I cani possono aiutare l’archeologia

Lo sostiene un credibile studio croato, avendo usato alcuni cani per fiutare i resti di una necropoli di quasi tremila anni fa

Alcuni cani, in questo caso specifico non intenti ad aiutare l'archeologia (Dan Kitwood/Getty Images)
Alcuni cani, in questo caso specifico non intenti ad aiutare l'archeologia (Dan Kitwood/Getty Images)

Il fiuto notevole di alcuni cani è da tempo utilissimo all’uomo in molti contesti: per esempio ritrovare oggetti e persone smarrite e in certi casi cadaveri, a volte anche in fosse comuni di qualche decennio fa. Da qualche anno in diverse parti del mondo qualcuno si è spinto ancora più in là, e sta usando alcuni cani appositamente addestrati per individuare luoghi di sepoltura di secoli fa, per scopi archeologici.

In queste settimane hanno scritto dei cani usati in ambito archeologico per individuare resti umani sia il New York Times che il sito Sapiens, in un articolo poi ripreso dall’Atlantic e intitolato “I cani che fiutano le ossa di 5mila anni fa”. Gli articoli partono partono dalla pubblicazione – nel settembre 2019 sul Journal of Archaeological Method and Theory – di uno studio firmato da Vedrana Glavaš e Andrea Pintar: un’archeologa e la responsabile di un’attività che si è specializzata nell’addestramento di cani in grado di fiutare appunto cadaveri umani.

Glavaš e Pintar, entrambe croate, iniziarono a collaborare nel 2015, mentre Glavaš stava facendo ricerche su quella che riteneva poter essere una necropoli dell’Ottavo secolo avanti Cristo. Cercava aiuto e lo trovò in Pintar: «Andrea», ha detto, «aveva lavorato con la polizia a casi di omicidio di anche trent’anni fa e ci chiedemmo entrambe quanto indietro nel tempo sarebbe potuto arrivare l’olfatto dei suoi cani». Lo studio sostiene che i cani si dimostrarono in effetti in grado di fiutare dal terreno i resti umani di alcune migliaia di anni prima, alcuni dei quali a circa 50 metri di profondità. Dimostrandosi, secondo Glavaš, un’importante fonte di informazioni, al pari di altri metodi usati dagli archeologi come le fotografie aeree e l’utilizzo di immagini satellitari a infrarossi.

Per le loro ricerche, Glavaš e Pinter hanno usato cani pastore belgi, ma buoni risultati sembrano essere arrivati anche da pastori tedeschi usati in Svezia e da border collie e pastori australiani usati negli Stati Uniti.

Lo studio, in genere considerato ben fatto e attendibile, non dice cosa potrebbero aver fiutato i cani in quelle necropoli. Si sa per certo che i migliori tra i cani hanno un olfatto fino a 10mila volte migliore del nostro, e le ipotesi principali dicono, come spiegato da Sapiens, che i cani potrebbero fiutare piccole molecole di adipocera («un sottoprodotto della decomposizione») o piccole parti di alcuni esteri (composti presenti in diversi animali, ma che nell’uomo sembrano avere alcune peculiarità). È anche molto probabile che diversi altri fattori – primi fra tutti la temperatura e il tipo di terreno in cui si trovano i resti – possano avere un impatto nella creazione e nella conservazione di certe sostanze, e di conseguenza nella capacità canina di fiutarle.

Dalla pubblicazione dello studio di Glavaš e Pinter diversi archeologi si sono messi in contatto con loro per valutare eventuali collaborazioni ed è quindi possibile che nei prossimi anni arrivino maggiori e più chiare informazioni sull’efficacia dei cani nell’individuare resti di antiche civiltà. Intanto, Adee Schoon – esperto olandese del fiuto di diversi animali – ha detto al New York Times ritenere lo studio formalmente corretto e attendibile e di credere che i cani siano in effetti capaci, a certe condizioni, di fiutare resti umani anche vecchi diversi secoli, ma di ritenere comunque difficile poterli addestrare a individuarli, perché i cani sono «ottimi rilevatori di anomalie» ma non sempre sono in grado di individuare una sola anomalia in mezzo a tante. Schoon ha aggiunto inoltre che a volte sono proprio gli umani il “fattore limitante” nel fiuto dei cani, che in certi casi, ha detto lui, sembrano addirittura pensare: «Vuoi che faccia solo questo? Posso fare molto di più!».