(Michele Amoruso/Pacific Press via ZUMA Wire)

Le trattative sull’ex ILVA proseguono

E si discute anche delle condizioni alle quali la multinazionale indiana potrebbe andarsene da Taranto senza (quasi) problemi

(Michele Amoruso/Pacific Press via ZUMA Wire)

Il governo italiano e la multinazionale indiana ArcelorMittal stanno continuando a trattare sul futuro dell’ex ILVA e sembrano più vicini a un qualche tipo di accordo. Domenica diversi quotidiani hanno scritto che ArcelorMittal sarebbe disposta a pagare fino a un miliardo di euro al governo italiano pur di rescindere il contratto che la obbliga ad acquistare l’acciaieria entro due anni. Oggi i giornali parlano anche di piani alternativi che invece continuano a prevedere un ruolo per la multinazionale indiana, ma che includono anche l’ingresso di aziende pubbliche e persino quello di capitali cinesi, così da garantire la produzione e l’occupazione generata dall’ex ILVA.

Quest’ultima fase della lunghissima vicenda industriale dello stabilimento dura oramai da più di un mese, da quando lo scorso novembre ArcelorMittal ha annunciato la sua intenzione di abbandonare ILVA, che un anno prima si era impegnata ad acquistare entro il 2021. La multinazionale indiana sostiene che il mercato dell’acciaio sia talmente peggiorato nell’ultimo anno che proseguire l’attività rappresenta una perdita troppo grossa. Inoltre, sostiene di non poter rispettare le richiesta fatte dalle magistratura di Taranto per migliorare la sicurezza dell’impianto e di non poter rispettare il contratto di acquisto senza lo scudo penale per i suoi manager (rimosso in seguito a una complicata vicenda politica).

Anche se le spiegazioni di ArcelorMittal non convincono tutti gli osservatori (alcuni sindacati e quotidiani, per esempio, accusano la società di aver avuto intenzione fin dall’inizio di chiudere l’impianto), la multinazionale ha avviato le pratiche per rescindere il contratto e il 20 dicembre è prevista la prima udienza al tribunale di Milano. ArcelorMittal sostiene di essere legittimata perché il governo italiano non avrebbe rispettato i suoi impegni, abolendo lo scudo penale. Il governo italiano, per il tramite dei commissari che amministrano l’ex ILVA, la pensa diversamente e anzi accusa la multinazionale di voler abbandonare l’impianto senza rispettare i patti.

Nonostante la giustizia stia seguendo il suo corso (nel frattempo, altre indagini sono in corso nella procura di Taranto e in quella di Milano), il governo e la società continuano a trattare per cercare di trovare una soluzione. Le condizioni poste da ArcelorMittal per proseguire la produzione sono particolarmente dure: esuberi di circa metà degli oltre 10 mila dipendenti dell’azienda e chiusura dell’area a caldo dell’impianto di Taranto, quella con gli altoforni su cui la magistratura della città ha chiesto all’azienda di intervenire con alcune misure di messa in sicurezza.

Il governo ha definito inaccettabili queste condizioni e ha chiesto invece il mantenimento degli attuali livelli di occupazione. Secondo una proposta di accordo circolata oggi su diversi giornali, il governo sarebbe disposto ad accettare esuberi per un massimo di 1.800 dipendenti (che saranno poi aiutati a ricollocarsi con sgravi fiscali e altri interventi pubblici). In cambio, nel capitale dell’ex ILVA dovrebbero arrivare una serie di società pubbliche e non, che aiuteranno ArcelorMittal sobbarcandosi una quota dei pesanti investimenti per la messa in sicurezza ambientale che la multinazionale si era impegnata a eseguire (un totale di circa 4 miliardi di euro per i prossimi anni).

Si parla per esempio dell’arrivo di Cassa Depositi e Prestiti e di Snam, la società pubblica che si occupa di distribuzione del gas. I giornali fanno anche il nome di Arvedi, acciaieria privata con sede a Trieste che potrebbe portare le competenze per introdurre anche nell’impianto di Taranto gli altoforni elettrici, molto meno inquinanti di quelli attualmente utilizzati nello stabilimento. In questa lista di possibili “salvatori” dell’ex ILVA alcuni quotidiani inseriscono anche dei non meglio precisati partner cinesi che sarebbero stati contattati da alcuni importanti esponenti del Movimento 5 Stelle, come il capo politico Luigi Di Maio.

L’altra possibilità, quella circolata domenica, è che governo e ArcelorMittal si accordino per un’uscita “ordinata” di quest’ultima dall’ex-ILVA, cioè senza contenziosi in tribunale. Secondo diversi quotidiani, la multinazionale indiana avrebbe offerto un miliardo di euro in cambio della rescissione del contratto, una cifra calcolata escludendo qualsiasi penale. Il governo avrebbe ritenuto l’offerta troppo bassa e avrebbe chiesto una cifra più vicina ai 2 miliardi di euro, che include oltre a 500 milioni di euro di penale, anche altri 350 milioni di euro per le mancate manutenzioni dell’impianto di Taranto nell’anno in cui è stato gestito da ArcelorMittal.

Il ministero dello Sviluppo economico finora ha smentito che questa trattativa si sia sviluppata in maniera formale, e nega l’esistenza dello scambio di lettere che conterrebbero questi dettagli. Se un accordo venisse comunque raggiunto, non ci sarebbe più ragione di proseguire l’attuale contenzioso davanti al tribunale di Milano (in cui i commissari sostengono che non sussistano le ragioni per interrompere il contratto di affitto e acquisto dell’ex ILVA, come chiede invece la multinazionale), ma non è detto invece che si concluderebbero le inchieste dei magistrati di Milano e Taranto che indagano su possibili comportamenti scorretti da parte di ArcelorMittal.

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