(Andrew Burton/Getty Images)
  • Mondo
  • sabato 16 Maggio 2020

Manhattan potrebbe essere stravolta dal lavoro da casa

Molte aziende pensano di adottarlo indipendentemente dal coronavirus, con grosse conseguenze su bar, ristoranti, negozi e affittuari, e i servizi pubblici garantiti dalle tasse

(Andrew Burton/Getty Images)

Le restrizioni prese in tutto il mondo per contenere il coronavirus hanno portato milioni di persone a lavorare da casa: la conseguenza è che molte grosse aziende si sono accorte di quanto questa soluzione possa essere conveniente. Twitter, per esempio, ha detto che i suoi dipendenti, se lo vorranno, potranno continuare a lavorare da casa «per sempre», Facebook e Google hanno esteso il lavoro da casa fino alla fine dell’anno, con l’idea che molti non torneranno più in ufficio. È una decisione, spiega il New York Times, che potrebbe cambiare radicalmente alcune città, a partire da New York e il suo quartiere di Manhattan – che concentra sedi di grandi uffici, banche, società di investimento – con grandi conseguenze sul settore immobiliare, sui ristoranti, sui bar e sui negozi che dipendono dagli impiegati degli uffici per sopravvivere.

Da anni periodicamente salta fuori la discussione sul fatto che il settore degli uffici di Manhattan stia per crollare. La discussione si è intensificata soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, quando si pensava che nessuno avrebbe voluto lavorarci di nuovo. Alla fine una vera e duratura crisi non c’è mai stata, ma molti alti dirigenti di banche e aziende sono convinti che stavolta sarà diverso.

Per prima cosa, non è chiaro quando sarà possibile tornare sul posto di lavoro in sicurezza: gli uffici potrebbero restare deserti per mesi, facendo perdere molti soldi in affitti inutili. Negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione ha raggiunto il livello più alto dai tempi della Grande Depressione, molte aziende si trovano in difficoltà economiche e hanno intenzione di tagliare dove possibile, a partire dagli affitti. Ed è difficile pensare che gli uffici liberati possano trovare facilmente nuovi inquilini.

– Leggi anche: Nello stato di New York si comincia a riaprire

Le tre banche Barclays, JP Morgan Chase e Morgan Stanley sono tra i principali affittuari di Manhattan: hanno un totale di 20mila impiegati e affittano 930mila metri quadrati di uffici a New York. Hanno già deciso che probabilmente non tutti i loro dipendenti torneranno in ufficio, anche una volta rientrata la crisi del coronavirus. In una recente mail ai dipendenti JP Morgan Chase, che nel 2019 era stato il più grande affittuario di uffici a New York, ha detto che l’azienda stava decidendo quanti sarebbero potuti tornare in ufficio; negli ultimi mesi più di 180 mila impiegati della banca in tutto il mondo hanno lavorato da casa. Jes Staley, direttore esecutivo di Barclays, pensa che «chiudere 7.000 persone in un palazzo potrebbe essere un’idea del passato». Barclays sta immaginando di usare più spesso il lavoro da remoto; alcuni impiegati potrebbero presentarsi di persona solo se richiesto.

– Leggi anche: La volta che la polizia di Philadelphia bombardò i suoi cittadini

Anche la società di ricerca Nielsen sta facendo delle valutazioni simili: i suoi 3.000 impiegati non saranno più in ufficio a tempo pieno ma lavoreranno da casa buona parte della settimana. Warren Buffett, presidente di Berkshire Hathaway, una delle più grandi holding al mondo, pensa che il lavoro da remoto sarà sempre più adottato dalle aziende e che «molte persone hanno capito che possono lavorare da casa». Come riassume Jed Walentas, direttore dell’agenzia immobiliare Two Trees Management, «se hai due milioni e mezzo di persone che stanno a Brooklyn, perché dovrebbe essere razionale o efficiente che tutte si affannino per andare al lavoro a Manhattan ogni giorno? Questo era quello che facevamo prima, ma ora non sembra razionale».

(Andrew Burton/Getty Images)

L’altra faccia della medaglia è il rischio che gli uffici vuoti trascinino con sé il sistema che si reggeva grazie a chi li occupava. Le tasse derivate dagli affitti, per cominciare, rappresentano circa un terzo delle entrate della città di New York e aiutano a pagare servizi base come la polizia, il ritiro della spazzatura e la manutenzione delle strade. Poi vanno considerati i mezzi di trasporto e soprattutto negozi, bar, ristoranti e alimentari che pullulano nelle zone attorno agli uffici, e tutti i posti di lavoro dei loro dipendenti.

– Leggi anche: Come cercano le sneakers su internet i veri appassionati

Uno dei quartieri che si regge su questo equilibrio è Chinatown: attira molti turisti ma sopravvive grazie ai ristoranti e ai negozi frequentati dagli impiegati del vicino distretto finanziario, dei tribunali e degli uffici del Comune. «Non è esagerato dire che non sappiamo se Chinatown sarà ancora qui quando usciremo da questa storia», ha detto al New York Times Jan Lee, che è proprietario di due edifici del quartiere, tra cui uno acquistato da suo nonno nel 1924. Uno dei suoi tre affittuari, un negozio di cosmetici, non gli paga l’affitto da gennaio, gli altri due non gli hanno pagato quello di maggio. Lee deve versare 250 mila dollari di tasse di proprietà entro il primo luglio e non è in grado di farlo. Prima delle restrizioni, il bistrot franco-malese Aux Epices, sempre a Chinatown, serviva 50 persone a pranzo; ha riaperto venerdì offrendo il servizio d’asporto, ma non si è presentato nessuno.

I proprietari degli immobili che ospitano gli uffici – tra cui due dei più grandi della città, il Vornado Realty Trust e l’Empire State Realty Trust – sono ancora fiduciosi che dopo la crisi le aziende daranno più peso alla comunicazione di persona, considerato l’isolamento sopportato da molti lavoratori dopo l’inizio delle restrizioni a marzo. Molti di loro, intervistati dal New York Times, condividono l’opinione che il lavoro da casa sarà più diffuso ma che l’interazione di persona in ufficio non scomparirà del tutto.

Anthony E. Malkin, direttore esecutivo di Empire State Realty Trust, che possiede l’Empire State Building e altri otto edifici a Manhattan, è convinto che il fascino di New York attirerà nuove industrie, soprattutto del settore tecnologico, e un nuovo desiderio di uffici. Secondo Malkin «l’assenza di contatto sociale che le persone vivono oggi non è sostenibile. Puoi pagare l’affitto da casa? Puoi svolgere un compito da casa? Sì. Ma puoi funzionare come una squadra da casa? È davvero complicato».

Alcune aziende, infine, stanno cercando di immaginare il modo di lavorare del futuro, indipendentemente dalle preoccupazioni sanitarie e dal costo degli affitti. Small Planet, una piccola azienda di software di Brooklyn, pensa di far lavorare da casa metà dei suoi dipendenti anche dopo la riapertura. Il suo direttore esecutivo, Gavin Fraser, è convinto che il coronavirus abbia semplicemente velocizzato delle tendenze già in atto, facendo scoppiare degli aspetti che non funzionavano nel sistema: «il mondo sarà diverso quando usciremo dalla quarantena, le nostre abitudini e il modo in cui usiamo gli uffici saranno completamente diversi. Ci sono volute le restrizioni per accelerare quelle tendenze».

Non ci sono dati, infine, su cosa pensino gli impiegati, la cui vita potrebbe essere, alla lunga, stravolta da queste decisioni: se preferiscano, cioè, andare in ufficio per concentrarsi meglio e per avere interazioni sociali o se preferiscano lavorare comodamente dove vogliono, senza perdere tempo sui mezzi pubblici e mangiare pasti preconfezionati del supermercato.

(Christopher Furlong/Getty Images)