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  • domenica 22 Dicembre 2019

I migliori dischi del 2019, a leggere in giro

Le liste di fine anno dei principali siti di musica quest'anno sono piuttosto diverse tra loro

A riguardare le liste dei migliori dischi degli anni scorsi – 2018, 2017, 2016 – viene facile chiedersi quanti dischi che allora ci erano sembrati importanti siano davvero rimasti, e viene più difficile darsi una risposta. Il 2019 non è stato un anno memorabile per i nuovi dischi, concordano i critici musicali, e infatti le liste di fine anno dei principali siti specializzati americani e inglesi sono piuttosto eterogenee nell’assegnare le prime posizioni. Anche per il 2019, abbiamo messo insieme una lista dei venti dischi che si sono piazzati meglio nelle classifiche di fine anno di Pitchfork, NoiseyGuardian, New York Times, Crack Magazine, Consequence of Sound The Quietus, alcune delle più lette e apprezzate: li abbiamo raccolti basandoci su quelli che compaiono di più e nelle posizioni più alte, elencandoli in ordine casuale (ma tenendo i più apprezzati alla fine, per la suspense).

Ne è uscita una lista di venti dischi fatti in 12 casi da artiste soliste donne, una tendenza ormai assodatissima della musica pop e non solo contemporanea. In tredici casi sono artisti statunitensi, in cinque britannici, e c’è anche un australiano e una norvegese. C’è poco hip hop, come già era successo l’anno scorso, ma c’è anche un po’ meno elettronica. Ci rivediamo l’anno prossimo, a chiederci quali di questi dischi è rimasto davvero.

U.F.O.F.Big Thief

Loro sono una band americana di Brooklyn, in giro da due o tre anni: quest’anno hanno fatto ben due dischi, che sono finiti spesso insieme nelle liste dei giornali e delle riviste di musica. U.F.O.F., che è stato il primo a uscire, è piaciuto però di più, tanto che Pitchfork l’ha messo al terzo posto della sua classifica e addirittura al 33esimo di quella dei migliori dischi del decennio. Fanno un folk molto raffinato e perlopiù soffuso, anche se ci sono un paio di canzoni coi chitarroni: in entrambi i casi spicca sempre la voce tutta trascinata e un po’ sofferente della cantante Adrianne Lenker.

IGORTyler, the Creator

Anche se il rapper americano Tyler, the Creator ha meno di 30 anni, è almeno dal 2015 che se ne parla come di uno dei più talentuosi e sofisticati artisti dell’hip hop americano. Flower Boy del 2017 era piaciuto tantissimo, e IGOR anche di più: i pezzi sono eclettici e sofisticati dal punto di vista musicale, e Tyler si è creato un riuscitissimo personaggio eccentrico e assai stiloso. Dentro IGOR ci sono collaborazioni con Solange Knowles, slowthai, Frank Ocean, Pharrell Williams e Kanye West, e ci ha fatto qualcosa anche il chitarrista Jack White, per dire. «Tyler ha sciolto interamente il genere, distinguendosi di nuovo dai suoi contemporanei e salendo nel pantheon di quegli artisti – Prince, Pharrell, Kanye ai tempi d’oro – la cui sonorità ha una categoria tutta sua» ha scritto Crack.

Reward, Cate Le Bon

Lei è una cantante e chitarrista gallese di 36 anni che si è fatta notare per la prima volta nel 2013, con il disco Mug Museum, in cui c’era il singolo “Are You With Me Now?” e in cui c’era Perfume Genius, cantante americano con un gran gusto per il barocco che condivide in parte con Le Bon. Reward è stato scritto durante un ritiro di un anno nella Cumbria, la regione nel nord dell’Inghilterra dove tanti artisti nei secoli hanno trovato ispirazione, e in cui Le Bon ha preso pure lezioni sull’intaglio dei mobili in legno. «Qualche volta c’è il vuoto, qualche volta c’è il caos, e qualche volta ci sono tutti e due. Le Bon ha la rara capacità di far sembrare confortevoli e intimi dei suoni spigolosi, e di essere invitante e respingente allo stesso tempo» ha scritto Noisey.

Ghosteen, Nick Cave & the Bad Seeds

Difficile che un nuovo album del cantante australiano Nick Cave con la sua band dei Bad Seeds non finisse ai primi posti delle liste di fine anno: e infatti c’è un po’ dappertutto. È un disco doppio di musica elettronica e un po’ orchestrale, che parla soprattutto di morte e dolore: nel 2015, il figlio di Cave morì cadendo da una scogliera inglese. La maggior parte delle canzoni di Skeleton Tree, il disco che uscì l’anno dopo, erano già state scritte, e quindi in un certo senso è Ghosteen quello in cui ha raccontato davvero il suo lutto. «I suoni lenti e meditativi richiamano il tema dell’accettazione alla base del disco; una relativa calma dopo l’arrabbiato Skeleton Tree» ha scritto il Guardian.

1000 Gecs, 100 Gecs

Sono un duo americano di musica sperimentale e questo è il loro primo vero disco: sono una ventina di minuti di suoni incasinati e che riprendono un po’ tutte le tendenze del pop, dell’hip hop e dell’elettronica dell’ultimo decennio, dalla dubstep alla trap allo ska al pop più mainstream. Noisey l’ha messo al primo posto della sua classifica, e questo può essere poco sorprendente: ma i due critici del New York Times l’hanno messo al primo e al decimo posto delle loro liste. «Dopo l’ultimo decennio, perché non mettere tutto in un frullatore e ricominciare da capo» ha scritto Jon Caramanica. Devono piacervi le cose un po’ meta, le citazioni, l’assurdo e dovete essere disposti a farvi tartassare le orecchie.

Kiwanuka, Michael Kiwanuka

Michael Kiwanuka è uno dei cantanti inglesi più amati dalla critica, fin da quando vinse il BBC Sound of 2012. Il suo secondo disco Love & Hate aveva avuto un grande successo, anche per l’inclusione della canzone “Cold Little Heart” nella serie di HBO Big Little Lies. Il suo disco che è uscito quest’anno aveva il difficile compito di superare un’asticella fissata piuttosto in alto: lì per lì sembrava non ci fosse riuscito, anche per l’assenza di pezzi davvero memorabili, ma poi Kiwanuka è ricomparso in diverse classifiche e in buone posizioni. Jon Pareles del New York Times ha scritto che «i suoi suoni sono imponenti come le sue ambizioni, con i cori, i fiati, gli archi e l’eco del soul e della psichedelia della fine degli anni Sessanta».

Thank U, Next, Ariana Grande

Il disco di pop puro che è piaciuto di più alla critica quest’anno è stato quello di Ariana Grande, la cantante 26enne che da tempo non passa un gran periodo: prima c’è stato l’attentato al suo concerto a Manchester, e poi il suo storico ex fidanzato, il rapper Mac Miller, è morto di overdose. In prossimità dell’uscita del disco, poi, si è lasciata con il suo fidanzato Pete Davidson, comico del Saturday Night Live, dopo che erano diventati una delle coppie più raccontate dello show business americano. Consequence of Sound l’ha messo al quinto posto, scrivendo che Grande è riuscita a mettere tutte queste esperienze nel disco in modo autentico, una cosa che prima non aveva mai fatto.

Purple Mountains, Purple Mountains

I Purple Mountains sono il cantante, musicista e poeta David Berman: o meglio erano, perché Berman si è ucciso lo scorso agosto, meno di un mese dopo l’uscita del disco, il primo di questo suo nuovo progetto. Prima era stato il leader dei Silver Jews, una band di quelle venerate dalla critica e dagli addetti ai lavori, ma molto meno conosciute al di fuori. Berman era un tipo tormentato, e negli ultimi vent’anni era andato vicino all’overdose in diverse occasioni, aveva già provato a suicidarsi e aveva parlato spesso del suo difficile rapporto col padre, un lobbysta di alcol e tabacco odiatissimo dai progressisti americani. Dopo il 2009 si era ritirato, e Purple Mountains è stato il suo primo disco in dieci anni. È finito in quasi tutte le liste, perché Berman era un paroliere di grande talento e perché nel disco lo ha dimostrato. «Siamo abituati ad avere a che fare con un’opera triste in modo devastante solo dopo che l’artista che l’ha fatta ha raggiunto un posto migliore. Le storie di depressione e disperazione sono più facili da accettare se sappiamo che c’è stato un lieto fine. Purple Mountains (…) non offre questo tipo di lusso» ha scritto Pitchfork.

When I Get Home, Solange

Un’altra che quando fa un disco, potete star certi finisca sempre in cima alle classifiche delle riviste musicali americane. Solange è amatissima, ed è al secondo disco consecutivo celebratissimo dalla critica. When I Got Home è una specie di seguito di A Seat of the Table del 2016, che a conti fatti era piaciuto perfino di più. Lo stile è simile: un R&B molto raffinato e pieno di momenti di jazz spinto e a tratti psichedelico, a cui hanno lavorato anche Blood Orange e Tyler, the Creator. Secondo Crack è più «strano» del disco precedente, e «balza da un’idea coraggiosa all’altra».

The Practice of LoveJenny Hval

Lei è una cantante norvegese che cominciò con il gothic metal negli anni Novanta, per poi passare al pop elettronico sofisticato e un po’ sperimentale, raggiungendo una certa notorietà nel 2015 con il disco Apocalypse Girl. Il Guardian ha descritto The Practice of Love come «un incantesimo strano ed euforico, sostenuto da un’aura new age e da ritmi trance».

Jaime, Brittany Howard

Lei è la cantante e chitarrista degli Alabama Shakes, la band diventata famosa per il suo rock fortemente legato alla tradizione musicale afroamericana del sud degli Stati Uniti. Jaime è il suo primo disco da solista, ed è dedicato alla sorella morta di cancro alla retina da adolescente. Jon Pareles del New York Times l’ha messo al secondo posto della sua classifica, scrivendo che «con una voce che può passare dalla taverna alla chiesa a posti molto più privati, esorcizza i problemi con il piacere assoluto della musica».

Trust In the Lifeforce of the Deep Mystery, The Comet is Coming

Sono un trio londinese fatto da un sassofonista, un batterista e un tastierista, e fanno un jazz molto accessibile, un po’ funk, un po’ elettronico e un po’ psichedelico, con synth anni Settanta e un immaginario da B-movie di fantascienza. “Hanno un gran tiro”, come si dice in gergo. Secondo the Quietus stanno «accelerando» il suono del jazz di oggi, e «stanno finalmente esplorando nuovi territori».

Grey Area, Little Simz

Little Simz è il nome d’arte di Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo, rapper londinese di 25 anni e di origini nigeriane. Grey Area è stato nominato anche al Mercury Prize, il prestigioso premio britannico, ma il suo disco è piaciuto moltissimo anche negli Stati Uniti. Ci sono pezzi che sembrano usciti dagli ultimi dischi di Jack White, come “Boss”, e altri che ricordano un po’ Blood Orange, come “Selfish”. «Grey Area suona come se Simz fosse rientrata a casa, si fosse tolta le scarpe e avesse tirato finalmente tutto fuori», ha scritto Noisey.

Father of the Bride, Vampire Weekend

Il ritorno dei Vampire Weekend, band newyorkese che negli anni Duemila aveva raggiunto un successo enorme in quel periodo in cui l’indie rock aveva ormai smesso da tempo di essere indie, era attesissimo. Non pubblicavano un disco dal 2013. Father of the Bride non ha convinto tutti, e probabilmente non sarà un disco che rimarrà: ma forse per la scarsità di dischi di grandi rock band, alla fine giornali e riviste l’hanno premiato nelle liste di fine anno. Consequence of Sound l’ha messo addirittura all’ottavo posto, scrivendo che la band è meno preoccupata di essere figa, e quindi si prende un po’ meno sul serio, pur infilando una grande melodia dietro l’altra come ha sempre fatto.

Titanic Rising, Weyes Blood

Si chiama Natalie Laura Mering ed è una cantautrice della Pennsylvania di 31 anni, che ha cominciato come bassista di gruppi di musica sperimentale e che adesso fa cose decisamente più tranquille. Fa «musica vintage per gente che non vuole scrivere nel passato», ha scritto Pitchfork, che ha messo Titanic Rising al decimo posto: in mezzo ai synth un po’ spaziali e agli eco da chiesa, infatti, c’è un gusto molto classico. «Potete analizzare lo spessore, la speranza o lo humour delle parole di Mering, oppure potete rilassarvi e lasciare che il suo timbro soave e il suo gusto alla George Harrison per le chitarre slide vi travolgano».

Magdalene, FKA Twigs

Tahliah Debrett Barnett è nata nel Gloucestershire, nel sud ovest dell’Inghilterra, nel 1988: ha iniziato prima come ballerina, poi ha cominciato a registrare musica e nel 2014 aveva fatto parlare di sé su tutti i siti e le riviste di musica per il suo primo disco, LP1. Fa un pop molto elettronico, che chiamarlo pop è un bell’azzardo: la sua musica è ricercatissima, caratterizzata da un andamento tutto trascinato e sofferente. A Magdalene hanno lavorato due dei produttori più importanti di questi anni, Nicolas Jaar e Arca, ed è il secondo disco dell’anno per Pitchfork e il primo per Crack.

Remind Me Tomorrow, Sharon Van Etten

Tra le tante cantanti americane che si stanno facendo notare nel folk rock in questi ultimi anni, Sharon Van Etten è una delle più celebrate di tutte. È del New Jersey, ha 38 anni e forse l’avete vista anche in The OA, la serie di Netflix dove ha una parte importante. Remind Me Tomorrow è un disco molto vario, con influenze soprattutto legate agli anni Ottanta, ma in realtà con trovate musicali diverse quasi in ogni canzone. Un disco «maturo ma non trito» scrive il Guardian, che l’ha messo al quarto posto.

All Mirrors, Angel Olsen
Ha 32 anni, è del Missouri ed era già finita nelle liste di fine anno con il suo disco del 2016 My woman, che aveva avuto ancora più successo di quello di quest’anno. All Mirrors è comunque in posizioni avanzatissime: quarto per PitchforkConsequence of Sound, sesto per il Guardian e per Crack. Proprio Pitchfork l’ha paragonato a Disintegration dei Cure, a Heaven or Las Vegas dei Cocteau Twins e ai Siouxsie and the Banshees: in effetti al rock piuttosto spigoloso dei suoi precedenti lavori si è aggiunta una componente un po’ gotica, sottolineata dall’utilizzo dell’orchestra. Secondo Crack, questa soluzione «non oscura la scrittura di Olsen, ma anzi ne esalta la disarmante sincerità, il turbinio di archi e synth inquadra la sua voce essenziale».

Norman Fucking Rockwell, Lana del Rey

Dovessimo dirne uno, Norman Fucking Rockwell di Lana del Rey è probabilmente il disco più celebrato dalla critica di quest’anno. È nelle prime due posizioni per Noisey, Guardian Pitchfork, nelle prime dieci per il New York Times, Crack, Mojo Consequence of Sound. Lei è di New York, ha 34 anni ed è una delle popstar più note al mondo da quasi dieci anni, sempre mantenendo un’aura da cantante d’altri tempi, alternativa ma popolarissima, trasversale ma ricercata. Secondo Pitchfork questo è il suo disco più riuscito, che la conferma come «grande cantautrice americana».

When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, Billie Eilish

Era un po’ di tempo che non si verificava una tale coincidenza di entusiasmo di critica e pubblico per un’artista emergente, come successo quest’anno con Billie Eilish. Ha compiuto in questi giorni 18 anni, è di Los Angeles e lavora con suo fratello, che le fa da produttore. La maggior parte delle persone non aveva sentito parlare di lei prima di quest’anno, ma in pochi mesi è diventata una popstar enorme, popolarissima tra gli adolescenti – anche in Italia: chiedete a vostra o vostro nipote – e ammiratissima dalla critica. Coi suoi vestiti larghi, il suo atteggiamento scazzato e vagamente gotico, ha occupato un posto che era rimasto vuoto, ma che evidentemente un sacco di ragazzi e ragazze aspettavano fosse riempito. “Bad Guy” ha oltre un miliardo di ascolti su Spotify: Drake ha solo due canzoni più ascoltate, per capirci.