Come fecero “Mad Max: Fury Road”

Le complicate vicende dietro l'apprezzato e spesso celebrato film d'azione di George Miller, che uscì cinque anni fa

Cinque anni fa arrivò in Italia Mad Max: Fury Road, un film che, vedendolo, fece pensare a molti come diavolo avessero fatto a girarlo. Ebbe ottime recensioni e notevoli incassi, spiazzando molti spettatori (i precedenti tre film del regista George Miller erano stati Babe va in città, Happy Feet ed Happy Feet 2). Tra i suoi estimatori ci furono probabilmente anche molte persone che non avevano idea del fatto che fosse il quarto film di una saga degli anni Settanta e Ottanta, con protagonista Mel Gibson.

Mad Max: Fury Road – tra l’altro scelto dalla redazione del Post come uno dei dieci film del decennio passato – racconta una storia di per sé molto semplice (il suo valore non sta certo nella trama), ma è un film per certi versi folle e molto complesso da pensare, girare e montare. Che ebbe, tra l’altro, delle vicende produttive a loro volta complicatissime: fu posticipato di diversi anni rispetto alla data inizialmente decisa, il set fu spostato da un continente all’altro e rischiò di restare senza una parte delle scene, perché la casa di produzione ne bloccò le riprese.

Tutto questo lo ha raccontato, in occasione dei cinque anni dall’uscita del film, un articolo del New York Times il cui autore, Kyle Buchanan, ha parlato con Miller, con le attrici e gli attori principali e con diversi altri membri della troupe e della produzione.

Miller ha detto che dopo il terzo Mad Max, uscito nel 1985, non riusciva a trovare lo spunto da cui partire per costruire la storia del quarto, e che le cose cambiarono nel 1988 mentre passeggiava per Los Angeles: pensò che bastava fare un film che fosse un intero inseguimento, in cui «il MacGuffin fosse umano». Ne parlò con il produttore Doug Mitchell e insieme decisero di mettersi al lavoro. Per il ruolo di Furiosa, la protagonista femminile, pensarono a Uma Thurman; per quello del protagonista maschile l’idea iniziale era di darlo di nuovo a Mel Gibson.

Nel 2001 si decise che le riprese sarebbero iniziate nel marzo 2003, in Namibia. Dopo gli attentati dell’11 settembre le cose cambiarono: non è ben chiaro se per problemi logistici, se per dei ripensamenti di Gibson o se per altre questioni. Sta di fatto che il progetto fu sospeso e che Miller passò alla regia di Happy Feet, un film di animazione su dei pinguini imperatore.

Anche grazie al successo di quel film, la Warner Bros decise di puntare, di nuovo, su Fury Road. Solo che nel frattempo Gibson aveva superato i cinquant’anni e, soprattutto, non era per niente ben visto a Hollywood. Serviva un nuovo “Max” e fu scelto Tom Hardy, di cui Miller ha detto che aveva uno “spigoloso carisma”, un qualcosa che gli ricordava Gibson. Per il ruolo di Furiosa, si scelse invece Charlize Theron, che si era detta grande fan, da ragazzina, della trilogia di Mad Max.

Dopo aver scelto anche gli altri interpreti (in seguito a dei casting descritti come insoliti, fatti in molti casi ad attori e attrici con poca o nessuna esperienza), nel 2010 tutto era pronto per iniziare le riprese a Broken Hill, in Australia, dove erano stati girati i primi due Mad Max. Proprio lì, e proprio in quel periodo, iniziò però a piovere: una cosa decisamente insolita nel deserto australiano, che non ci mise molto a rinverdirsi e a perdere l’aspetto desolato che serviva per le riprese.

Miller propose di aspettare un anno, ma poi decise insieme alla produzione di spostare troupe e soprattutto mezzi e attrezzi del set in Namibia, «dove non piove mai». Ci vollero diversi mesi per la riorganizzazione e infine, nel luglio 2012 (un anno e mezzo dopo quando sarebbero dovute partire a Broken Hill) le riprese iniziarono davvero: su un set con oltre 1.700 tecnici e membri dello staff e una sorta di campo base della produzione grande come tre campi da calcio.

Le riprese durarono diversi mesi e le persone intervistate dal New York Times hanno raccontato di un’esperienza peculiare, per via dell’insolita ambientazione ma soprattutto perché il film usò pochissimi effetti speciali e dedicò particolari attenzioni al fatto che gli interpreti entrassero nei loro personaggi. Sebbene la storia non dica granché sul mondo del film, si sa per esempio che Miller aveva preparato un archivio digitale online con tutte le informazioni sulla storia dei personaggi, la gerarchia delle diverse tribù, i costumi e il modo di usarli e i tipi di veicoli di scena. «Sembrava quasi di essere in un cosplay», ha detto Riley Keough, una delle attrici.

Ma non era solo questione di costumi. Il New York Times ha scritto che, per far interpretare meglio il ruolo di “schiave sessuali” ad alcune delle attrici, fu chiamata sul set Eve Ensler, autrice dei Monologhi della vagina. A proposito del personaggio di Furiosa, Theron ha raccontato che lavorò con Miller e con altri membri della troupe per cambiarlo un po’, perché all’inizio era «un personaggio molto etereo, con lunghi capelli […] e con un costume che ricordava un po’ troppo Barbarella». Fu lei, tra le altre cose, a proporre al regista di tagliarsi i capelli a zero.

La parte tecnicamente più difficile fu la ripresa delle tante scene d’azione. Ben Smith-Petersen, uno degli stuntmen, ha detto che «nella maggior parte del film passi il tempo in altro modo, e fai uno stunt a settimana», mentre sul set di Fury Road «c’era sempre qualcosa da fare, dal primo giorno: un sogno, per uno stuntman».

«Tutto quello che si vede, è vero», ha detto Zoe Kravitz, un’altra delle attrici. Ha spiegato, per esempio, che non ci sono molti effetti speciali in questa scena in cui viene estratta, da un mezzo in movimento, da un Figlio di Guerra in bilico su un lungo palo flessibile.

Margaret, montatrice e moglie di Miller, ha spiegato anche che per gli attori fu difficile capire dove andasse a parare il film, visto che le riprese consistevano in tante scene non necessariamente e non chiaramente collegate tra loro. Fu, per usare le parole dell’attrice Abbey Lee, «un gran casino».

Le riprese durarono nove mesi e prima che finissero la Warner Bros – che nel frattempo stava cambiando dirigenza – si chiese cosa stessero facendo, da tutti quei mesi, tutte quelle persone in Namibia. «Eravamo in ritardo con le riprese», ha detto Kravitz, «e la casa di produzione si stava preoccupando del fatto che stessimo costando più del previsto». Un livello di preoccupazione tale da far decidere a Jeff Robinov, capo della Warner Bros, di volare in Namibia. Arrivò e impose il termine delle riprese di lì a poco.

Il problema, notevole, era che mancavano tutte le scene iniziali e finali, quelle ambientate nella “Cittadella”. Le cose cambiarono quando Robinov fu sostituito e al suo posto arrivò Kevin Tsujihara, che decise di dare a Miller altri soldi e altro tempo. Così, nel 2013, gran parte della troupe e del cast andò in Australia, per un nuovo mese di riprese, necessario per girare le ovviamente importantissime scene di inizio e fine del film.

Seguirono, ha scritto il New York Times, anche dibattiti, tra Miller e la produzione, sulla durata del film. A quanto pare, riuscì a prevalere il regista, che ha detto: «Quando dirigi un film, ci pensi ogni ora, ogni giorno, lo sogni pure. Il problema è che i dirigenti delle case di produzione ci pensano per dieci minuti in un mercoledì qualsiasi».

Il film uscì il 14 maggio di cinque anni fa, come lo voleva Miller, ebbe ottime recensioni, incassò più di 370 milioni di dollari dopo esserne costato circa la metà, fu candidato a 10 Oscar e ne vinse 6.