(Alex Wong/Getty Images)

Le banche creano soldi dal nulla?

Non le banche centrali, quelle commerciali che usiamo tutti: se ne è parlato tra gli addetti ai lavori per via di un discusso articolo di due economisti

(Alex Wong/Getty Images)

Uno strano dibattito ha coinvolto in questi giorni economisti, studiosi e persino un ex vicepresidente della Banca Centrale Europea. Il dibattito è nato da un articolo pubblicato sul sito Vox.eu, uno dei più importanti siti internet dove si discute di politica europea, a cui in breve hanno risposto in moltissimi. Il tema del dibattito suona abbastanza bizzarro, ma è in realtà una questione molto seria: le banche creano soldi dal nulla?

Non si parla di banche centrali, che come sappiamo tutti il denaro lo creano eccome (anche se in modo un po’ più complicato di come verrebbe da pensare), ma di banche commerciali, le banche private nelle quali ciascuno deposita il proprio stipendio e dalle quali preleva con il suo bancomat. Che queste banche creino denaro e che, anzi, la maggior parte del denaro in circolazione venga creato da loro, non è in discussione: quando una banca riceve 100 euro in deposito e poi presta 90 di quegli euro a un altro cliente, infatti, ha di fatto “creato” 90 euro. Prima c’erano 100 euro in circolazione, ora ce ne sono 190: i cento del deposito, che il cliente può ritirare in qualsiasi momento, più i 90 prestati al secondo cliente (ci sono poi altre discussioni su come avvenga questa creazione).

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Ma gli autori dell’articolo che ha dato inizio al dibattito, Pontus Rendahl e Lukas B. Freund, due studiosi di economia dell’Università di Cambridge, sostengono che è sbagliato pensare che questa creazione avvenga “out of thin air”, cioè dal nulla. Sostengono anche che questa credenza sia molto diffusa e citano articoli pubblicati su riviste scientifiche, quotidiani internazionali, ma sembrano prendersela anche con alcune pubblicazioni ufficiali realizzate dalle banche centrali.

Secondo i due economisti, sostenendo che le banche creino denaro “dal nulla” si finisce con l’introdurre una metafora pericolosa, quella del “magico albero della moneta” che produce denaro a volontà. La realtà, sostengono, è ben diversa: le banche non creano moneta dal nulla ma grazie ai loro “asset”, ossia grazie a ciò che possiedono, la loro affidabilità diffusa tra i clienti, i beni che possiedono e il denaro liquido che hanno nelle loro casseforti.

Per spiegare cosa intendono, i due economisti fanno l’esempio di uno studente di Cambridge di nome Lukas (che è anche il nome di uno dei due autori dell’articolo) che prova a pagare una birra in città con una cambiale, una promessa di pagamento. Difficilmente il pub gli venderà la birra: i gestori non conoscono Lukas e non sanno se possono fidarsi della sua capacità di ripagare la cambiale. Ma Lukas è fortunato, e il suo supervisore Pontus (che è il nome dell’altro autore dell’articolo) decide di cambiare il pagherò di Lukas con una sua cambiale personale. Pontus è molto più conosciuto e rispettato in città, e quindi Lukas riesce finalmente a ottenere la sua birra. Non solo: Pontus è così conosciuto che il pub usa la cambiale per pagare il birrificio da cui si rifornisce di birra.

In un certo senso, Pontus ha creato del denaro: Lukas prima non aveva soldi con cui comprare una birra, ma li ha ottenuti grazie al suo intervento e quel “denaro” è stato poi usato dal pub anche per pagare una terza parte, il birrificio. Secondo i due autori, questo esempio dimostra che la creazione di moneta non è avvenuta “dal nulla”: Pontus ha una serie di “asset” che gli hanno permesso di creare moneta. La fiducia della comunità, la sua capacità di valutare se Lukas gli restituirà i soldi e infine un conto corrente con denaro contante che potrà utilizzare nel caso in cui il pub dovesse esigere il suo pagherò prima che Lukas finisca di ripagargli il suo debito.

Con le banche, concludono gli autori, funziona nella stessa maniera. La loro capacità di creare moneta facendo prestiti deriva essenzialmente dal fatto che possiedono asset: beni che gli garantiscono che saranno in grado di ripagare i loro debiti (per esempio i nostri conti correnti). Se i clienti iniziassero a sospettare della qualità degli asset di una banca (come il pub potrebbe sospettare della solidità economica di Pontus), nessuno depositerebbe soldi sui suoi conti e la banca finirebbe presto nei guai.

Questo articolo ha suscitato numerose reazioni soprattutto per via delle implicazioni che gli autori non esprimono direttamente. In particolare, visto che l’articolo sottolinea i limiti della creazione di moneta, gli hanno risposto molti di coloro che invece sostengono che questi limiti non esistano, o che siano più deboli di quanto si pensi di solito. Per esempio ha suscitato molte risposte tra i sostenitori della MMT, una teoria economica non ortodossa secondo la quale finché i fattori produttivi non sono pienamente sfruttati (cioè fino a che ci sono disoccupati e risorse non utilizzate) si può, e si deve, stampare tutto il denaro che si vuole.

Ma l’articolo ha attirato anche i commenti di personaggi molto più inseriti nella corrente principale dell’attuale pensiero economico, per esempio Vitor Constâncio, ex vice presidente della Banca Centrale Europea. In un thread su Twitter molto commentato, Constâncio ha definito “strano” l’articolo dei due economisti. Anche se non considera le loro puntualizzazioni necessariamente sbagliate, Constâncio si chiede cosa le abbia motivate e se siano effettivamente utili al dibattito. Per lui il problema infatti è che i due economisti sembrano dare per scontato che l’espressione “le banche creano denaro dal nulla” significhi che possono farlo senza limiti. I limiti invece esistono, e sono prima di tutto i limiti imposti dai regolamenti finanziari messi in atto dalle varie banche centrali e dalle autorità pubbliche.

Stabilito che le banche non possono creare denaro a volontà, rimane il fatto che le banche lo creano effettivamente dal nulla, o quasi. Constâncio ricorda che se nell’esempio classico (quello del deposito da 100 euro usato dalla banca per fare un prestito da 90 euro che abbiamo visto sopra) il deposito precede il prestito, la realtà è molto diversa. Nessuna banca oggi aspetta il denaro di un deposito prima di fare un prestito. Se necessario, infatti, può ricorrere a molti altri modi di finanziarsi: chiedendo prestiti alla banca centrale, sfruttando il mercato dei prestiti interbancari, emettendo strumenti finanziari propri come obbligazioni.

Nella moderna industria finanziaria, insomma, non c’è bisogno che qualcuno da qualche parte risparmi fisicamente del denaro e lo versi poi sul suo conto per permettere alla banca di fare prestiti, e quindi creare denaro. Ciò che rappresenta il vero vincolo alla produzione di denaro sono invece i regolamenti, per esempio quelli che stabiliscono quante riserve la banca è obbligata a mantenere in rapporto ai prestiti che concede. Ma è possibile, e accade di frequente, che una banca si esponga molto prestando molti soldi e, in un secondo momento, le autorità di vigilanza chiedano ai suoi manager di aumentare le sue riserve, per esempio raccogliendo nuovi depositi o utilizzando altri strumenti.

Secondo Constâncio è importante ricordare questa sequenza (e cioè che la creazione di denaro può arrivare prima dei depositi) poiché è una delle ragioni per cui i regolamenti e la supervisione delle banche sono così importanti. Anche se non viene detto apertamente dai due autori dell’articolo su Vox.eu, infatti, quello che la loro spiegazione rischia di suggerire è che i limiti alla creazione di denaro da parte delle banche siano limiti imposti automaticamente dalle forze del mercato: dagli asset che la banca possiede e quindi dalla fiducia che i clienti e concorrenti hanno nella sua capacità di restituire i depositi. Insomma, il rischio è suggerire che non servano altre regole, poiché il sistema sarebbe in grado di fare da solo. «Spero che l’articolo in questione», conclude Constâncio, «non venga interpretato come un tentativo di mettere in questione le vedute più diffuse a proposito della creazione di moneta. Ma, in caso che questo rischio esista, ci sono questi tweet».