“Candido” di Voltaire illustrato da Quentin Blake

Cioè l'illustratore dei libri per bambini scritti da Roald Dahl: un capitolo e qualche immagine

La casa editrice Blackie Edizioni ha da poco pubblicato Candido o l’ottimismo (1759), il celebre racconto filosofico di Voltaire, illustrato da Quentin Blake, che in molti conosceranno come l’illustratore dei libri per bambini di Roald Dahl. Blake, che ora ha 87 anni, lavorò al libro per la casa editrice britannica Folio Society, realizzando 18 disegni illustrati a tutta pagina e una trentina di schizzi a penna in bianco e nero. Il libro uscì nel 2011 e divenne presto uno dei più venduti di Folio Society.

Blake traduce, con il suo tratto svelto e brioso, le disgraziate avventure che capitano al protagonista Candido e ai suoi compagni di viaggio: impiccagioni, violenze, incendi, terremoti, naufragi, stupri e torture di ogni tipo. I disegni inseguono il ritmo leggero e brillante del libro che, come scrisse Italo Calvino nell’introduzione, si regge sull’«accumularsi di disastri a grande velocità» mentre dipana un «mondo che va a catafascio, in cui nessuno si salva in nessun posto».

Candido è, come ricorderete dagli anni di scuola, una parodia dell’ottimismo incarnato dal precettore Pangloss che è convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, e allo stesso tempo una cronaca grottesca e deformata di quei tempi, disgrazia dopo disgrazia: il catastrofico terremoto di Lisbona, il dilagare della sifilide, gli autodafé dell’Inquisizione spagnola, la pirateria, lo sfruttamento degli schiavi e le guerre civili in Africa.

Blackie Edizioni è una casa editrice di Barcellona fondata nel 2009 da Jan Martí e Alice Incontrada. A gennaio ha aperto anche una sede in Italia, a Milano, diretta da Mario Bonaldi, che in passato ha collaborato con il “Diario della settimana” di Enrico Deaglio, ha lavorato nella redazione della casa editrice Isbn Edizioni ed è stato caporedattore di Rolling Stone Italia. Blackie Edizioni deve il suo nome alla cagnolina dei fondatori, che visse per 18 anni prima di morire «cieca e davvero puzzolente. L’aspirazione all’immortalità di Blackie è ciò che vogliamo per i nostri libri».

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Oltre a Candido, tra i libri pubblicati finora da Blackie Edizioni ci sono il saggio 101 esperienze di filosofia quotidiana del filosofo francese Roger-Pol Droit e il romanzo Gli schifosi dello scrittore spagnolo Santiago Lorenzo. Prossimamente usciranno Le divoratrici, primo romanzo della britannica Lara Williams, e Il grande successore, una biografia del dittatore Kim Jong-un scritta da Anna Fifield, giornalista del Washington Post tra le maggiori esperte di Corea del Nord.

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Il 21 novembre del 1694 nasceva François-Marie Arouet, meglio noto come Voltaire – filosofo, drammaturgo, storico, poeta, enciclopedista, scrittore. In un tempo, il nostro, fatto di gattini e sardine, mojito e vaccini, muri e guru, sovrani e sultani, Voltaire avrebbe riso, sarebbe inorridito e avrebbe trovato materiale fertilissimo per le sue opere. Il suo “Candido” (libro dell’anno nel 1759!) 260 anni dopo è ancora caldissimo. E noi siamo fieri di ripubblicarlo, presto, in una versione che non avete mai visto. Quindi: buon compleanno, Voltaire. E grazie per ricordarci che bisogna sempre partire dalla ragione per capire il mondo. 🎂 PS: Quello di fianco, illustrato da Quentin Blake, non è Voltaire. Ma gli assomiglia un sacco.

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Di seguito un capitolo di Candido, dove si racconta di quando uccise due scimmie per salvare due donne, rischiò di essere divorato dalla tribù degli Orecchioni, indios dell’America meridionale, e si salvò solo perché aveva ucciso, involontariamente, un gesuita. La traduzione è di Stella Gargantini.

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Ciò che accadde ai due viaggiatori con due ragazze, due scimmie e con i selvaggi chiamati Orecchioni

Candido e il servitore avevano già oltrepassato la frontiera e nessuno al campo sapeva ancora della morte del gesuita tedesco. L’accorto Cacambo aveva provveduto a riempire la sua valigia di pane, cioccolato, prosciutto, frutta e qualche fiaschetta di vino. Con i loro cavalli andalusi si inoltrarono in un paese sconosciuto nel quale non trovarono alcuna strada. Finalmente apparve davanti a loro una bella prateria percorsa da ruscelli. I nostri due viaggiatori fanno pascolare i cavalli. Cacambo propone al padrone di mangiare e gliene dà esempio. «Ma come vuoi che mangi prosciutto», diceva Candido, «dopo aver ucciso il figlio del signor barone ed essere condannato a non riveder più in vita la mia bella Cunegonda? A cosa mi serve prolungare i miei giorni sciagurati, dal momento che li dovrò trascinare lontano da lei nel rimorso e nella disperazione? E cosa dirà il Journal de Trévoux

Così diceva e intanto mangiava. Il sole stava tramontando. I due smarriti udirono alcuni gemiti che sembravano di donne. Non capivano se quelle grida fossero di dolore o di piacere, ma con l’inquietudine e il sospetto che ogni cosa ispira in un paese sconosciuto, si alzarono di scatto. Quelle voci provenivano da due ragazze, completamente nude, che correvano leggere al margine della prateria, inseguite da due scimmie che mordevano loro le natiche. Candido ne fu impietosito: aveva imparato a tirare dai bulgari e avrebbe potuto colpire una nocciola in un cespuglio senza toccar foglia. Prende il fucile spagnolo a due colpi, spara e uccide le due scimmie. «Dio sia lodato, mio caro Cacambo! Ho liberato da un grande pericolo quelle due povere creature; se ho peccato ammazzando un inquisitore e un gesuita, ho riparato salvando la vita a due ragazze. Sono forse due damigelle nobili, e questa avventura può procurarci grandissimi vantaggi nel paese».

Stava per proseguire, ma la lingua gli si paralizzò allorché vide le due giovani abbracciare teneramente le due scimmie, sciogliersi in lacrime sui loro corpi, e riempire l’aria con acute grida di dolore. «Non mi aspettavo tanta bontà d’animo», disse infine a Cacambo, che gli rispose: «Avete fatto proprio un capolavoro, padrone, avete ammazzato gli amanti di quelle due damigelle». «I loro amanti! È mai possibile? Vi prendete gioco di me, Cacambo; come posso credervi?» «Caro padrone», continuò l’altro, «vi meravigliate sempre di tutto; perché vi sembra tanto strano che in alcuni paesi ci siano scimmie che godono dei favori accordati dalle signore? Hanno quarti d’uomo, come io sono un quarto spagnolo». «Ahimè», fece Candido, «ricordo di aver sentito dire dal maestro Pangloss che in altri tempi erano capitati casi simili e che tali incroci avevano prodotto egipani, fauni, satiri, che parecchi grandi dell’antichità li avevano visti; ma credevo si trattasse di favole.» «Ora vi sarete persuaso che è la verità, e vedete quali sono gli usi della gente che non ha avuto una certa educazione; spero soltanto che quelle signore non ci facciano qualche brutto scherzo».

Queste solide considerazioni indussero Candido a lasciare la prateria e a inoltrarsi in un bosco. Qui cenò con Cacambo, ed entrambi, dopo aver maledetto l’inquisitore del Portogallo, il governatore di Buenos Aires e il barone, si addormentarono sul muschio. Al risveglio si accorsero di non riuscire a muoversi: durante la notte gli Orecchioni, abitanti del paese, ai quali le due dame li avevano denunciati, li avevano legati con corde di corteccia d’albero. Erano circondati da una cinquantina di Orecchioni completamente nudi, armati di frecce, di mazze e asce di selce; alcuni facevano bollire un gran paiolo, altri preparavano degli spiedi, e tutti gridavano: «È un gesuita, è un gesuita; saremo vendicati e faremo un ottimo pranzo. Mangiamo del gesuita, mangiamo del gesuita!».

«Ve l’avevo detto, caro padrone», esclamò tristemente Cacambo, «che quelle due ragazze ci avrebbero giocato un brutto tiro.» Candido, scorgendo il paiolo e gli spiedi, esclamò: «Finiremo certamente arrostiti o lessati. Ah! Che direbbe il maestro Pangloss se vedesse com’è fatta la pura natura? Tutto è bene; sarà anche così, ma confesso che è ben crudele aver perduto madamigella Cunegonda ed esser messo allo spiedo dagli Orecchioni». Cacambo non perdeva mai la testa. «Non disperate», disse al desolato Candido, «conosco un po’ il dialetto di queste popolazioni e proverò a parlarci.» «Non trascurate», disse Candido, «di far notare loro quale spaventosa inumanità sia il cucinare degli uomini, e come sia poco cristiana».

«Signori», disse Cacambo, «voi dunque pensate di mangiare un gesuita oggi; molto bene, nulla è più giusto del trattare così i propri nemici. In effetti il diritto naturale ci insegna a uccidere il nostro prossimo, ed è così che si agisce in tutto il mondo. Se non esercitiamo il diritto di mangiarlo, è perché abbiamo altro per fare un buon pranzo; ma voi non avete le nostre stesse risorse. Certo, è meglio mangiare i propri nemici anziché abbandonare il frutto della propria vittoria a corvi e cornacchie. Ma signori, voi non vorreste mangiare i vostri amici. Voi credete di mettere allo spiedo un gesuita, e invece è il vostro difensore, il nemico dei vostri nemici che state per arrostire.

Quanto a me, sono nato nel vostro paese. Il signore che vedete è il mio padrone, ed è tutt’altro che un gesuita, ne ha appena ucciso uno e ne indossa le spoglie; ecco la ragione del vostro errore. Per veri care quello che vi dico, prendete la sua veste e portatela alla prima dogana del regno dei padres; informatevi se il mio padrone non ha ucciso un ufficiale gesuita. Vi occorrerà poco tempo; potete sempre mangiarci se scoprite che vi ho mentito. Ma se vi ho detto la verità, voi conoscete troppo bene i princìpi del diritto pubblico, i costumi e le leggi, per non farci la grazia».

Questo discorso parve agli Orecchioni molto ragionevole. Incaricarono due notabili di accertare con diligenza la verità; i due delegati assolsero il loro compito da persone di senno, e presto tornarono con buone notizie. Gli Orecchioni slegarono i due prigionieri, usarono loro ogni sorta di cortesia, offrirono ragazze e rinfreschi, e li scortarono fino al con ne del loro Stato, gridando con allegria: «Non è un gesuita, non è un gesuita!».

Candido non finiva di ammirare il motivo della sua liberazione. «Che popolo», diceva, «che uomini! Che costumi! Se non avessi avuto la fortuna di trafiggere con la spada il fratello di madamigella Cunegonda, sarei stato mangiato senza scampo. Ma dopotutto, la pura natura è buona, poiché questa gente appena ha saputo che non ero gesuita, invece di mangiarmi mi ha colmato di mille gentilezze».

(© Blackie Edizioni 2020)