(Michele Amoruso/Pacific Press via ZUMA Wire)
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  • lunedì 4 novembre 2019

ArcelorMittal vuole lasciare l’ILVA

La multinazionale che controlla l'acciaieria di Taranto vuole rescindere il contratto, accusando il parlamento di aver cambiato i patti e mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro

(Michele Amoruso/Pacific Press via ZUMA Wire)

La multinazionale indiana ArcelorMittal ha detto di voler rescindere entro 30 giorni il contratto di affitto dell’acciaieria ex ILVA di Taranto, in Puglia, l’importante stabilimento siderurgico che dà lavoro a più di diecimila operai ma da anni è molto discusso per il suo grande e grave impatto ambientale. ArcelorMittal ha annunciato la sua decisione con una lettera ai commissari straordinari nominati dal ministero per lo Sviluppo economico, accusando il governo di aver approvato leggi che vanno contro il contratto già sottoscritto, rendendo troppo difficile per la società gestire e soprattutto risanare l’acciaieria. ArcelorMittal aveva preso il controllo dell’ILVA nel novembre del 2018, dopo lunghe trattative mediate dal governo per impedire la chiusura dell’acciaieria e la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro, rischio che è tornato attuale dopo l’annuncio di oggi. Con la fine del contratto con ArcelorMittal, rischiano di saltare entrambi gli obiettivi di anni di trattative sull’ILVA: salvare i posti di lavoro risanando l’impianto.

Non è ancora chiaro se l’annuncio di ArcelorMittal sia definitivo, o se sia una mossa negoziale per ottenere dal governo maggiori concessioni, scrive il Sole 24 Ore. Nelle ore successive all’annuncio, i giornali hanno scritto che fonti vicine al governo sostengono che non ci siano davvero i presupposti per la rescissione del contratto. Al ministero dello Sviluppo economico è stata convocata una riunione straordinaria tra vari ministri competenti, da quello dell’Ambiente Sergio Costa a quello del Sud Giuseppe Provenzano. Secondo una stima di Svimez, un’organizzazione che studia l’economia dell’Italia meridionale, la chiusura dell’ILVA e il blocco della produzione comporterebbero perdite per 24 miliardi di euro sul PIL nazionale, senza contare la perdita di migliaia di occupati.

La ragione principale avanzata da ArcelorMittal per la rescissione del contratto è il fatto che nelle scorse settimane un emendamento al pasticciato decreto “salva imprese” – voluto dai senatori del Movimento 5 Stelle, che in campagna elettorale avevano promesso di chiudere l’impianto – aveva revocato alla multinazionale l’immunità penale, una garanzia che le era stata data sulla non perseguibilità delle eventuali violazioni realizzate prima del termine del risanamento ambientale, a costo di svolgere i lavori di adeguamento degli impianti secondo i tempi previsti (cosa che la società stava facendo). Il comunicato della società ricorda che «nel caso in cui un nuovo provvedimento legislativo incida sul piano ambientale dello stabilimento di Taranto in misura tale da rendere impossibile la sua gestione o l’attuazione del piano industriale, la società ha il diritto contrattuale di recedere dallo stesso contratto». Spiega Repubblica:

L’azienda era entrata da gennaio in amministrazione straordinaria, si era in piena fase critica perché erano aperte tutte le conseguenze del sequestro giudiziario dell’area a caldo del 2012, e con questa norma si era voluto di fatto assicurare una protezione legale sia ai gestori dell’azienda (i commissari), che ai futuri acquirenti (l’offerta di gara di ArcelorMittal doveva ancora palesarsi), relativamente all’attuazione del piano ambientale della fabbrica. Evitare, cioè, che attuando il piano ambientale, normato da un Dpcm di settembre 2017, i commissari o i futuri acquirenti del siderurgico restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato essendo l’inquinamento Ilva un problema di lunga data. Arrivati all’aprile scorso, il governo Lega-M5s elimina l’immunità penale con il decreto crescita. […]

A sostenere questa iniziativa è in particolare il ministro dello Sviluppo, Di Maio, che aveva promesso la chiusura dell’acciaieria e fa dell’abbattimento delle tutele legali un risultato minimo da centrare ad ogni costo. […] Ma l’azienda minaccia di andarsene all’indomani della scadenza del 6 settembre. A sostegno di ArcelorMittal arrivano anche sindacati, Confindustria e Federmeccanica, per i quali non si possono mutare in corsa le regole del gioco. E così si arriva a una nuova giravolta. E’ agosto quando lo scudo torna in pista con il decreto salva-Imprese. Sembra poter essere una soluzione di compromesso, con modifiche e limitazioni (l’immunità viene ripristinata ma è a scadenza progressiva: “copre” gli impianti da mettere a norma per il periodo di tempo strettamente necessario ai lavori come da cronoprogramma), per salvare sia gli interessi del gruppo industriale che la posizione del M5s. Ma alla fine – su pressione di una folta pattuglia M5s capitanata da Barbara Lezzi – l’articolo in questione è soppresso dalla versione definitiva del decreto, approvata solo pochi giorni fa al Senato con la fiducia e poi alla Camera. L’ennesimo cambio di programma scatena la reazione del gruppo, con la sparata odierna sulla disdetta del contratto.

Marco Bentivogli, sindacalista segretario nazionale della Fim Cisl, ha definito la decisione del parlamento «un capolavoro di incompetenza e pavidità politica: non disinnescare bomba ambientale e unire bomba sociale». L’europarlamentare Carlo Calenda, che si era occupato dell’ILVA a lungo da ministro dello Sviluppo economico, ha scritto su Twitter: «Vorrei solo dire a chi ha votato contro lo “scudo penale” ILVA – PD, M5S e Italia Viva – siete degli irresponsabili. Avete distrutto il lavoro di anni e mandato via dal Sud un investitore da 4,2 mld, per i vostri giochini politici da quattro soldi».

Ma ci sono anche altre ragioni per la decisione di ArcelorMittal, forse: soprattutto la crisi del settore siderurgico, che secondo i giornali fa perdere al gruppo circa due milioni di euro al mese, e il rischio che venga rivista l’autorizzazione ambientale concessa all’acciaieria. ArcelorMittal ha poi citato i provvedimenti del Tribunale di Taranto che rischiano di obbligare allo spegnimento dell’altoforno 2 dell’acciaieria, che necessita di interventi speciali dopo la morte di un operaio nel 2015.

Attualmente il contratto di ArcelorMittal è di affitto, e avrebbe dovuto trasformarsi in una completa acquisizione nel 2020. La multinazionale si era impegnata a fare investimenti ambientali per 1,1 miliardi di euro, produttivi per 1,2 miliardi e a versare poi 1,8 miliardi di euro – meno i canoni di affitto già versati – al momento dell’acquisizione. Il gruppo impiega 10.700 operai, di cui 8.200 nello stabilimento di Taranto (ci sono anche impianti a Novi Ligure e Cornigliano). 1.276 lavoratori sono in cassa integrazione ordinaria dallo scorso settembre, e nei giorni scorsi il ministro per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli aveva annunciato un nuovo incontro tra i dirigenti di ArcelorMittal e i sindacati.

L’ILVA di Taranto è una delle più grandi acciaierie d’Europa ed è più estesa dell’intero abitato di Taranto. Negli anni però è stata responsabile di un grave inquinamento dell’area circostante e l’azienda che la gestiva in precedenza aveva commesso svariate violazioni della normativa ambientale, ragione per cui nel 2012 la magistratura ne aveva ordinato il sequestro, innescando il lungo processo che attraverso il commissariamento pubblico ha portato l’acciaieria a essere ceduta ad ArcelorMittal.

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