(AP Photo/Ee Ming Toh)
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  • martedì 21 Aprile 2020

A Singapore l’emergenza sta arrivando ora

Dopo due mesi in cui il coronavirus sembrava sotto controllo, sono emersi migliaia di nuovi casi nei dormitori dove vivono affollati i lavoratori stranieri

(AP Photo/Ee Ming Toh)

Il primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong, ha annunciato che la chiusura delle scuole e degli esercizi commerciali non essenziali che avrebbe dovuto concludersi a inizio maggio verrà prorogata fino al primo di giugno. Dopo che per due mesi i casi di contagio da coronavirus a Singapore erano rimasti molto contenuti, all’inizio di aprile il numero di persone infettate ha cominciato a crescere significativamente: nelle ultime due settimane i casi sono passati da 1.300 a più di 9mila.

La maggior parte dei nuovi infettati sono lavoratori migranti che vivono in dormitori affollati in condizioni ad alto rischio di contagio, che erano stati trascurati fino a questo momento. Insieme a quella di Taiwan e di Hong Kong, fino a inizio aprile la strategia di Singapore era stata una delle più apprezzate: il paese era riuscito a contenere il virus con un intervento tempestivo e mirato, ma senza imporre restrizioni rigide alla popolazione.

Il primo contagio accertato a Singapore risale al 23 gennaio. Per due mesi, fino al 20 marzo circa, il numero di casi totale è sempre rimasto inferiore a 300. A inizio aprile il numero di nuovi contagi ha cominciato a salire di centinaia ogni giorno, tanto che l’8 aprile il governo ha deciso di chiudere tutte le scuole e di imporre l’uso della mascherina in tutti i luoghi pubblici. La curva ha comunque continuato a salire: sono stati registrati 1.300 casi circa lo scorso weekend, 1.426 solo nella giornata di ieri e altri 1.111 oggi, per un totale di oltre 9mila casi in tutta l’isola.

Circa tre quarti delle persone infettate da coronavirus sono lavoratori a basso reddito provenienti soprattutto da India, Bangladesh e Cina, che vivono in dormitori affollati e in scarse condizioni igieniche. A Singapore, dove i cittadini sono circa 5 milioni, si calcola che viva un milione di stranieri.

Il numero dei contagi ha cominciato a crescere quando le autorità hanno cominciato a fare tamponi all’interno dei dormitori: per questo ci si aspetta che il numero salga ancora. A Singapore i lavoratori che vivono in dormitori affollati sono almeno 300mila, spesso anche in venti in un’unica stanza. In particolare i più colpiti sono gli impiegati nei lavori edili, che per mesi hanno continuato a lavorare entrando in contatto con altre persone che non vivono nei dormitori, ma che ora è diventato impossibile rintracciare.

Le cose da sapere sul coronavirus

Dormitori per lavoratori (Photo by Ore Huiying/Getty Images)

La settimana scorsa il ministro della Sanità, Gan Kim Yong, ha ammesso che i dormitori sono diventati un fronte fondamentale per la lotta alla COVID-19. Più della metà dei 43 dormitori istituzionali ha riportato casi di coronavirus: molti sono stati isolati e agli abitanti è stato impedito di uscire per due settimane. A parte i circa 7mila lavoratori che sono stati lasciati fuori dai dormitori perché lavorano in servizi ritenuti essenziali, quasi tutti gli altri sono stati costretti in quarantena in stanze anguste e spesso in condizioni igieniche e sanitarie critiche, senza WiFi e aria condizionata né la possibilità di uscire se non per andare in bagno due volte al giorno.

Alcune analisi sostengono che i primi casi tra i lavoratori stranieri fossero stati segnalati già a febbraio, ma che non fossero stati presi provvedimenti particolari. Inizialmente infatti l’attenzione del governo era rivolta soprattutto a impedire che il virus arrivasse da fuori. I lavoratori che vivono nei dormitori inoltre riescono difficilmente a ottenere la cittadinanza e per questo non rientrano nella rete di assistenza sociale dello stato, anche se possono accedere ai servizi essenziali della sanità pubblica. A inizio aprile Josephine Teo, ministra del Lavoro, aveva detto che non c’era ragione di considerare il rischio di contagio nei dormitori diverso da quello di contrarre il virus in una qualunque casa.

Secondo Rachel Chhoa-Howard di Amnesty International, i rischi per la salute nei dormitori affollati sono molto più alti che in normali abitazioni, e il fatto che questo non sia stato preso in considerazione in modo tempestivo ha portato all’attuale aumento delle infezioni.

Il primo ministro Lee Hsien Loong ha detto che ci vorrà tempo per interrompere la catena di contagi nei dormitori, e che fortunatamente la maggior parte dei lavoratori che ci vivono sono giovani e per questo manifestano sintomi lievi. Per il momento il tasso di letalità del coronavirus a Singapore è molto basso: le persone morte di COVID-19 sono in tutto 11, e gli ospedali non sono in difficoltà.

Singapore non è il solo paese in Asia a star facendo i conti con un “innalzamento tardivo” della curva dei contagi. Anche in Giappone, dopo mesi in cui sembrava che il numero dei contagi fosse sotto controllo, a metà aprile sono state introdotte misure più severe per contenerne la crescita. Sul New York Times, Hannah Beech ha scritto che il fatto che il virus si sia diffuso così facilmente anche in una piccola isola rigidamente controllata come Singapore dovrebbe fare capire quanto sarà difficile per gli Stati Uniti, l’Europa e il resto del mondo tornare alle abitudini di prima senza rischiare un nuovo picco della curva dei contagi.