ai parlamentari: «La personalizzazione portò certamente a una più immediata responsabilizzazione e riconoscibilità del personale politico a cui delegare la rappresentanza e il governo; ma dall’altro lato, sommandosi ad un radicale depauperamento delle risorse organizzative dei partiti e ad una rarefazione del tessuto di partecipazione che essi erano in grado di attivare, di fatto restrinse e impoverì i terminali del rapporto tra le istituzioni e la società. Un processo, questo, che è stato particolarmente rilevante per una regione come la Toscana, in cui l’egemonia della sinistra si era costruita storicamente sul terreno solido di una fitta rete istituzionale, organizzativa ed associativa».

E si arriva ai primi anni Novanta: «Gli effetti della scomparsa del PSI e i traumi legati alla “svolta” e alla nascita del PDS e di Rifondazione Comunista segnarono un primo punto di frattura, ma il nuovo centrosinistra e Rifondazione Comunista arrivarono comunque a toccare percentuali di voto (tra il 55 per cento e il 60 per cento) analoghe a quelle che, per molti anni, erano state conquistate dal PCI insieme al PSI e ad altre forze minori. Nonostante la cornice fosse chiaramente cambiata, dopo la fine del PCI, e per tutti gli anni Novanta almeno, la memoria storica e collettiva e di identità di quella subcultura rossa continuarono, comunque e in qualche modo, a fornire una rendita. Anche la fase dell’Ulivo, una coalizione plurale che sapeva tenere insieme le differenze, fu positiva».

Il vero punto di svolta, per Floridia, arrivò con la nascita del PD che secondo lui accelerò il senso di disorientamento ideologico, culturale e sociale già iniziato dopo il 1989: «Si arriva a un partito che si presenta come il Nuovo che avanza, che fa tabula rasa della tradizione, e il momento più evidente di questo processo furono le primarie fiorentine del 2009: il vecchio ceto dei DS non si rese conto di quanto era fragile la propria base e sfidò Renzi, venendone travolto. La frattura tra centro e periferia, l’indebolimento dell’alleanza sociale, la frattura culturale ormai definitiva portarono infine a una dispersione dell’elettorato di sinistra, che non si riconosce nel PD. Questo non vuol dire che si riconosca nelle liste a sinistra del PD, ma si disperde nell’astensione». Nello specifico, spiega Floridia, «c’è il modo di lavorare del PD e Cascina ne è un tipico esempio. Lo sfilacciamento e la balcanizzazione del partito hanno insomma portato al risultato delle scorse europee e al fatto che sei capoluoghi siano oggi in mano al centrodestra».

Cascina e il modello Pisa
Nel 2016 Ceccardi fu eletta sindaca di Cascina per 101 voti: «non solo per le divisioni interne al PD, ma soprattutto perché queste divisioni culminarono con le primarie fatte contro il sindaco uscente», spiega Floridia. Il sindaco uscente Alessio Antonelli era al suo primo mandato, e venne contestato dall’area renziana (ma non solo) del suo stesso partito. Le primarie le vinse, ma non riuscì a ricompattare il partito intorno a lui. Al ballottaggio Antonelli venne sconfitto, anche se di poco. «Molta gente, un po’ per sottovalutazione dell’avversaria e un po’ perché il sindaco uscente apparteneva a un’altra fazione, non andò a votare. Così inizia la storia», conclude Floridia.

Due anni dopo, nel 2018, a Pisa fu eletto sindaco Michele Conti della Lega: un evento storico che concluse mezzo secolo di amministrazioni di sinistra. Quello stesso anno la Lega vinse anche a Siena e a Massa. E anche in quel caso, come a Cascina due anni prima, a pesare sulla vittoria finale del centrodestra, per duemila voti, furono le spaccature interne nel PD, commissariato due mesi prima perché, scisso in due, non fu in grado di compattarsi sul candidato sindaco.

La frammentazione, di nuovo
Paolo Fontanelli è stato consigliere regionale negli anni Novanta, sindaco di Pisa dal 1998 al 2008 ed ex deputato del PD poi passato a Mdp-Articolo Uno. Anche lui pensa che il PD non abbia «una visione complessivamente condivisa pur nelle differenze: sembra un assemblaggio di correnti». La frammentazione e l’attuale difficoltà del partito derivano, dice, dal «processo contraddittorio» che ha investito il PD dopo le elezioni del 2013, con l’avvento alla segreteria di Matteo Renzi terminata con la sconfitta elettorale del 2018. Questa esperienza, ha spiegato molto chiaramente Fontanelli in una recente intervista, «ha lasciato dietro di sé, nel PD, un’ambiguità ancora in essere»: Renzi se ne è andato fondando un nuovo partito, ma molti degli esponenti legati a lui sono rimasti nel PD «con la stessa mentalità, gli stessi propositi, gli stessi obiettivi di prima». A livello locale, spiega, «abbiamo avuto un presidente di regione che è stato eletto dal PD, che è uscito dal PD, come me e altri, e che poi è rientrato».

Gli ultimi anni di Rossi nel centrosinistra sono stati effettivamente turbolenti: Rossi è stato eletto col PD, si era anche detto entusiasta della segreteria di Matteo Renzi, nelle prime fasi del suo governo, parlando di «un piano di sinistra come mai si era visto». Col tempo però i suoi giudizi si sono fatti più severi, tanto da annunciare di volersi candidare – sfidando Renzi – alla segreteria del partito, cosa che però non è mai accaduta. Nel 2017, quando il PD organizzò il congresso, Rossi lasciò il partito insieme a Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e Roberto Speranza per formare il Movimento dei Democratici e Progressisti, per poi tornare nel PD e riprendere la tessera nel giugno del 2019.

«È vero che Rossi ha chiuso in positivo il bilancio del suo mandato: la vicenda legata alla pandemia l’ha gestita bene e i toscani hanno percepito la sua capacità di essere una guida, però un’associazione forte di Rossi con il PD non c’è più stata». Gianluca Mengozzi, presidente dell’Arci regionale, dice che il consenso verso il centrosinistra continua ad essere «estremamente radicato. Ed è difficile dire che l’amministrazione regionale sia stata manchevole su molti aspetti a cui la popolazione è vicina: sanità o servizi sociali, e questo con un continuo coinvolgimento dell’associazionismo. Premesso tutto questo, la nostra sensazione è che la regione sia vittima di un vento nazionale e sovranazionale che non si tradurrà però automaticamente in un voto reale per le destre».

Analisi molto simili erano state fatte in Emilia-Romagna poco prima delle regionali dello scorso gennaio, poi vinte da Stefano Bonaccini: «Il quale», conclude Floridia, «era però il presidente uscente, forte dunque del lavoro fatto al primo mandato. Poi c’era il movimento delle Sardine, che aveva creato una forte mobilitazione, c’era una figura come quella di Elly Schlein, e c’era Salvini che, a partire dalla famosa citofonata, aveva fatto dei gravi errori».