Il primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong (EPA/MINISTRY OF COMMUNICATION)
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  • domenica 5 Luglio 2020

Le prevedibili elezioni di Singapore

Tra poco si vota per le elezioni anticipate, ma tanto vince sempre lo stesso partito: eppure non è una dittatura

Il primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong (EPA/MINISTRY OF COMMUNICATION)

Venerdì 10 luglio ci saranno le elezioni anticipate a Singapore, le prime in tutto il sudest asiatico dall’inizio della pandemia da coronavirus. Il voto è stato indetto dal primo ministro Lee Hsien Loong, che in un discorso televisivo tenuto martedì scorso ha spiegato il motivo delle elezioni anticipate, inizialmente fissate per l’aprile 2021. Lee ha sostenuto che fosse necessario dare l’incarico a un nuovo governo, in modo da garantirgli la legittimità e la forza necessarie per affrontare le numerose «incertezze esterne» a cui si troverà di fronte Singapore nei prossimi mesi, tra cui la crisi economica provocata dall’epidemia, le elezioni presidenziali americane e la crescente tensione tra Stati Uniti e Cina.

Il piano di Lee non è stato accolto bene dalle opposizioni, che da sempre a Singapore hanno enormi difficoltà a guadagnare spazio e potere politico.

Dalla sua indipendenza dalla Malesia, nel 1965, Singapore è sempre stato governato dallo stesso partito, il Partito di Azione Popolare (Pap), che elezione dopo elezione si è sempre garantito la stragrande maggioranza dei seggi in Parlamento, e non è mai sceso sotto il 60 per cento dei voti. La sua popolarità, ha scritto l’Economist, si è mantenuta soprattutto grazie alla competenza nel governare: per decenni, il Pap ha garantito una rapida crescita dell’economia nazionale senza rimanere coinvolto nei numerosi scandali che hanno invece riguardato molti partiti dei paesi vicini.

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Il dominio del Pap nel sistema politico di Singapore, comunque, non è dipeso solo da meriti propri del partito, ma anche da un sistema elettorale e di governo che ha fortemente penalizzato le opposizioni, limitando la loro capacità di vincere le elezioni. Per esempio, in molti collegi elettorali di Singapore ciascun partito è obbligato a presentare quattro o cinque candidati: chi vince poi si prende tutti i seggi. Il problema per molti partiti di opposizione è che per ciascun candidato c’è da pagare una somma abbastanza rilevante – migliaia di dollari – e i candidati devono essere sufficientemente noti da riuscire a conquistare molti voti. La stessa definizione geografica dei collegi non è realizzata da un organo indipendente: se ne occupano alcune agenzie che rispondono direttamente al primo ministro.

La Costituzione di Singapore, inoltre, prevede diversi casi in cui è possibile limitare la libertà di espressione, strumento a cui il Parlamento ha fatto più volte ricorso. E dalle ultime elezioni, il governo ha approvato una legge grazie alla quale può rimuovere i contenuti online che ritiene falsi.

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Con l’emergenza provocata dall’epidemia da coronavirus, che a Singapore è arrivata più tardi rispetto ad altri paesi del mondo, le possibilità per le opposizioni si sono ridotte ulteriormente. Per rispettare le nuove regole sul distanziamento fisico, il governo ha vietato gli assembramenti, e quindi anche i comizi elettorali, uno dei momenti in cui l’opposizione riusciva a prendersi più spazio e visibilità. Le campagne elettorali in televisione e in radio, inoltre, hanno moltissime restrizioni, applicate a tutti i partiti politici. Diversi membri del governo attuale, ed esponenti del Pap, hanno però sfruttato la possibilità di fare comunicazione sull’epidemia da coronavirus per raccontare quella che secondo loro dovrebbe essere l’azione del futuro governo: in pratica facendo campagna elettorale.

È anche per questo motivo che le opposizioni si erano opposte a tenere elezioni anticipate a luglio: volevano evitare che le molte restrizioni introdotte a causa del coronavirus condizionassero in negativo la loro campagna.

Nel corso degli anni l’effetto generale provocato dall’avere un sistema simile, ha scritto l’Economist, è stato scoraggiare le critiche al governo e la partecipazione di partiti politici che non fossero il Pap, cioè il partito che a meno di sorprese incredibili vincerà anche le prossime elezioni.

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