Donald Trump e Boris Johnson. (AP Photo/Evan Vucci)
  • Cultura
  • domenica 24 novembre 2019

La sindrome della perdita del controllo

Ha prodotto Brexit e anche la vittoria elettorale di Trump e l'emersione dei populismi, scrive nel suo nuovo libro Antonello Guerrera, corrispondente dal Regno Unito per Repubblica

Donald Trump e Boris Johnson. (AP Photo/Evan Vucci)

Uno dei giornalisti italiani che hanno seguito di più e meglio le vicende attorno a Brexit è Antonello Guerrera, giornalista e corrispondente di Repubblica dal Regno Unito: in un libro uscito il 22 ottobre per Rizzoli, intitolato Il popolo contro il popolo, Guerrera non si limita a ricostruire e contestualizzare le complicate trattative degli ultimi tre anni sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, con molti aneddoti e dietro le quinte, ma prova a mettere la stessa Brexit in un contesto più ampio, sostenendo tra le altre cose che esista qualcosa – la “sindrome della perdita del controllo” – che la unisce ad altre grandi storie di questi anni, dall’emersione dei populismi alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti. Pubblichiamo di seguito un estratto del libro.

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Negli ultimi tre anni dal referendum del 2016, giornalisti e studiosi hanno raccontato e analizzato le più svariate cause per dare una giustificazione – e un senso – alla Brexit […] Tuttavia, molto raramente è stato messo sinora in evidenza un aspetto più generale e secondo me cruciale […], una grossa radice comune che li lega ad altre manifestazioni globali come l’emersione rabbiosa del populismo in Occidente, l’elezione di Donald Trump, la verticale crescita in Italia e in Europa di partiti sovranisti e/o apertamente xenofobi o razzisti, la crisi delle migrazioni, il crollo/rallentamento dell’economia mondiale, la crisi del neoliberalismo, alcune degenerazioni del capitalismo come le disuguaglianze sociali, il rifiuto di appartenere all’Unione Europea e altre sovrastrutture politiche, economiche e finanziarie.

Questa radice comune può essere individuata in una particolare sindrome, quella della «perdita del controllo».

Dominic Cummings, lo stratega principe della campagna per abbandonare l’Unione Europea nel 2016, è stato geniale – e vincente – proprio per questo. Perché ha colto, rielaborato e trasmesso agli elettori del referendum l’essenza dello Zeitgeist mondiale contemporaneo: la perdita del controllo. E dunque l’ansia di riottenerlo, a tutti i costi, incarnandola nello slogan principe della campagna pro Brexit: Take back control.

Difatti, i sentimenti e le reazioni populiste alla crisi dei migranti di molti elettori in Occidente derivano soprattutto dalla sensazione di perdita di controllo dei flussi migratori. Oppure, la stessa crisi del 2008-2009 è esplosa per un’assoluta mancanza di controllo delle cause (dai mutui subprime in giù) e dei deterrenti di contenimento. La sindrome di mancanza di controllo è legata anche ai danni della finanza rapace e agli strumenti sinora molto deboli dei governi per evitare speculazioni colossali che hanno dilaniato l’economia reale e il risparmio dei contribuenti, diffondendo dunque risentimento anche verso le banche.

E ancora: il mancato, se non nullo, controllo sulle (mancate) tassazioni alle multinazionali, che impunemente da decenni pagano le imposte dove conviene di più; il neoliberalismo e il capitalismo senza regole e apparentemente senza alcun controllo, che ha generato disuguaglianze sempre più enormi in Occidente; il mercato delle compravendite e degli affitti delle case che in Inghilterra e soprattutto a Londra ha raggiunto picchi insostenibili negli ultimi anni; nel caso specifico della Brexit, un’Unione Europea sulla quale Londra non riusciva più a esercitare un controllo, secondo gli euroscettici; infine, i crescenti irredentismi, dalla Catalogna alla Scozia fino alla fantasiosa Padania, dimostrano che in molti non sentono di avere il controllo del loro destino e delle loro politiche e quindi vogliono conquistare la loro indipendenza, come del resto ha deciso il Regno Unito nei confronti dell’Ue. […]

Trump negli Stati Uniti, Salvini e i Cinque Stelle in Italia, Le Pen in Francia, Alternative Für Deutschland (Afd) in Germania, il movimentismo di Podemos e poi i neofascisti di Vox in Spagna, la Fpö in Austria, i Democratici in Svezia, i Veri finlandesi in Finlandia, il Partito del popolo in Danimarca, Geert Wilders nei Paesi Bassi e poi i governi sovranisti e spesso xenofobi in Polonia e Ungheria. Non è un caso che tutti questi partiti o movimenti, di qualsiasi colore, abbiano prosperato sensibilmente negli ultimi anni. Perché tutti, chi su un aspetto chi su un altro, hanno promesso di restituire o di riportare al proprio Paese e ai cittadini il controllo della situazione: sui migranti (si vedano Salvini, Trump, Le Pen, Afd e molti altri), sull’economia e il commercio (Trump), sul controllo della finanza, delle banche e di altre dinamiche economiche e sociali (Cinque Stelle, Le Pen eccetera), sulle disuguaglianze sociali (Podemos) eccetera. […]

Quando si esce da Londra e si va nel resto dell’Inghilterra o nel Galles, ci si immerge letteralmente in un’altra dimensione, che non è la «Cool Britannia» pubblicizzata da Tony Blair, che non contempla i sorry a ogni minimo contatto casuale con un’altra persona, che evidenzia il frequente disagio sociale delle classi popolari della periferia dell’impero, i servizi e i trasporti nettamente inferiori e la produttività lillipuziana di aree come Sunderland, la Cumbria, Middlesbrough, Sheffield. Molti brexiter che ho incontrato durante vari reportage nel nord dell’Inghilterra mi hanno detto di aver votato per l’uscita dall’Ue principalmente per due motivi: «Basta migranti dell’est Europa che scroccano il nostro welfare» e «Dare un segnale forte a Londra, per farci sentire». […]

Il triste paradosso è che ora la Brexit dura potrebbe ulteriormente colpire queste zone già immiserite da un’economia post-industriale sempre più zoppicante dopo la chiusura di numerose acciaierie e fabbriche negli anni Ottanta e Novanta. Non a caso, nel suo ultimo libro The Future of Capitalism, l’economista Paul Collier avanza la proposta di una tassa a Londra e alle grandi città da donare alle comunità abbandonate delle banlieue dell’impero britannico. Collier fa l’esempio proprio di Sheffield, dove è cresciuto, prima di diventare una star dell’università di Oxford. […] Secondo Collier, c’è bisogno di una terza via perché il sistema attuale in buona parte non è più sostenibile, crea troppe disuguaglianze ed è appunto fuori controllo: i mercati hanno dimostrato che non sanno affatto autoregolarsi. Ma per fare questo, anche le aziende e i cittadini devono riacquistare quell’etica perduta e che, dopo gli anni Settanta e Ottanta, era richiesta solo allo Stato. Anche perché, come ha argomentato Larry Elliott sul Guardian, essenzialmente la «Brexit è un rifiuto della globalizzazione».

© Antonello Guerrera – Il popolo contro il popolo

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