Persone con la mascherina per le strade di Seul, 6 maggio 2020 (Chung Sung-Jun/Getty Images)
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  • venerdì 15 Maggio 2020

In Corea del Sud la gestione dell’epidemia sta creando problemi alle persone omosessuali

Dopo alcuni contagi nei locali gay di Seul, il tracciamento e il monitoraggio stanno causando timori e nuove stigmatizzazioni

Persone con la mascherina per le strade di Seul, 6 maggio 2020 (Chung Sung-Jun/Getty Images)

Fino all’inizio di maggio, la Corea del Sud aveva fatto registrare una diminuzione del numero di nuovi casi positivi giornalieri al coronavirus, dimostrando di essere un modello per diversi altri paesi. Negli ultimi giorni però c’è stato un incremento di contagi, legati a un uomo che nella notte tra l’1 e il 2 maggio era stato nel quartiere Itaewon della capitale, Seul, dove si trovano alcuni tra i più popolari gay club della città.

La ricostruzione della catena dei contatti dell’uomo, complicata dal fatto che molti clienti dei club hanno lasciato informazioni false all’entrata, unita alla politica aggressiva di “contact tracing”, alla conseguente violazione della privacy delle persone e alle misure decise dal sindaco di Seul per contenere il contagio, stanno avendo gravi conseguenze sulle persone LGBTQI, in un paese come la Corea del Sud che è ancora molto conservatore sui temi sociali e in cui molte persone nascondono il loro orientamento sessuale a famiglie e colleghi, per timore di ritorsioni e stigmatizzazioni.

I nuovi casi di contagio registrati a Seul negli ultimi giorni sono più di cento. Alcuni sono emersi anche fuori dalla capitale, nella città portuale di Busan, per esempio, o a Jeju, a più di un’ora di volo dalla capitale. «Persone provenienti da tutto il paese si sono radunate nei club di Itaewon, e questo perché ci sono pochi spazi sicuri per noi», ha detto a un giornale locale Jeong, 24 anni, gay e membro del gruppo studentesco LGBTQI del suo college: «Sono l’odio e la discriminazione contro di noi a farci nascondere».

I nuovi casi sono legati a un uomo di 29 anni che la notte dello scorso primo maggio era entrato in vari locali di Itaewon. L’uomo era risultato positivo al test il 6 maggio, giorno in cui il governo sudcoreano aveva invitato i propri cittadini a uscire e socializzare. Dopo la notizia del nuovo contagio il sindaco di Seul, Park Won-soon, aveva introdotto nuove misure restrittive per la città e aveva messo in moto il sofisticato sistema di tracciamento dei contagi di cui dispone il paese, che si avvale di leggi sulla tutela della privacy piuttosto deboli. Le autorità sanitarie possono infatti usare le immagini delle telecamere di sicurezza, i dati delle carte di credito e quelli degli smartphone per ricostruire gli spostamenti effettuati dalle persone contagiate. Le informazioni vengono poi rese pubbliche tramite un’apposita app per smartphone, in modo che chiunque si sia trovato a passare negli stessi posti nello stesso momento di un contagiato, del quale non è complicato risalire all’identità, abbia la possibilità di farsi visitare.

Le cose da sapere sul coronavirus

Quando è stato individuato il primo caso a Itaewon, le autorità si erano concentrate su tre club cercando di rintracciare circa 1.500 persone che erano lì il 2 maggio. Dopo qualche giorno, la lista si è allungata coinvolgendo cinque locali e oltre 5 mila persone, ma solo una parte è stata individuata, perché molti clienti avevano lasciato informazioni false all’entrata. Si è cominciato dunque a offrire test anonimi, permettendo alle persone di fornire solo i loro numeri di telefono, senza l’obbligo di comunicare dove fossero state. Le strutture sanitarie avevano però stabilito che coloro che erano stati sottoposti ai test dovessero restare in isolamento per due settimane, indipendentemente dai risultati. Anche in questo caso, avevano poi cambiato idea e deciso che coloro che erano risultati negativi avrebbero dovuto semplicemente accettare un monitoraggio quotidiano dei sintomi.

Nel frattempo alcuni media sudcoreani avevano immediatamente stabilito l’associazione tra il nuovo focolaio e le persone omosessuali, “colpevoli” di diffondere la COVID-19, con conseguenti fiumi di insulti omofobi sui social network. Martedì sette gruppi e associazioni per la difesa dei diritti delle persone LGBTQI hanno fatto sapere di aver istituito un centro per offrire consulenza, per incoraggiare le persone a sottoporsi ai test e per fare da collegamento e filtro con i funzionari sanitari locali. Una di queste associazioni ha fatto sapere di aver ricevuto più di 50 chiamate da parte di persone omosessuali che temevano conseguenze nei loro confronti da parte dei datori di lavoro o delle famiglie a causa della divulgazione dei loro dati. Erano anche preoccupati dal fatto di non riuscire a giustificare la messa in quarantena obbligatoria di due settimane.

Le associazioni LGBTQI hanno poi riferito che ad alcune persone che erano andate nelle cliniche sanitarie per sottoporsi volontariamente ai test sono state fatte domande non necessarie: è stato cioè loro chiesto se avessero malattie sessualmente trasmissibili. I test anonimi, inoltre, non sono stati estesi fuori da Seul, nonostante i nuovi casi di contagio siano stati segnalati a livello nazionale.

Uno dei ragazzi presenti a Itaewon quella notte ha infine raccontato al Wall Street Journal che alcuni suoi amici avevano ricevuto le chiamate dei funzionari ai telefoni di casa, e che ai genitori che avevano risposto era stato detto che stavano cercando «il ragazzo che era nel club di Itaewon». Ad altre persone sono state consegnate, sempre all’indirizzo di residenza, forniture di mascherine e disinfettanti, e ad alcuni è stato riferito che erano stati rintracciati attraverso le loro carte di credito quando invece, quella notte, avevano usato solo contanti. «Questo è il tipo di cosa che fa spaventare le persone. Non abbiamo nessun posto dove andare. Dobbiamo solo stare zitti».

Il portavoce del Korea Centers for Disease Control and Prevention non ha risposto alle richieste di commento del Wall Street Journal, ma i funzionari sanitari locali hanno detto che le informazioni personali sarebbero state «rigorosamente protette e rispettate». Non sembra che però le cose stiano andando in questo modo. Ci sono state minacce di multe o di arresto per coloro che non avessero risposto alle chiamate per i test e il sindaco di Seul ha detto che la polizia sarebbe andata direttamente a casa delle persone, se necessario.