(ANSA / MATTEO BAZZI)

La questione delle fabbriche

Il governo le ha chiuse troppo tardi? Troppo presto? Ne ha chiuse troppe? Troppo poche?

(ANSA / MATTEO BAZZI)

Dopo giorni di voci, polemiche e scambi di accuse, venerdì notte il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato la chiusura di tutte le aziende in Italia che svolgono «attività produttive non necessarie», in modo da ridurre il numero di lavoratori costretti a spostarsi e a frequentare ambienti potenzialmente contagiosi. Secondo le stime del governo e degli imprenditori, più di due terzi delle imprese italiane dovranno chiudere entro mercoledì, quando la chiusura stabilita nuovo decreto entrerà in vigore.

La decisione del governo ha lasciato molti insoddisfatti. Secondo i sindacati, l’elenco delle imprese che potranno rimanere aperte è troppo lungo, e per un’impresa rimane molto facile invocare un’eccezione alla regola e continuare la produzione. Il segretario della CGIL Maurizio Landini sostiene che nella lista «continuano a esserci settori non essenziali», e insieme ai segretari di CISL e UIL ha annunciato uno sciopero generale in tutti i settori non essenziali se il decreto non sarà cambiato. Anche Attilio Fontana, presidente della Lombardia, la regione più colpita dall’epidemia, ha detto che il decreto è insufficiente e lascia aperte troppe attività rispetto all’ordinanza emanata dal suo governo regionale poche ore prima dell’annuncio di Conte.

Confindustria, la principale associazione degli imprenditori, la pensa invece in maniera opposta: sostiene che non si possa fare più di quanto stabilito dal decreto senza rischiare di causare più danni che benefici. Vincenzo Boccia, presidente dell’associazione, ha accusato la rigidità del sistema, basato sui codici ATECO, i criteri ufficiali per la categorizzazione delle aziende, da tempo accusati di essere uno strumento superato e inefficace. «Prendiamo le aziende dell’automotive che stanno producendo valvole per i respiratori», ha detto Boccia in un’intervista a Radio Capital, «anche loro non sono comprese nei codici ATECO che possono andare avanti a produrre. Attenzione alle rigidità, usiamo il buon senso».

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L’elenco di chi potrà rimanere aperto include le aziende dei settori alimentari e farmaceutici e tutte le imprese impegnate nelle produzioni necessarie a contrastare la pandemia e a fornire servizi essenziali allo Stato e alla popolazione. Tra gli altri include anche call center, studi di commercialisti, avvocati e ingegneri, le società di consulenza e tutte le attività di manutenzione e riparazione, comprese quelle domestiche, come le attività di idraulici, informatici e tecnici della telefonia. In tutto sono circa 80 categorie. Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha detto che con questo decreto potrà rimanere aperto circa il 35 per cento delle imprese italiane; una stima confermata anche da Confindustria, secondo cui chiuderanno circa il 70 per cento delle attività.

Le imprese a cui non è consentito esplicitamente di rimanere aperte potranno continuare a operare con il lavoro a distanza, oppure potranno invocare un’eccezione alla regola generale. Il decreto stabilisce infatti che qualsiasi azienda che ritenga di svolgere una produzione essenziale non inclusa nell’elenco potrà rimanere aperta inviando una lettera al prefetto locale in cui viene specificata la natura della sua produzione. Spetterà poi alla prefettura svolgere ulteriori controlli.

Secondo i sindacati, però, sarà difficile svolgere i controlli soprattutto nelle piccole imprese prive di rappresentanze sindacali, a causa del sovraccarico di lavoro e della scarsità di personale in tutti gli uffici addetti ai controlli, come ASL e ispettorati del lavoro.

Le difficoltà del sistema di ispezioni nelle aziende sono state spesso denunciate nelle scorse settimane. Già oggi infatti gli ispettori faticano a verificare il rispetto dei protocolli di sicurezza stabiliti dal governo lo scorso 9 marzo, che obbligano le aziende a fornire ai dipendenti dispositivi di protezione individuale, come guanti e mascherine, a rispettare le distanze di sicurezza tra i lavoratori e a disinfettare i luoghi di lavoro al termine di ogni turno.

A causa della scarsità di personale, c’è il rischio che questi controlli non vengano effettuati oppure avvengano soltanto telefonicamente, come già successo in diverse regioni. Il governo ha diffuso i dati sull’altissimo numero di controlli effettuati sui privati cittadini e negli esercizi commerciali (centinaia di migliaia, che hanno scoperto un bassissimo numero di infrazioni), mentre nessun dato è stato diffuso sul numero di controlli effettuati nelle aziende.

Anche per queste ragioni, nelle ultime settimane un numero crescente di medici, sindacalisti e amministratori locali hanno detto che le fabbriche e i luoghi di lavoro sono un pericoloso veicolo di contagio e ne hanno chiesto la chiusura: una misura già largamente adottata in Cina, soprattutto nelle aree più colpite dal contagio. In Italia la richiesta di chiudere le imprese non essenziali ha spesso incontrato resistenze sia da parte delle associazioni di imprenditori che da parte di chi ritiene impossibile separare nettamente le produzioni essenziali da quelle che non lo sono.

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Nei primi giorni dell’epidemia, ormai un mese fa, diverse associazioni di imprese, amministratori locali e leader politici nazionali avevano spinto e approvato campagne per mantenere aperti locali e imprese: si organizzavano aperitivi per rilanciare l’attività sociale, si chiedeva di «aprire tutto». Alcuni sindaci del Nord, come quello di Bergamo Giorgio Gori e quello di Milano Beppe Sala, hanno successivamente ammesso di aver sottovalutato il problema in quei giorni.

«Mandare avanti la produzione è stato un gravissimo errore», ha detto a questo proposito il presidente dell’Ordine dei medici e degli odontoiatri di Milano, Roberto Carlo Rossi: «Dobbiamo chiudere tutto, lasciare aperto solo chi produce beni alimentari, prodotti per la salute e l’igiene. Vedo ancora capannoni e cantieri pieni di gente, è una follia». Molti hanno sottolineato come il contagio sia stato particolarmente forte in aree dove sono presenti numerose piccole e medie imprese, come le valli della bergamasca, anche se non ci sono ancora numeri o statistiche affidabili che confermino questa correlazione.

Al momento è impossibile sapere con precisione quante persone abbiano continuato a recarsi al lavoro nelle ultime settimane, e in quali condizioni di sicurezza lo abbiano fatto. Né Confindustria né i sindacati sono ancora riusciti a produrre dati affidabili.

La Camera del Lavoro di Milano, insieme a Radio Popolare, ha stimato che fino alla scorsa settimana circa 300 mila dipendenti di aziende in settori non essenziali si recavano al lavoro ogni giorno nell’area metropolitana di Milano, la metà utilizzando i mezzi pubblici. «Semilavorati per mobili, costruzione di banconi per bar e gelaterie, placche per le prese elettriche, nautica, fabbriche di ascensori» erano i settori di alcune delle imprese milanesi che hanno continuato a operare negli ultimi giorni, secondo l’indagine.

Anche la Piaggio di Pontedera, in provincia di Pisa, ha tenuto aperto fino a venerdì scorso. Nello stabilimento lavoravano 1.600 operai e 850 impiegati, molti all’interno delle catene di montaggio, dove le distanze sono per forza di cose ravvicinate e dove c’è un continuo incrocio di persone. Massimo Cappellini, delegato FIOM dello stabilimento, ha raccontato che i sindacati avevano chiesto per settimane una riduzione del numero del personale presente in azienda, ma sono riusciti a ottenere soltanto una riduzione dell’orario di lavoro.

Nel periodo di apertura la ASL locale è stata chiamata dagli operai per effettuare controlli sul rispetto dei protocolli di sicurezza, ma l’azienda sanitaria, a corto di personale e in grande difficoltà, non è riuscita a compiere visite. Piaggio ha distribuito mascherine agli operai, come stabilito dai protocolli di sicurezza del governo. «Ci hanno detto che eravamo fortunati perché avevamo le mascherine che spesso mancano a medici e infermieri», ha detto Cappellini: «Ma questo è paradossale: si preferisce dare una mascherina a un operaio piuttosto che chiudere la fabbrica e dare quella mascherina a un infermiere». A partire da oggi lo stabilimento Piaggio di Pontedera è chiuso, ma rimane aperto quello poco distante di una ditta appaltatrice, dove circa 150 persone lavorano alla produzione di pezzi di ricambio e allo svolgimento di attività di manutenzione.

Molte aziende di grandi dimensioni, invece, avevano già deciso di chiudere prima della decisione del governo, anche se quasi tutte hanno proseguito la produzione fino alla scorsa settimana. FCA, Luxottica e il produttore di freni bergamasco Brembo, per esempio, hanno chiuso gran parte o la totalità dei loro stabilimenti una settimana fa, mentre numerose imprese di costruzione hanno già cessato i lavori di costruzione e ristrutturazione.