(AP Photo/Joe Rosenthal)
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La foto di Iwo Jima, 75 anni fa

Una delle fotografie di guerra più famose di sempre fu scattata durante una durissima battaglia tra americani e giapponesi

(AP Photo/Joe Rosenthal)

Il 23 febbraio del 1945, esattamente 75 anni fa, il fotografo dell’Associated Press Joe Rosenthal scattò, quasi per caso, una fotografia destinata a diventare una delle più celebri immagini di guerra della storia. La fotografia, che ebbe una vicenda incredibilmente travagliata, mostra sei soldati americani che, nel mezzo dei combattimenti con i giapponesi, issano una bandiera sulla cima del monte Suribachi, il punto più alto dell’isola-fortezza di Iwo Jima, a mille chilometri dalle coste giapponesi.

La fotografia è strettamente legata alla sanguinosa battaglia di Iwo Jima, uno dei più cruenti scontri del conflitto tra americani e giapponesi nell’oceano Pacifico, nel corso della Seconda guerra mondiale e raccontata, tra gli altri, dai due film di Clint Eastwood: Flags of our Fathers, che racconta la storia dei marines che issarono la bandiera, e Letters from Iwo Jima, che racconta la battaglia dal punto di vista del comandante giapponese, il generale Tadamichi Kuribayashi.

Iwo Jima è un luogo piuttosto anonimo per essere divenuta un tale concentrato di storia. Si tratta di un’isola vulcanica molto piccola, con una superficie di appena 21 chilometri quadrati. È praticamente piatta a parte un unico rilievo: il monte Suribachi, che si alza per circa 170 metri dalla punta meridionale dell’isola. Quasi disabitata in tempo di pace, nel 1944 Iwo Jima era divenuta l’ultimo ostacolo tra la vittoriosa flotta americana e il lontano arcipelago giapponese vero e proprio. Gli americani erano quindi determinati a occuparla e pensavano che sarebbe stato un compito facile.

Quando Rosenthal scattò la sua fotografia, il 23 febbraio 1945, la battaglia era già in corso da cinque giorni e secondo i comandanti americani doveva essere quasi conclusa: in base alle loro stime occupare Iwo Jima non avrebbe dovuto richiedere più di cinque giorni. Ma i difensori giapponesi avevano avuto sei mesi di tempo per preparare le loro difese e il loro comandante si rivelò uno dei generali giapponesi più abili.

I primi minuti dopo lo sbarco americano, avvenuto la mattina del 19 febbraio, sembrarono confermare l’ottimismo degli americani. I giapponesi non opposero resistenza, lasciarono avanzare i primi marines sulla spiaggia e attesero che la seconda ondata arrivasse nei pressi del bagnasciuga. Solo allora aprirono il fuoco dalle loro posizioni mimetizzate, colpendo con precisione una serie di punti prestabiliti dell’area di sbarco. Per gli americani fu difficile uscire dalle spiagge e occupare il loro primo obiettivo: il monte Suribachi, che dominava l’intero profilo dell’isola. Ci vollero quattro giorni e migliaia di morti e feriti per conquistarlo.

La mattina del 23 febbraio Rosenthal stava raggiungendo l’isola a bordo di un mezzo da sbarco dei marines quando venne a sapere che una pattuglia aveva raggiunto la cima della montagna, e che per segnalare la vittoria i soldati si stavano organizzando per issare una bandiera. Appena sbarcato sull’isola, partì verso il monte, incontrando altri due fotografi che si unirono a lui. A circa metà della salita, incontrarono quattro marines tra i quali un sergente che era anche fotografo della rivista Leatherneck: gli disse che la bandiera era già stata issata, ma che valeva la pena arrivare in cima al Suribachi anche solo per la vista; i tre decisero di proseguire la salita.

Arrivato sulla cima, Rosenthal scoprì che in effetti una bandiera era già stata issata poco dopo le dieci di mattina, ma che per ragioni ancora oggi non chiarite si stava pensando a sostituirla con una più grande. Rosenthal si mise senza successo alla ricerca dei marines che avevano issato la prima bandiera con l’idea di fotografarli in posa: nessuno apparentemente sapeva chi fossero. Mentre li stava cercando, si accorse che altri sei soldati stavano per issare la nuova bandiera. Si posizionò e scelse l’obiettivo più adatto per scattare la fotografia; nel frattempo uno degli altri due fotografi, che stava riprendendo con una cinepresa, si piazzò vicino a lui e gli chiese se fosse d’intralcio. Rosenthal si girò per rispondergli, ma con la coda dell’occhio notò che i soldati stavano issando la bandiera proprio in quel momento: scattò senza guardare nel mirino. Non potendo sapere di avere scattato quella che sarebbe stata la foto più importante della sua vita e una delle più famose della storia, mise insieme altro materiale: radunò tutti i soldati intorno alla bandiera e scattò un’altra foto, che prese poi il nome di “gung ho”, una locuzione di origine cinese popolare nell’esercito americano per esprimere entusiasmo.

Gung Ho (Joe Rosenthal/AP Photo)

Il rullino con la foto fu mandato a sviluppare da Rosenthal nella redazione militare sull’isola di Guam, dalla quale fu trasmessa via radiofax alla redazione centrale a New York. Il 25 febbraio, a meno di 48 ore dal momento in cui era stata scattata, finì sulle prime pagine di moltissimi giornali, in un tempo incredibilmente breve per l’epoca. Rosenthal ricevette un messaggio di congratulazioni dalla redazione di AP, ma non capì subito a quale foto si stessero riferendo i suoi colleghi. L’immagine divenne rapidamente un simbolo dello sforzo dei soldati statunitensi nel Pacifico, e fu utilizzata dalla propaganda dell’amministrazione del presidente Franklin D. Roosevelt (che morì un mese e mezzo dopo) e da quella di Harry Truman. La foto vinse nel 1945 il premio Pulitzer, e fu riprodotta in vari formati: dai francobolli al memoriale dei marines ad Arlington, in Virginia.

Da allora la foto ebbe una storia travagliata. A causa di un equivoco tra Rosenthal e un giornalista che lo intervistava, si diffuse l’idea che la foto fosse stata scattata mentre i marines si mettevano “in posa”. Rosenthal però stava parlando della sua altra fotografia, “Gung ho”, che effettivamente era stata organizzata. Il giornalista che lo intervistava successivamente si corresse, ma la storia della foto “in posa” continuò a circolare. Altra confusione derivò dal fatto che quel giorno erano state alzate due bandiere, una da un gruppo di cinque soldati, la seconda (quella della foto) da altri sei.

– Leggi anche: La complicatissima storia della foto di Iwo Jima

Dopo lo scatto della fotografia il 23 febbraio, la battaglia che secondo i piani avrebbe dovuto durare per un altro paio di giorni al massimo proseguì per un mese. I marines e i soldati giapponesi combatterono duramente, contendendosi la piccola isola metro per metro. I combattimenti andarono avanti fino al 26 marzo, quando gli ultimi gruppi di difensori si arresero.

In tutto, gli americani persero nelle operazioni 26 mila soldati, tra cui circa 7 mila morti mentre quasi tutti i 20 mila difensori giapponesi furono uccisi: soltanto duecento di loro scelsero di arrendersi. Il corpo del generale Kuribayashi non fu mai identificato. Dopo aver issato la bandiera fotografata da Rosenthal, i sei soldati americani continuarono a combattere con i loro compagni. Oggi, dopo il lavoro di numerosi storici che ha comportato nel tempo diverse correzioni, la lista dei protagonisti di quella fotografia sembra essere divenuta definitiva. I sei uomini sono Harold Keller, John Bradley, Franklin Sousley, Michael Strank, Harlon Block e Ira Hayes. Tre di loro morirono nei combattimenti dei giorni successivi. In tutto, contando anche i soldati che issarono la prima bandiera, i sopravvissuti furono soltanto cinque su 11. Joe Rosenthal sopravvisse alla guerra e morì nella sua casa in California, nel 2006.