Un particolare della copertina di "Lontano dagli occhi" di Paolo Di Paolo (Feltrinelli)

Che musica sentono i personaggi di un libro?

Paolo Di Paolo risponde per i suoi, riflettendo su come fare uscire "fuori" le storie dei romanzi

di Paolo Di Paolo
Un particolare della copertina di "Lontano dagli occhi" di Paolo Di Paolo (Feltrinelli)

Quando – in una presentazione a Bologna – ho fatto a Eshkol Nevo una delle domande presenti nel suo romanzo L’ultima intervista (Neri Pozza), mi ha risposto come il suo personaggio: «I libri nella forma che conosciamo oggi potrebbero scomparire dal mondo. Ma chissà? La nuova forma potrebbe essere anche più affascinante. Una colonna sonora, magari. Mi fa disperare il fatto di non poter aggiungere una colonna sonora ai miei scritti». La domanda era: a suo parere, anche in futuro si continuerà a leggere libri?

Non è nuova la riflessione sull’ipertesto, su come si possa estendere la forma tradizionale del libro, farne “realtà aumentata”. Nei fatti, l’ormai superato booktrailer, la fortuna crescente dell’audiobook e diversi esperimenti di promozione sui social sono nel campo largo e caotico in cui il libro gioca, proiettandosi oltre sé stesso. Le playlist associate ai romanzi hanno già una storia significativa: per i romanzi di Murakami, circola una “colonna sonora” aggiunta di ventisei ore. Una collezione di pezzi musicali che mescola il jazz ai Beach Boys, Springsteen a Puccini, i Beatles a Sheryl Crow. Spotify facilita l’operazione, e agganciare note a parole – che si tratti di mood complessivo o di citazione diretta – suona, è il caso di dire, come un valore aggiunto.

Per l’ultimo romanzo che ho scritto, Lontano dagli occhi (Feltrinelli), c’è una playlist. E non si tratta solo di atmosfera. La storia è una storia anni Ottanta – una primavera che diventa estate, all’inizio del decennio. Tre donne, tre uomini, un cambiamento radicale nella loro vita. Non sei personaggi in cerca d’autore. Ma un autore in cerca di sei personaggi: li ho cercati, pedinati, ho provato a non giudicarli, come parenti segreti, sapendo che le loro vicende in qualche modo mi riguardavano. Ed ecco, ho provato a tendere l’orecchio per sapere che musica ascoltavano. Sì, certo, da un bar aperto arrivano le note di Vamos a la playa, ma loro – Luciana e l’Irlandese, Valentina e Ermes, Gaetano e Cecilia – che cosa scelgono di ascoltare? Ho scoperto che, messa così, è un’insolita porta d’accesso alle emozioni dei personaggi. Non è la mia playlist, ma la loro. Materiale narrativo “puro”. Ecco tre esempi.

1983 – Lucio Dalla
Gaetano, nel romanzo, ha ventisei anni, lavora in una tavola calda e certe sere – dalla stanchezza e dalla malinconia – sente di non avere grandi ragioni per rientrare a casa. Ma ha una sterminata collezione di fumetti. E quando esce il nuovo numero di Linus è una festa. In copertina c’è Snoopy, occhi gialli e allarmati. Woodstock accanto a lui dice: No, gli animali come noi non votano, non possiamo dire la nostra su quel che succede nel mondo. Gaetano va a cercare la sua rubrica preferita, “Pagine di musica”, c’è un pezzo sulla vita di Carlos Santana, lo leggerà più tardi. Invece scorre veloce l’articolo che parla di Lucio Dalla, anche perché è illustrato da Andrea Pazienza. Si vede Dalla barbuto, con la sigaretta stretta fra le labbra, come lui in questo istante, e il baschetto, e un sax da cui esce una scia di stelle. La notizia è che ha inciso un nuovo disco e che l’ha intitolato come l’anno in corso, 1983. Vengono citati alcuni versi da un paio di canzoni. Una dice: “Da una foto mia madre comincia a parlare / dice: ti ricordi tuo padre come ci sapeva fare?”. E sì, pensa Gaetano, se parlasse da una foto, mia madre parlerebbe così, parlerebbe bene di mio padre e di suo padre, parlava bene di tutti, aveva questa ammirazione bellissima per la gente della sua vita.

Tropicana – Gruppo Italiano
Canzone più che leggera, motivetto martellante che segna la lunga estate spensierata del 1983. In Rete, oggi, abbondano letture perfino un po’ inquietanti di quei versi disimpegnati. E se fosse un racconto distopico? Se chi sta ballando su un’isola fosse minacciato dall’eruzione di un vulcano? C’è poco da scherzare. “L’acqua ribolliva lentamente ad est”. E l’abbronzatura atomica? Come va letta? Fatto è che, nel romanzo, al padre della diciassettenne Valentina – un funzionario della Democrazia Cristiana – il motivetto sembra solo sciocco. Non lo sopporta. Come non sopporta quella spensieratezza esibita, quella voglia di godersela, quella fretta di dimenticare tutto. È così che succedono i casini, pensa, nella distrazione. Ma forse non sa che anche il Gruppo Italiano – cantando «Bevila perché è Tropicana, ye» – la pensa più o meno come lui.

Billie Jean – Michael Jackson
A dieci anni dalla morte, Jacko è diventato più problematico che da vivo. Lo si evoca guardinghi e fra precisazioni e distinguo. Ma per Valentina, la ragazza che nel romanzo scappa di casa, ascoltare Billie Jean – a ripetizione, walkman a tutto volume – è un modo per farsi coraggio. È il secondo singolo dell’album Thriller, forse il più venduto nella storia della musica. Il mio personaggio temo non segua granché il testo, le parole le sfuggono; per lei conta il ritmo, la forza musicale del brano che segna la prodigiosa esplosione dei videoclip mainstream e mega-budget. Se sapesse, se capisse, forse sentirebbe che qualcosa la riguarda anche più intimamente. È rimasta incinta di un ragazzo che non è per niente convinto di essere il padre del bambino. La canzone parrebbe raccontare la storia di una donna che attribuisce la paternità di un bambino a qualcuno che invece la rifiuta. Autobiografica? Jackson non l’ha mai confermato. «Lei mi disse che il suo nome era Billie Jean mentre faceva una scenata… Il bambino non è mio figlio…». Povera Valentina, si dà coraggio ascoltando la canzone sbagliata!

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