(AP Photo/Mark Lennihan)

Cosa sta facendo il coronavirus alle borse

Stanno perdendo tutte quante, soprattutto a causa dei timori per quello che sta accadendo e potrebbe accadere in Cina

(AP Photo/Mark Lennihan)

In tutto il mondo i principali indici di borsa sono in calo – a volte anche drastico calo – a causa dei timori degli effetti causati dall’epidemia di coronavirus e in particolare per quello che potrebbe accadere in Cina, che ha una delle più grandi economie al mondo ed è il principale fornitore di componenti per molti settori industriali. I principali indici della borsa statunitense sono in calo da una settimana e a oggi hanno perso quasi il 10 per cento dal loro recente livello massimo. Sono in calo di più del 3 per cento anche gli indici tedeschi, britannici e francesi. In Italia, il paese più colpito dall’epidemia in Europa, l’indice FTSE MIB della Borsa di Milano ha perso più di nove punti negli ultimi quattro giorni.

Al momento non ci sono ancora stime affidabili sull’impatto del coronavirus sull’economia mondiale: cioè su quanto costeranno le conseguenze dei contagi alle aziende e quante e quali conseguenze avranno sui consumi delle persone. Le prime previsioni parlavano di un possibile -0,1 per cento del PIL mondiale, mentre sabato scorso il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco aveva ipotizzato per il nostro paese un calo dello 0,2 per cento del PIL. Nuove stime più affidabili saranno prodotte nelle prossime settimane, man mano che le decisioni dei governi e i comportamenti delle persone di fronte all’epidemia diventeranno più chiari.

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Nel frattempo investitori e operatori di mercato si stanno muovendo con un misto di prudenza e pessimismo, determinando il calo degli indici che vediamo in questi giorni. I titoli più percepiti come rischiosi, come le azioni delle società (o almeno, di gran parte delle società) vengono venduti, sulla base dell’idea che molte società private vedranno i loro affari peggiorare e non migliorare a causa del coronavirus, mentre vengono acquistati titoli di stato di paesi ritenuti sicuri e con i conti a posto (quelli italiani invece sono un po’ penalizzati, visto il nostro debito pubblico già altissimo: lo spread, la differenza tra il loro rendimento e quello degli equivalenti titoli tedeschi, è cresciuto di circa 30 punti questa settimana).

Il timore principale di fondi e investitori, che determina la vendita delle azioni e degli altri titoli in loro possesso, è però quello che la banca d’affari Goldman Sachs definisce in un suo rapporto «il severo declino nell’attività economico-cinese». Oltre a essere il paese dove è nata l’epidemia e quello più colpito, la Cina è la seconda economia più grande del pianeta ed è diventata da tempo la sua principale manifattura. I componenti prodotti in Cina sono fondamentali per migliaia di prodotti assemblati nelle fabbriche di tutto il mondo e basta che ne manchi soltanto uno, per esempio perché la fabbrica che lo produce ha rallentato le attività per via dell’epidemia, per causare il blocco di interi settori.

È un problema particolarmente sentito nell’industria automobilistica, per esempio. «Tutti quanti si riforniscono dalla Cina. Nessuno può dire di non essere coinvolto dall’epidemia», ha detto al Financial Times Tu Le, fondatore della società di consulenza China Auto Insight. L’industria dell’automobile, tra l’altro, nel frattempo sta soffrendo anche un secondo problema causato dall’epidemia: il calo della domanda cinese, che nella prima metà di gennaio è crollata del 92 per cento rispetto al gennaio del 2019. Di fatto in Cina, un paese da 1,4 miliardi di abitanti, non si stanno comprando più automobili.

Probabilmente a questo calo così grave corrisponderà un “rimbalzo” nei prossimi mesi – questi mancati acquisti non si devono a condizioni strutturali ma a un fenomeno contingente e passeggero come il coronavirus – ma difficilmente questo sarà sufficiente da consentire un pieno recupero delle perdite accumulate fino a questo momento e delle loro frastagliate ricadute. Questa situazione, infatti, significa minori profitti per le aziende del settore automobilistico e per tutti gli altri settori coinvolti; a minori profitti corrispondono – oltre che tagli su investimenti e dipendenti – minori dividendi per gli azionisti. Prevedendo questo scenario, gli investitori cercano di vendere le azioni in loro possesso e, così facendo, contribuiscono ad abbassarne il prezzo e gli indici di borsa che sono a questi collegati.