(Dan Kitwood/Getty Images)

Brexit non finirà mai

Questa è ancora solo la prima fase, e il nuovo rinvio comporterà nuove trattative ed estensioni: basta poco per trovarsi a parlare del 2025 o del 2030

(Dan Kitwood/Getty Images)

In questi giorni è diventato chiaro che il Regno Unito non riuscirà ad avviare il processo di uscita dall’Unione Europea il 31 ottobre, cioè nel giorno che era stato stabilito – dopo un altro precedente rinvio – dai negoziatori europei e britannici. C’entra soprattutto il fatto che i parlamentari britannici sono ancora parecchio divisi su quale forma di Brexit appoggiare, ma se anche riusciranno a farlo entro il 31 gennaio 2020 – la nuova data di cui si sta discutendo in questi giorni – Brexit continuerà ad occupare il dibattito politico britannico ancora per molti anni, potenzialmente per il prevedibile futuro.

Secondo l’accordo concordato dal governo di Boris Johnson e dall’Unione Europea, una volta che il Regno Unito avvierà il processo di uscita entrerà in un cosiddetto periodo di transizione che durerà fino al 31 dicembre 2020. Durante il periodo di transizione – in cui peraltro il Regno Unito rimarrà dentro l’Unione Europea ma senza partecipare ai suoi organi decisionali – governo britannico e Commissione europea dovranno negoziare le loro relazioni future, soprattutto in termini di commercio e sicurezza.

Per questa ragione Ed Conway, responsabile economico di Sky News UK, ha scritto che sarebbe più corretto definirlo «periodo di negoziazione»: Regno Unito e Unione Europea dovranno infatti affrontare temi molto complessi e delicati, fra cui il sistema dei dazi che riguarderà migliaia di prodotti e il nuovo rapporto di concorrenza fra aziende britanniche ed europee. Sono temi ancora più complessi e delicati dei termini di separazione, cioè l’oggetto del negoziato degli ultimi due anni. Per fare accordi di questo tipo servono molti anni, tanto che ieri il capo dei negoziatori europei Michel Barnier – che da qualche giorno è stato confermato alla guida dei negoziatori europei anche per la fase successiva – ha ipotizzato che ne serviranno almeno tre. Sempre che non ci siano, come possibile, nuovi e ulteriori rinvii anche per il periodo di transizione e negoziazione.

Contando che a oggi mancano solo 14 mesi alla fine dell’eventuale periodo di transizione – che entrerà in vigore solo se l’accordo di Johnson verrà approvato – quasi sicuramente il Regno Unito dovrà chiedere una estensione. Il problema è che può farlo soltanto entro l’1 luglio 2020: di conseguenza il Parlamento dovrà iniziare a discutere dell’estensione già nei primi mesi del 2020, anche perché di solito la Camera britannica interrompe le sue attività per diverse settimane sia per Natale sia per Pasqua. Insomma, quando finirà il dibattito parlamentare sui termini del divorzio con la UE ne inizierà uno sull’estensione del periodo di transizione, e solo successivamente si discuterà della futura relazione fra Regno Unito e Unione Europea.

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A complicare le cose c’è anche il fatto che i famosi 39 miliardi di euro che il Regno Unito verserà all’Unione Europea per rispettare tutti gli impegni presi fino al 2018 sono stati calcolati fino al 31 dicembre 2020, cioè la fine dell’eventuale periodo di transizione. In caso di estensione il Regno Unito dovrà quindi mettersi d’accordo per versare altri soldi all’Unione Europea. Non ci saranno cifre precise di riferimento, perché l’Unione Europea sta discutendo in questi giorni il proprio bilancio per il periodo 2021-2027 senza tener conto del Regno Unito. «L’Unione può sostanzialmente inventarsi una cifra, e le due parti dovranno mettersi d’accordo: è una ricetta per una trattativa tossica», ha scritto il caporedattore del Telegraph che si occupa di Europa, Peter Foster. E quindi si dovrebbe trattare anche su questo.

Se anche tutto dovesse andare liscio, anzi ancora meglio che liscio, e il Regno Unito avviasse il processo di uscita il 31 ottobre e uscisse dall’Unione Europea il 31 dicembre 2020, ci vorranno molti anni perché i dazi entrino in vigore e perché le aziende e i cittadini britannici si adattino alla nuova realtà: almeno cinque, scrive Conway, ma probabilmente di più. Nel frattempo Brexit inizierà a produrre le prime conseguenze pratiche – restrizioni alla libertà di movimento tra Regno Unito e Unione Europea, periodi di instabilità economica, e così via – cosa che inevitabilmente continuerà a condizionare il dibattito politico e le trattative.