Khalifa Haftar (AP Photo/Thanassis Stavrakis, File)
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  • sabato 6 Giugno 2020

Haftar ha perso in Tripolitania

Il maresciallo libico appoggiato dalla Francia ambiva a prendere il controllo di tutta la Libia, ma ha subìto una sconfitta dietro l'altra: e ora ha dovuto rinunciare all'assalto a Tripoli

Khalifa Haftar (AP Photo/Thanassis Stavrakis, File)

Venerdì le forze fedeli al maresciallo libico Khalifa Haftar hanno subìto l’ennesima sconfitta nell’ovest della Libia, cioè nella regione della Tripolitania: hanno perso il controllo di Tarhouna, città un centinaio di chilometri a sudest della capitale Tripoli, riconquistata piuttosto facilmente dalle milizie che combattono per Fayez al Serraj, capo dell’unico governo libico riconosciuto dall’ONU. Quella a Tarhouna è stata l’ultima di una serie di sconfitte subite nelle ultime settimane dalle milizie di Haftar nell’ovest della Libia. I miliziani sono stati costretti a ritirarsi verso est – cioè verso la Cirenaica, controllata da Haftar – di fatto mettendo fine all’offensiva militare contro Tripoli, iniziata per volontà dello stesso maresciallo ad aprile dello scorso anno.

«Tutta la regione occidentale con l’eccezione della città di Sirte è ora sotto il nostro controllo», ha detto al Financial Times Sayed al Majey, portavoce delle forze del governo di accordo nazionale, guidato da Serraj: «La battaglia ora sarà a Sirte alle infrastrutture petrolifere» ancora sotto il controllo di Haftar.

Le sorti della guerra, fino a qualche mese fa favorevoli ad Haftar, sono cambiate con l’intervento della Turchia, annunciato all’inizio dell’anno. Il governo turco ha mandato in Libia propri soldati e circa 3mila miliziani siriani che combattevano a fianco delle forze turche nel nord della Siria, oltre che droni armati da usare contro le difese aeree nemiche. Nonostante l’invio di militari e armi, erano pochi gli analisti e i diplomatici a credere che l’intervento turco potesse cambiare così rapidamente l’andamento della guerra, soprattutto perché anche lo schieramento di Haftar poteva contare su ampi appoggi esterni, come quello di Russia, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Francia.

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La conquista di Tarhouna da parte di Serraj significa sostanzialmente il fallimento dell’operazione militare di Haftar contro Tripoli. Tarhouna, infatti, era usata dalle milizie di Haftar come base per l’assedio alla capitale.

È difficile però prevedere cosa succederà ora sul terreno di battaglia: se dovessero spostarsi troppo verso est, le milizie di Serraj potrebbero soffrire gli stessi problemi che hanno afflitto le forze di Haftar negli ultimi mesi, tra cui il rischio di allontanarsi troppo dal proprio centro di potere, perdendo così forza militare e rendendo vulnerabili le rotte per i rifornimenti al fronte.

Un miliziano fedele a Serraj festeggia la vittoria a Tarhouna (Mahmud TURKIA / AFP)

Questa settimana Haftar e Serraj hanno accettato di iniziare nuovi colloqui di pace organizzati dall’ONU. Anche sui colloqui, tuttavia, ci sono parecchie incertezze, soprattutto perché sembrano esserci poche possibilità di successo senza l’approvazione dei molti paesi che sono coinvolti in una maniera o nell’altra nella guerra in Libia.

Per il momento è sembrata molto favorevole all’inizio di nuovi colloqui la Francia, che da tempo viene criticata dal resto dell’Unione Europea per il suo appoggio ad Haftar. L’entusiasmo della Francia verso i negoziati, ha scritto Politico, è però stato accolto con diffidenza da molti. Tarek Meferisi, analista ed esperto di Libia per il think tank European Council on Foreign Relations, ha detto: «La domanda sulla bocca di tutti è: la Francia si sta comportando così perché ha paura che Turchia e Russia si dividano la Libia tra loro, escludendola, o perché sta cercando di salvare la sua immagine e arrivare a un cessate il fuoco prima che Haftar perda del tutto?».

Le reali intenzioni della Francia, così come quelle degli altri stati coinvolti, saranno centrali nel determinare il successo o il fallimento dei colloqui di pace. Intanto, nonostante l’embargo sulla vendita di armi alla Libia, imposto dall’ONU nove anni fa e definito oggi per lo più una farsa, la guerra libica continuerà a essere alimentata dall’arrivo di miliziani e armi provenienti dai paesi stranieri, che almeno per ora non sembrano intenzionati a rinunciare alle proprie ambizioni.

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