Una bambina nel giorno della riapertura della sua scuola a Montevideo, il 28 giugno (Ernesto Ryan/Getty Images)
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  • martedì 28 Luglio 2020

L’Uruguay se la sta cavando bene

Pochi abitanti, grandi spazi, investimenti nel sistema sanitario e interventi tempestivi stanno salvando fin qui un paese pericolosamente vicino al Brasile

Una bambina nel giorno della riapertura della sua scuola a Montevideo, il 28 giugno (Ernesto Ryan/Getty Images)

Venerdì scorso le autorità sanitarie dell’Uruguay che si occupano della gestione dell’epidemia da coronavirus nel paese hanno emesso un bilancio positivo sulla situazione, specificando però la necessità di non abbassare la guardia a seguito di un recente aumento dei casi. Per esprimere questo concetto l’ente ha usato una metafora calcistica: «Siamo ancora 0-0, ma stiamo soffrendo gli attacchi degli avversari».

Gli “attacchi” sarebbero un recente aumento dei casi: il 21 luglio sono stati registrati 32 nuovi positivi e il 23 ce n’erano 167 in tutto il paese, che sono pochi rispetto ai dati accertati da altri paesi del Sudamerica ma per l’Uruguay sono comunque i numeri più alti registrati da più di due mesi. Le autorità sanitarie hanno previsto un prossimo aumento del numero dei focolai nel paese e quindi la necessità di identificarli velocemente, isolando i positivi e le persone con cui sono entrati in contatto.

Molti giornali internazionali riconoscono che l’Uruguay ha saputo gestire bene la crisi finora, soprattutto rispetto ad altri paesi sudamericani come il Brasile o la Bolivia, riuscendo a contenere molto i danni sia alla sanità che all’economia. Al 27 luglio il paese aveva registrato in tutto 1.192 casi di contagio da coronavirus e 34 morti, mentre in Brasile alla stessa data c’erano oltre 2 milioni di casi confermati e più di 84mila morti. L’obiettivo dell’Uruguay è contenere la diffusione del virus senza dover arrivare alla necessità di imporre dure restrizioni alle libertà delle persone o addirittura un lockdown, misura che finora il governo è riuscito a evitare a differenza della maggior parte dei paesi del mondo.

Un recente articolo di Foreign Policy ha riassunto i motivi dei buoni risultati ottenuti dal paese, suggerendo innanzitutto che le condizioni iniziali fossero favorevoli. L‘Uruguay è poco più grande di mezza Italia, ma ha solo tre milioni e mezzo di abitanti: la densità di popolazione è quindi molto bassa. Inoltre, i governi degli ultimi dieci anni hanno costruito infrastrutture sanitarie e sociali stabili. A questi fattori si è sommata la tempestività delle misure preventive messe in atto dal governo.

Le misure preventive
L’Uruguay è uno dei paesi meno poveri del Sudamerica, e dove la popolazione ha accesso a servizi essenziali come acqua corrente, elettricità e connessione internet. Il sistema sanitario è stato potenziato, soprattutto nel settore dell’assistenza primaria. La legge prevede poi che in situazioni di emergenza la gestione del sistema sanitario passi dalle regioni al governo nazionale, permettendo maggior coordinamento e chiarezza di comunicazione in tutto il paese, che durante la pandemia si sono dimostrate risorse importanti.

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Il governo dell’Uruguay ha riconosciuto in fretta il rischio e si è mosso tempestivamente: già alla fine di febbraio, quando il contagio stava appena iniziando a diffondersi in Europa, aveva rinforzato gli ospedali pubblici e privati, e a inizio marzo aveva aumentato il numero di respiratori e di letti riservati alla terapia intensiva. Inoltre aveva iniziato a fare test su campioni casuali della popolazione, soprattutto nei settori in cui rischiavano maggiormente di diventare super diffusori, per esempio perché avevano interazioni frequenti col pubblico o perché maneggiavano oggetti che sarebbero stati toccati in breve tempo da molte persone.

Grazie a queste attenzioni il paese è riuscito a isolare in tempo i singoli individui malati e tracciare i loro spostamenti – l’Uruguay è uno dei pochi paesi a essere riusciti a identificare il “paziente zero”, cioè il primo malato sul territorio nazionale – senza mai arrivare a dover mettere in pratica un confinamento massivo della popolazione, come è avvenuto nella maggior parte degli altri paesi del mondo.

Le misure all’arrivo dell’epidemia
Quando a metà marzo sono stati riscontrati i primi casi di contagio, si è riusciti quindi a risalire velocemente al presunto paziente zero: una donna era tornata da un viaggio in Europa, dove aveva contratto il virus senza mostrare sintomi, e ignorando le istruzioni governative secondo cui avrebbe dovuto mettersi in autoisolamento al suo rientro era andata a un matrimonio con oltre 500 invitati, dove aveva contagiato almeno quattro persone.

Il 17 marzo, a pochi giorni dalla scoperta dei primi casi, è stata annunciata la chiusura delle scuole. Nei giorni seguenti il governo ha introdotto una serie di misure per contenere la diffusione del virus, che mostravano attenzione alle categorie più vulnerabili come gli anziani, i senzatetto e le donne a rischio di violenza. Inoltre, il governo ha chiesto agli uruguaiani di non uscire di casa se non strettamente necessario. Questo approccio ha caratterizzato tutta la gestione della crisi: il governo non ha mai imposto lo stato di lockdown come quello italiano, limitandosi a chiudere molte attività e emettere delle linee guida la cui eventuale violazione non dava luogo a sanzioni. Gli uruguaiani si sono per lo più attenuti alle linee guida, fidandosi del governo.

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Molti settori dell’economia uruguaiana non hanno subìto troppi danni. L’agricoltura – settore molto importante per il paese che esporta principalmente lana, manzo e legname – non si è mai fermata, permettendo con i suoi ricavi di compensare in parte l’elevata spesa sociale sostenuta dal paese.

I problemi
Il turismo, invece, che rappresenta quasi il 10 per cento del PIL e dà lavoro a 100mila persone, si è fermato. Il Fronte Ampio, partito di sinistra e d’opposizione uruguaiano che è stato al potere per dieci anni e ha promosso molte delle politiche sociali che hanno aiutato il paese ad affrontare la crisi in modo così efficace, ha criticato lo scarso sostegno del governo agli impiegati del settore turistico.

La cosa più problematica da gestire per l’Uruguay è la vicinanza con il Brasile, il secondo paese più colpito dalla pandemia al mondo. L’Uruguay ha chiuso le frontiere con il Brasile, ma esistono città, come Rivera, dove il confine è segnato solo da un cartello e tenere separate le due parti è impossibile. Proprio Rivera a giugno ha superato la capitale Montevideo per numero di contagi accertati, e in generale la maggioranza dei focolai uruguaiani recenti è avvenuta nei territori confinanti con il Brasile.

Nel caso di Rivera i governi di Uruguay e Brasile si sono impegnati a applicare le stesse misure in tutta la città, su entrambi i lati del confine, in modo da contenere la diffusione, ma i territori confinanti con il Brasile restano molti e sono ancora a rischio.