Ricercatori al lavoro sul coronavirus presso la sede dell'Istituto Pasteur di Lille, Francia (Sylvain Lefevre/Getty Images)

Non c’è niente di sospetto nelle ricerche sui virus in laboratorio

Gli esperimenti dei virologi, come quello raccontato nel 2015 dal TGR Leonardo, sono sicuri ed essenziali per fermare le epidemie e curare le malattie come l'attuale

Ricercatori al lavoro sul coronavirus presso la sede dell'Istituto Pasteur di Lille, Francia (Sylvain Lefevre/Getty Images)

Il video del TGR Leonardo andato in onda nel 2015 su un coronavirus modificato in laboratorio ha attirato grandi attenzioni e portato a numerose incomprensioni, anche a causa di post insinuanti pubblicati da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che prospettavano la possibilità di un grande complotto dietro l’attuale pandemia da coronavirus. Dopo averlo visto sui social network, su WhatsApp e trasmesso da Striscia la Notizia, molti non hanno saputo come prendere la notizia per mancanza di conoscenze sufficienti su come funziona la ricerca sui virus in laboratorio, che negli ultimi decenni ha contribuito a salvare milioni di vite e a migliorare la salute di tutti.

Virus in laboratorio
Come suggerisce il nome, la virologia è la scienza che studia i virus. I virologi si occupano principalmente di: analizzare la struttura dei virus, il modo in cui infettano gli organismi per poi replicarsi, le modalità di risposta del sistema immunitario alle infezioni, le terapie da adottare, la classificazione e l’evoluzione dei virus, le malattie che causano e le tecniche per isolarli, coltivarli in laboratorio e sfruttarli a nostro vantaggio per trattare altre malattie.

Per contrastare un virus, con un farmaco o un vaccino, occorre studiarlo e comprenderne le caratteristiche. Lavorare con questi agenti infettivi non è per nulla semplice e, a seconda della loro pericolosità, richiede l’impiego di protezioni per i singoli ricercatori e per l’ambiente circostante ai laboratori.

BSL
Il biocontenimento serve proprio a questo: a isolare agenti biologici pericolosi in un ambiente chiuso, assicurandosi che non possano causare contaminazioni. Nel corso degli anni, sono stati definiti quattro livelli di sicurezza biologica (BSL) che corrispondono a criteri che devono essere applicati nella costruzione, e nella gestione, dei laboratori.

Un BSL-1, per esempio, non prevede un particolare livello di isolamento dalle altre aree del laboratorio, né l’impiego di grandi protezioni per i ricercatori, che possono utilizzarne di minime per il viso e indossare guanti. In laboratori di questo tipo si studiano principalmente virus e batteri già noti e a basso rischio.

Man mano che si sale di livello, le protezioni per i ricercatori e per l’intero ambiente di laboratorio aumentano. Il coronavirus della SARS – un virus con alcune somiglianze con l’attuale coronavirus – viene studiato di norma a un livello di biosicurezza 3 (BSL-3), dove sono state assunte precauzioni per evitare che agenti infettivi si diffondano per inalazione. Il laboratorio è dotato di accessi a doppia porta e di ingressi sigillati, in modo che ci sia sempre un’area franca per i ricercatori e i tecnici. Il personale indossa guanti, maschere con respiratore e tute isolanti per essere protetto il più possibile dagli agenti infettivi che deve analizzare e manipolare.

Il quarto livello (BSL-4) prevede l’applicazione di misure ancora più restrittive, considerato che nei laboratori di questo tipo si lavora con alcuni dei virus più pericolosi conosciuti per gli esseri umani, come gli ebolavirus.

Oltre ai varchi a tenuta stagna, sono previsti sistemi di decontaminazione dell’aria e delle altre sostanze impiegate nel laboratorio, docce disinfettanti per il personale e altri sistemi di sicurezza per ridurre al minimo qualsiasi rischio dovuto a eventuali residui biologici che si depositano durante il lavoro. Gli ambienti di un BSL-4 devono essere inoltre collocati in un edificio separato rispetto agli altri laboratori, per garantire l’isolamento totale.

A Roma, presso l’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” c’è un laboratorio BSL-4.

Virus chimera
In condizioni spesso molto difficoltose, proprio per i motivi di sicurezza che abbiamo visto, i ricercatori studiano i virus sia in vitro (su singole cellule od organismi meno complessi come i batteri) sia sugli animali.

Gli approcci variano molto a seconda delle ricerche e soprattutto della necessità di capire se un virus che colpisce animali di una certa specie possa essere pericoloso anche per l’uomo, nel caso di un suo passaggio da una specie a un’altra (zoonosi). In questo caso, i ricercatori ricorrono a tecniche molto raffinate per “innestare” su un virus pezzi di un altro virus, per vedere se questo abbia le potenzialità di interessare anche gli esseri umani. Essendo modificati in laboratorio, questi “virus chimera” hanno caratteristiche note e un profilo genetico unico, che può essere sempre tracciato.

Lo studio del 2015
La ricerca scientifica cui faceva riferimento il servizio del TGR Leonardo era stata pubblicata su Nature Medicine nel novembre del 2015 ed era stata svolta da un gruppo internazionale di ricercatori di alto rilievo, e non da generici “ricercatori cinesi” come implicato in molte condivisioni sui social network, compresi i post di Salvini e Meloni.

Il titolo della ricerca riassumeva perfettamente il senso dello studio e la sua importanza, soprattutto se lo valutiamo alla luce dell’attuale epidemia da coronavirus: “Un gruppo di coronavirus simili a quelli della SARS nei pipistrelli mostra potenzialità per emergere nell’uomo”. I ricercatori chiarivano da subito che il pericolo fosse costituito da coronavirus presenti in natura e non certo in laboratorio, dove comunque non avevano creato nessun “virus mortale” come si è detto in questi giorni.

I coronavirus sono noti dagli anni Sessanta, ma solo dopo l’epidemia di SARS del 2003 sono finiti al centro dell’attenzione di numerosi virologi, allarmati dalla facilità con cui alcune loro specie riescono a trasferirsi dagli animali agli esseri umani. Lo studio del 2015 dimostrava proprio questo rischio, come ha spiegato al Foglio l’immunologo Antonio Lanzavecchia, direttore dell’Istituto di Ricerca di Biomedicina dell’Università Svizzera Italiana (Bellinzona) e tra i partecipanti alla ricerca.

Lo studio era stato progettato dallo statunitense Ralph Baric, uno dei più importanti esperti di coronavirus al mondo, ed era basato sullo sviluppo di virus chimerici per valutare la capacità di alcuni coronavirus presenti nei pipistrelli di adattarsi ad altre specie. L’esperienza di laboratorio era consistita nell’innestare una particolare proteina su un altro tipo di virus in grado di causare un’infezione nei topi. L’esito positivo aveva consentito di dimostrare che i virus presenti in alcune specie di pipistrelli in Cina avevano la capacità di infettare l’uomo.

Lo studio era stato ampiamente discusso nella comunità scientifica perché dimostrava quanto fosse concreto il rischio di nuove infezioni da pipistrelli. Negli anni precedenti c’erano già state del resto due occasioni di coronavirus passati dagli animali agli esseri umani: il virus che provoca la SARS nel 2003 e quello che causa la MERS nel 2012. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità aveva segnalato il forte rischio che si potesse sviluppare una nuova malattia altamente contagiosa da coronavirus, come è avvenuto alla fine del 2019 in Cina con un contagio che è diventato ora una pandemia.

Nessun complotto
Lo studio del 2015 fu normalmente pubblicato su una delle riviste scientifiche più prestigiose al mondo, da un gruppo internazionale, senza oscure macchinazioni in chissà quale laboratorio segreto cinese come insinuato in molti post sui social network.

L’attuale coronavirus (SARS-CoV-2) ha una sequenza genetica diversa dai coronavirus scoperti in precedenza, quindi non può essere in alcun modo legato all’esperienza di laboratorio del 2015. La scorsa settimana, inoltre, un altro gruppo di ricercatori ha pubblicato una nuova ricerca in cui conferma l’origine in natura dell’attuale coronavirus. Gli stessi meccanismi che il virus utilizza per legarsi alle membrane delle cellule che attacca sono diversi da quelli evidenziati nello studio di cinque anni fa.

Le ricerche condotte nelle ultime settimane confermano che il coronavirus si è adattato per vie naturali agli esseri umani, avendo avuto origine probabilmente nei pipistrelli. Si sta ancora dibattendo sulla possibilità che ci sia stato un passaggio intermedio, tra pipistrelli ed esseri umani, ma non è stato ancora ricostruito chiaramente e non è quindi possibile determinare con certezza la specie intermedia che ha reso poi possibile il primo contagio umano.