Joe Biden e Kamala Harris dopo un dibattito televisivo nel settembre del 2019. (AP Photo/David J. Phillip)
  • Mondo
  • mercoledì 12 Agosto 2020

Cosa si dice della candidatura di Kamala Harris

Per Biden è stata una scelta storica e sicura allo stesso tempo, e questo dimostra com'è cambiata la politica americana

Joe Biden e Kamala Harris dopo un dibattito televisivo nel settembre del 2019. (AP Photo/David J. Phillip)

La decisione di Joe Biden di scegliere la senatrice Kamala Harris come candidata alla vice presidenza degli Stati Uniti è stata descritta più o meno ovunque come storica e allo stesso tempo la meno rischiosa. Per il Partito Democratico degli Stati Uniti del 2020, infatti, scegliere una donna non bianca, la prima a essere mai candidata a uno dei due incarichi più importanti della politica nazionale, non è giudicata come una mossa azzardata bensì quella che può mettere maggiormente d’accordo la base del suo partito, rispondendo alle richieste di rappresentanza di diverse identità e sensibilità politiche che sono diventate centrali nella politica americana.

Ma Harris, tra le candidate che fino all’ultimo sono state citate come le favorite, come la senatrice Elizabeth Warren e l’ex consigliera alla sicurezza nazionale Susan Rice, può completare la candidatura di Biden anche per aspetti che non sono legati alle questioni identitarie e razziali. È molto più giovane di Biden, che a sua volta è molto anziano per essere un candidato a presidente; e viene dalla costa Ovest, mentre Biden viene dal Delaware. Ma soprattutto, era la scelta meno controversa, e in questo soddisfaceva il principale requisito per un candidato vice presidente: non danneggiare il presidente, come ha scritto Dan Balz sul Washington Post.

Spesso, nel racconto politico, l’importanza dei candidati vice presidenti viene infatti sopravvalutata: gli studiosi della politica americana concordano sul fatto che non solo non sono mai i vice a far vincere le elezioni, ma quasi mai hanno un vero impatto sul risultato elettorale. Questo vale soprattutto in positivo: di rado, e mai in tempi recenti, hanno contribuito significativamente alle vittorie dei candidati principali; ma è capitato invece che danneggiassero abbastanza gravemente le loro campagne elettorali. Uno degli esempi più famosi fu Sarah Palin, la criticata candidata vice di John McCain: che comunque, pur rivelandosi una scelta molto sbagliata, non fu davvero determinante nella sua sconfitta.

Ma anche se spesso le scelte dei vice sono per questo prudenti e conservative, possono essere usate comunque per dare spinta, entusiasmo e identità a una campagna elettorale, arricchendo la proposta con candidati che siano complementari e diversi rispetto a quello principale. Come nel caso di Harris e Biden.

– Leggi anche: La storia di Kamala Harris

Harris ha 55 anni, è figlia di un’endocrinologa emigrata dall’India e di un professore di economia emigrato dalla Giamaica, è stata a lungo procuratrice prima per San Francisco e poi per la California, e dal 2016 è senatrice. Politicamente è considerata una moderata pragmatica, come Biden, a cui è accomunata anche dagli stretti legami con l’establishment del Partito Democratico. Come Biden, e ancora di più venendo da uno stato progressista come la California, è una politica molto più di sinistra di una moderata Democratica di dieci o vent’anni fa. Ha seguito insomma quella che è stata una grande tendenza degli ultimi anni del partito, influenzata da leader come Bernie Sanders e Warren. Ma non è una politica radicale, e per questo è più protetta dagli attacchi dei Repubblicani, che hanno finora insistito molto con gli attacchi a figure della sinistra del partito come Sanders o Alexandria Ocasio-Cortez.

Il suo passato da procuratrice generale in realtà è stato spesso criticato e attaccato dalla sinistra: nonostante le sue posizioni già allora progressiste su molti temi, Harris è stata accusata di aver ostacolato o di non aver sostenuto a sufficienza riforme su temi come la polizia e le pene per lo spaccio di droga, e di aver contribuito ad alcune sentenze rivelatesi poi ingiuste. Ma allo stesso tempo questo passato – che le ha fatto guadagnare il soprannome dispregiativo di “poliziotta” a sinistra – potrebbe renderla più attraente per l’elettorato centrista e Repubblicano, storicamente sensibile alle questioni dell’ordine e della sicurezza. Diversi analisti hanno sottolineato come, in una politica ancora largamente maschile e maschilista, una carriera da magistrata è uno dei modi migliori per una politica donna di acquisire autorevolezza e credibilità.

La scelta di Harris conferma per l’ennesima volta che nella selezione del vice presidente gli aspetti identitari sono diventati assai più importanti di quelli politico-geografici, come ha scritto il New York Times. Nel passato, infatti, i vice sono stati scelti anche sulla base della loro provenienza e della loro attività politica per assicurarsi la vittoria in uno stato in bilico: ma Harris viene dalla California, uno degli stati più profondamente Democratici del paese.

Ma non è una scelta azzardata: la storia recente ha dimostrato che quasi mai i candidati vice presidenti sono determinanti per la vittoria nei loro stati. Nel 2004, John Kerry perse in North Carolina, il paese del suo vice John Edwards; nel 2012, Mitt Romney perse in Wisconsin, da dove veniva Paul Ryan. Nel 1996, Jack Kemp non bastò al Repubblicano Bob Dole per vincere a New York, e nel 2000 Al Gore perse addirittura nel suo stato, il Tennessee. Secondo Patrick Murray, direttore del Monmouth University Polling Institute, l’ultimo vice presidente che ha assicurato la vittoria in uno stato fu Lyndon Johnson con il Texas nel 1960.

– Leggi anche: La candidatura di Kanye West non è seria, ma non è nemmeno uno scherzo

Le origini di Harris che contano non sono quelle californiane, bensì quelle indiane e giamaicane (e di conseguenza africane, da dove arrivavano gli schiavi neri deportati nei Caraibi). Il Partito Democratico non ha fatto grandi pressioni su Biden perché scegliesse una candidata non bianca, ma la sensibilità americana sulle questioni razziali, e specialmente tra i Democratici, avrebbero reso la scelta di una candidata bianca difficile da spiegare ai propri elettori. L’elettorato afroamericano – e in particolare le donne afroamericane – è considerato il segmento demografico più importante per i Democratici e per Biden, candidato bianco che, a differenza per esempio di Hillary Clinton, è molto popolare tra le minoranze.

Scegliere Harris è stato quindi un riconoscimento dell’importanza degli elettori afroamericani, che potrebbero essere determinanti nel voto di novembre, hanno scritto Jonathan Martin sul New York Times. Non basterà da solo, ma una scelta diversa avrebbe rischiato di compromettere il sostegno delle minoranze, che a Clinton infatti mancò in una porzione decisiva negli stati che determinarono la sua sconfitta.

Un discorso simile vale per il discorso di genere: la maggioranza degli elettori del Partito Democratico sono donne, e scegliere un vice maschio per un candidato maschio sarebbe stato sgradito alla base del partito. Non a caso, Biden aveva detto subito dopo avere ottenuto la nomination che avrebbe scelto una donna. Secondo Perry Bacon di FiveThirtyEight, è molto improbabile che ci sarà nel prossimo futuro un ticket Democratico composto da due maschi bianchi, e forse da due persone bianche in generale.

Oltre alle questioni etniche e di genere, è importante anche l’età. Biden ha quasi 78 anni, e se dovesse vincere le elezioni sarebbe il presidente degli Stati Uniti eletto in età più avanzata. In tanti mettono in dubbio la possibilità che, in caso di vittoria, possa poi ricandidarsi a un secondo mandato a 81 anni: e in quel caso, a scanso di sorprese Harris sarebbe la candidata Democratica favorita a succedergli. In questa ipotesi, quattro anni da vice darebbero una grandissima spinta alla carriera di Harris, in termini di autorevolezza ed esperienza. E anche in questo, la scelta di Harris soddisfa il requisito importante: una vice presidente che sia “presidenziale”, cioè che sia credibile come presidente.

Finora Trump e i Repubblicani hanno avuto una certa difficoltà ad attaccare Biden, faticando a individuare e colpire i suoi punti deboli. Per questo Harris potrebbe diventare un bersaglio di Trump, anche se per il momento non è chiaro come. Rispondendo a una domanda subito dopo l’annuncio di Biden, Trump ha detto che Harris era «la sua scelta numero uno», suggerendo che sia un avversario che sa come affrontare e screditare. Andando avanti, però, è stato piuttosto vago nelle critiche a Harris, cercando di descriverla come una candidata radicale su temi come tasse, sanità e sicurezza: accuse che però non sono molto credibili, come non lo sono state fin qui con Biden.