Edifici incendiati su Venice Boulevard, il 30 aprile. (AP Photo/Paul Sakuma)
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  • mercoledì 3 Giugno 2020

Cosa furono le rivolte di Los Angeles del 1992

Anche in quel caso furono causate da un video delle violenze della polizia su un afroamericano, ma andarono molto diversamente

Edifici incendiati su Venice Boulevard, il 30 aprile. (AP Photo/Paul Sakuma)

Le grandi e sentite proteste di questi giorni che hanno seguito la morte di George Floyd, un 46enne afroamericano ucciso da un agente di polizia di Minneapolis durante un arresto violento, sono le ultime di una lunga serie negli Stati Uniti, un paese dove il razzismo e le discriminazioni nei confronti degli afroamericani sono ancora scritte nelle leggi e rese sistematiche dal sistema sociale ed economico. L’ultima volta che nella città di New York era stato imposto il coprifuoco, come in questi giorni, era il 1943 e un agente di polizia bianco aveva ucciso un afroamericano, provocando una rivolta a Harlem. Una delle più importanti e drammatiche, ricordata più volte in questi giorni, fu quella dell’aprile del 1992 a Los Angeles: durò sei giorni, durante i quali interi quartieri furono trasformati in zone di guerra, e morirono più di 60 persone e oltre duemila rimasero ferite.

Un incendio tra la 67th Street e West Boulevard, il 29 aprile 1992. (AP Photo/Paul Sakuma)

Anche le rivolte di Los Angeles scoppiarono per un episodio di abuso di potere e razzismo della polizia. Il LAPD, il dipartimento di polizia della città, aveva una storia di discriminazioni e abusi sistematici nei confronti della popolazione afroamericana della città, come del resto quelli della maggior parte delle grandi città statunitensi. Ma di tutti i dipartimenti di polizia violenti e razzisti degli Stati Uniti, quello di Los Angeles, il LAPD, era notoriamente il peggiore.

Un anno prima, nel marzo del 1991, un tassista di nome Rodney King stava guidando insieme a due passeggeri sulla Foothill Freeway, di Los Angeles, quando tirò dritto a un posto di blocco della polizia. Iniziò un inseguimento che andò avanti per oltre dieci chilometri, e si concluse solo quando altre auto della polizia intervenute come rinforzi riuscirono a bloccare la strada a King. I due passeggeri furono fatti salire su una volante, e cinque agenti si avvicinarono a King: non è chiaro cosa successe nelle prime fasi dello scontro, ma King fu prima colpito due volte con un taser, e poi accerchiato dagli agenti che cercarono di ammanettarlo. Un poliziotto disse che King sembrava armato e sotto l’effetto di fenciclidina, una droga molto diffusa in quel periodo, e che resistette all’arresto. I cinque agenti accerchiarono King e lo bastonarono violentemente con i manganelli, mentre era indifeso per terra.

Sorprendentemente l’intera scena fu ripresa da un uomo che viveva lì davanti. Il filmato finì su tutte le televisioni, e diventò probabilmente il primo video virale che rappresentava il pestaggio di un afroamericano da parte della polizia: una scena che avveniva costantemente in tutto il paese, senza che nessuno o quasi lo venisse a sapere. Quella volta fu diverso, e il video del pestaggio di King diventò un caso mediatico provocando reazioni indignate da parte dei leader della comunità afroamericana e da politici e attivisti progressisti. Diventò il simbolo dei soprusi e del razzismo della polizia di Los Angeles, denunciati da anni da artisti e attivisti neri.

Quattro degli agenti coinvolti furono indagati, e il loro processo fu seguito da tutti i giornali e le televisioni. Nella giuria, che nei processi americani viene scelta con molte trattative e compromessi tra la difesa e l’accusa, non c’erano neri: nove giurati erano bianchi, uno era ispanico, uno asiatico e soltanto uno aveva il padre afroamericano. Il 29 aprile 1992, dopo sette giorni di discussioni, la giuria assolse tre agenti, e non raggiunse l’unanimità sul quarto.

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Fu quel verdetto, e non direttamente il pestaggio di King, a provocare le rivolte di Los Angeles, che in mezzo a tutte le similitudini con quelle di questi giorni avevano anche alcune importanti differenze. Quella volta si concentrarono nei quartieri della zona a sud e a ovest del centro di Los Angeles, tra Inglewood e Koreatown, abitati prevalentemente da afroamericani e ispanici e tra i più poveri della città, questa volta si stanno svolgendo in zone più ricche e bianche, come Hollywood e Beverly Hills.

Un supermercato saccheggiato su Vermont Avenue, il 30 aprile. (AP Photo/Reed Saxon)

«È una differenza importante che queste situazioni non stiano succedendo nelle comunità nere», ha spiegato al New York Times Patrisse Cullors, attivista e co-fondatrice del movimento Black Lives Matter. Gli organizzatori delle proteste hanno voluto portarle nelle zone della città abitate e frequentate dalle persone che normalmente non vivono gli abusi e le discriminazioni della polizia. Mentre i ricchi quartieri della parte ovest di Los Angeles erano in fiamme, in questi giorni South Los Angeles è stata un posto piuttosto tranquillo.

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Un’altra differenza è che le proteste di questi giorni hanno coinvolto persone di etnie diverse: se i protagonisti e gli animatori sono stati gli afroamericani, hanno partecipato anche ispanici, asiatici e bianchi. Nel 1992, a causare molte delle vittime furono le violenze interetniche che si svilupparono: tra ispanici e afroamericani, ma anche tra i coreani di Koreatown e gli afroamericani. Queste comunità, vittime da decenni di povertà e discriminazioni, avevano sviluppato forti ostilità e tensioni reciproche che trovarono uno sfogo violento in quei giorni.

Oggi la situazione è molto cambiata: un sondaggio periodico condotto tra gli abitanti di Los Angeles ha rilevato che la percentuale di persone che ritengono che le etnie diverse vivano meglio tra loro cresce costantemente. Tra il 1997 e il 2017 è passata dal 37 per cento al 76 per cento.

Un centro commerciale incendiato nel 1992. (AP Photo/Paul Sakuma)

Le violenze viste in questi giorni non si sono nemmeno avvicinate a quelle del 1992, che culminarono il 29 aprile, quando l’autista di camion Reginald Denny stava percorrendo Florence Avenue, un’importante strada di Los Angeles, per raggiungere una fabbrica nel quartiere di Inglewood. Denny, che era bianco e aveva 36 anni, non aveva l’autoradio sul suo camion e non sapeva niente di quello che stava succedendo intorno a lui. Mentre stava attraversando l’incrocio con Normandie Avenue, delle persone tirarono delle pietre contro il suo parabrezza e gli urlarono di fermarsi. Lui lo fece e due uomini afroamericani lo tirarono giù di forza dall’abitacolo, prima di prenderlo a calci e a martellate. Provò a rialzarsi, ma uno dei due uomini lo colpì alla testa con un pezzo di mattone, fratturandogli il cranio in 97 punti e lasciandolo svenuto per terra. I due uomini gli rubarono il portafogli e gli sputarono, un altro rubò una borsa dal suo camion e un altro ancora tirò un calcio a Denny quando provò a rialzarsi.

Le immagini sono molto violente.

Due uomini e due donne afroamericani che vivevano lì vicino, Bobby Green, Lei Yuille, Titus Murphy e Terri Barnett, stavano guardando la televisione a casa quando videro in diretta quello che stava succedendo a Denny. Uscirono e raggiunsero in fretta l’incrocio tra Florence e Normandie: arrivati, aiutarono Denny a salire sul camion e lo guidarono fino a un ospedale a Inglewood. Oltre alle fratture al cranio, Denny aveva subito danni al cervello e un occhio gli si era dislocato dall’orbita, ma riuscì a salvarsi. L’attacco a Reginald Denny ebbe un enorme impatto mediatico, perché era avvenuto in diretta televisiva, e divenne il simbolo delle rivolte di Los Angeles del 1992.

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Le rivolte di Los Angeles arrivavano da lontano: le cause principali erano le difficoltà e la precarietà della vita degli afroamericani nelle grandi città americane, dove vivevano spesso in condizioni di estrema povertà, confinati in ghetti squallidi, degradati e quasi sempre dimenticati dalle amministrazioni cittadine, e trattati con metodi violenti e razzisti dalla polizia. La “guerra alla droga” condotta dall’amministrazione di Ronald Reagan negli anni Ottanta aveva portato a una repressione sommaria e poco lungimirante di quella che era una delle attività principali tra i giovani neri che vivevano nei ghetti americani, abituandoli fin da piccoli al conflitto con la polizia, al carcere e all’antagonismo verso il sistema.

La polizia ferma il traffico su Vermont Avenue, il 30 aprile. (AP Photo/Nick Ut)

I movimenti per i diritti civili degli anni Sessanta avevano raggiunto obiettivi importanti in questo senso, ma all’inizio degli anni Novanta la speranza che avevano suscitato nella comunità afroamericana si era esaurita, ed era stata sostituita da rabbia e nichilismo di fronte a una sistematica violazione dei diritti compiuta dalle autorità della maggior parte delle grandi città americane. La solidarietà dei giovani bianchi con la comunità afroamericana, che era stata molto diffusa e concreta negli anni Sessanta, era diventata molto più tiepida. Il consumo di droga, e soprattutto di crack, aveva coinvolto più gravemente proprio i neri, causando insieme ad altre cause un forte aumento del tasso di omicidi tra gli afroamericani.

Le prime segnalazioni di violenze dopo il verdetto di assoluzione per i poliziotti del LAPD arrivarono dalla zona dell’incrocio tra Florence e Normandie, dove ore più tardi sarebbe stato aggredito Denny: alcuni giovani entrarono in un negozio di liquori e rubarono delle bottiglie, ferendo il proprietario. Gli agenti che intervennero se ne andarono poco dopo, e nel frattempo lo storico sindaco di Los Angeles Tom Bradley, Democratico e afroamericano, che rimase in carica dal 1973 al 1993, fece un commento sul verdetto, definendo un crimine l’aggressione di King e invitando i cittadini alla calma.

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Un poliziotto presidia l’incrocio tra la Ninth Street e Vermont Avenue , il 30 aprile 1992. (AP Photo/David Longstreath)

Tra le cinque e le sei di pomeriggio la polizia ricevette altre segnalazioni di violenze in altre zone di South Los Angeles: soprattutto esponenti delle gang locali avevano iniziato a tirare pietre alle auto e a devastare i negozi. Intervennero pattuglie della polizia, ma in alcuni casi ci furono resistenze agli arresti e scontri. La situazione più grave però si stava sviluppando all’incrocio tra Florence e Normandie, dove la folla acquistò coraggio dopo che la polizia si era sostanzialmente ritirata, e continuò e intensificò le devastazioni. Daryl Gates, capo della polizia di Los Angeles, disse ai giornalisti che la polizia stava gestendo la situazione con calma e professionalità, e se ne andò a una cena di beneficenza. Ma fin dai primi momenti apparve evidente l’impreparazione della polizia, che non aveva preso precauzioni per un eventuale verdetto di assoluzione. Una larga parte dei capitani di polizia stava poi partecipando al primo giorno di un seminario a Ventura, qualche decina di chilometri a nord della città.

Tra le sei e le sette, la situazione precipitò: prima di Denny, un altro autista di camion di nome Larry Tarvin era stato aggredito mentre percorreva Florence Avenue. Con la trasmissione in diretta dell’aggressione a Denny, diventò evidente che non erano proteste che sarebbero finite da sole e nel giro di qualche ora. Fidel Lopez, un operaio guatemalteco, fu tirato fuori dal suo furgone, picchiato brutalmente e derubato, e venne salvato da Bennie Newton, un reverendo afroamericano che si mise tra lui e gli aggressori.

Un gruppo di persone arrestate durante le rivolte del 1992. (AP Photo/Nick Ut)

Gates tornò alla centrale di comando di polizia tra le otto e mezza e le nove, ma il coordinamento con l’amministrazione cittadina fu lento, oltre che tardivo, perché tra Bradley e Gates c’erano pessimi rapporti. Il governatore della California Pete Wilson, su richiesta di Bradley, richiamò duemila riservisti della Guardia Nazionale perché intervenissero, e la polizia bloccò un’uscita dell’autostrada per impedire agli automobilisti e ai motociclisti di entrare nella zona di South Los Angeles: l’accesso alla zona continuò comunque da molte altre strade.

Nel frattempo erano stati incendiati diversi edifici, e un gruppo di manifestanti che si erano radunati fuori dal Parker Center, sede centrale della polizia di Los Angeles, riuscì a sfondare un cordone di polizia e a dirigersi verso il Civic Center, la sede centrale dell’amministrazione della città e dello stato. Sulla strada la folla devastò auto ed edifici, e sparò colpi di pistola verso i vigili del fuoco che stavano provando a spegnere gli incendi.

Bradley decise di istituire il coprifuoco nella zona delle rivolte, ma il giorno successivo South Los Angeles sembrava un campo di battaglia: le devastazioni, gli incendi e i saccheggi erano andati avanti per tutta la notte, senza che la polizia avesse potuto intervenire. Fu sospeso il servizio di autobus in tutta la città, le consegne postali nella zona delle rivolte, le scuole furono chiuse, molti lavoratori rimasero a casa e furono annullati i principali eventi sportivi, compresi i playoff NBA, che nei giorni successivi vennero spostati in altre città.

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In alcuni quartieri di South Los Angeles i rappresentanti locali dei Bloods e dei Crips, le due storiche e potenti gang che controllavano i quartieri afroamericani della città, si riunirono per stipulare una pace temporanea. Alle rivolte parteciparono anche centinaia di ispanici, una minoranza che era ancora meno integrata degli afroamericani nella cultura popolare americana, e alla quale venivano riservate molte meno attenzioni nonostante le discriminazioni subite. Ma se in qualche modo le rivolte unirono le due minoranze, tra gli afroamericani c’era una diffusa ostilità nei confronti degli ispanici, che negli ultimi anni avevano cominciato a trasferirsi nei quartieri neri, più economici degli altri.

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Un negozio saccheggiato. (AP Photo/Akili-Casundria Ramsess, file)

La vera guerra tra minoranze che era in corso da anni, però, era quella tra la comunità afroamericana e quella asiatica, e in particolare quella coreana, che viveva soprattutto a Koreatown, un quartiere poco a nord dell’epicentro delle rivolte. L’avversione degli afroamericani verso i nuovi immigrati, alla quale la comunità coreana reagì soprattutto con chiusura e ostilità, fu aggravata pochi giorni dopo il pestaggio di King dall’omicidio da parte di un negoziante coreano di una giovane ragazza afroamericana che stava rubando un succo di frutta. Per questo, quando scoppiarono le rivolte, Koreatown fu tra le zone più devastate, e i negozianti coreani i bersagli più colpiti dai manifestanti afroamericani. La polizia trascurò i presidi a Koreatown, e per questo le organizzazioni di quartiere e i negozianti decisero di difendersi da soli: persone armate si piazzarono sui tetti e cominciarono a sparare a chi si avvicinava per saccheggiare i negozi.

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Due uomini coreani sul tetto di un edificio con dei fucili, il 30 aprile. (AP Photo/John Gaps III)

Nel pomeriggio del 30 aprile fu finalmente schierata la Guardia Nazionale, e il coprifuoco fu esteso a tutta la città. Bradley decise di sospendere la vendita di benzina nelle taniche, e quella di munizioni: ma alcuni negozi di armi erano già stati svaligiati. Le devastazioni e i saccheggi proseguirono comunque, e le televisioni trasmisero in diretta delle sparatorie. Intervennero per esortare alla calma il presidente George H. W. Bush e Bill Cosby, tra gli altri. Il terzo giorno di rivolte, il primo maggio, fece il suo primo appello pubblico anche Rodney King: in mezzo al rumore delle sirene e degli elicotteri, in lacrime e in diretta nazionale, chiese: «Vorrei solo dire, possiamo andare d’accordo? Possiamo andare d’accordo?».

Ai riservisti della Guardia Nazionale si aggiunsero circa duemila soldati, mentre cominciarono i primi processi alle persone arrestate, che erano già seimila. Il due maggio si tenne una marcia per la pace organizzata in solidarietà con i negozianti di Koreatown, a cui parteciparono circa 30mila persone. Il giorno successivo il reverendo Jesse Jackson, il più popolare e rispettato attivista e politico afroamericano degli anni Ottanta, incontrò i leader della comunità coreana e attraversò le strade in cui era in corso la rivolta per chiedere ai manifestanti di fermarsi.

A partire da domenica 3 maggio, le rivolte cominciate il mercoledì precedente cominciarono a placarsi, anche se ci furono ancora saltuari saccheggi e sparatorie. Il numero esatto delle persone morte nelle rivolte è sconosciuto, ma le indagini del Los Angeles Times le hanno stimate in 63. Di queste, più di 30 sono state uccise in sparatorie, dieci delle quali direttamente dalla polizia o dalla Guardia Nazionale. Altri sei morirono negli incendi, e gli altri per percosse, accoltellamenti o incidenti d’auto. 11mila persone erano state arrestate, quasi quattromila edifici avevano subito incendi, decine di negozi erano stati saccheggiati e danneggiati e i danni totali furono stimati in un miliardo di dollari.

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L’interno di un supermercato saccheggiato, il 30 aprile 1992. (MIKE NELSON/AFP/Getty Images)

Tra il 1992 e il 1993 due degli agenti coinvolti nel pestaggio di Rodney King, Stacey C. Koon e Laurence M. Powell, furono condannati a due anni e mezzo di carcere dopo un processo di appello. Damian Monroe Williams, il principale responsabile dell’aggressione a Reginald Denny, fu condannato a dieci anni. La comunità coreana fu tra quelle più colpite dalle rivolte, ma in generale l’area di South Los Angeles subì perdite gravissime, e ci vollero anni prima che gli edifici distrutti fossero interamente ricostruiti.

A contribuire a calmare le rivolte del 1992 ci fu l’annuncio da parte di Bradley di un grande piano per ricostruire e investire nelle zone di Los Angeles devastate, e contemporaneamente portare lavoro e riqualificazione. Si chiamava Rebuild Los Angeles (RLA) e consisteva tra le altre cose in vari incentivi perché le aziende si stabilissero a South Los Angeles. Ma con l’eccezione di qualche piccolo successo iniziale, fu un fallimento e presto si scoprì che gran parte del budget era stato speso per costi amministrativi, invece che per le operazioni di riqualificazione.