(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Il taglio del numero dei parlamentari sta arrivando

Oggi è ricominciata la discussione, domani è previsto il voto finale: in cambio del proprio voto favorevole il PD ha preteso un po' di cose

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Oggi alle 10 è iniziata alla Camera l’ultima discussione sulla riforma costituzionale per il taglio del numero dei parlamentari che, se approvata definitivamente, ridurrà il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. La riforma è stata fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle e la sua approvazione ha costituito uno dei requisiti per la formazione del secondo governo Conte insieme al PD.

L’ultimo voto dovrebbe arrivare domani e si prevede che la riforma passi con una larga maggioranza, soprattutto se alla fine il centrodestra deciderà di votare “Sì” insieme a PD e Movimento 5 Stelle (Forza Italia e Lega hanno già annunciato il voto a favore). Se anche la riforma fosse approvata, comunque, non entrerà immediatamente in vigore. Nei tre mesi successivi alla sua pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, infatti, potrebbe essere presentata una richiesta di referendum confermativo. La richiesta può essere presentata da un quinto dei membri di una delle due camere, da 500 mila elettori oppure da cinque consigli regionali. Il referendum confermativo, come quello che si tenne nel 2016 per decidere sulla riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi, non prevede quorum e stabilisce che la riforma venga respinta se i “No” superano i “Sì” anche di un voto soltanto.

Ritenuta in genere una misura che risponde a una forte domanda popolare, il taglio del numero dei parlamentari è stato molto criticato da diversi esperti e giuristi, poiché riducendo il numero di parlamentari diminuisce la rappresentanza degli elettori, rende i gruppi parlamentari più piccoli e facilmente controllabili da leader e segretari, e più in generale rischia di allontanare ulteriormente l’elettorato dalla politica. Le stesse critiche peraltro erano state espresse a lungo dal PD, che domani dovrebbe votare a favore. Se la riforma venisse approvata, l’Italia diventerebbe il grande paese europeo con il Parlamento più piccolo in proporzione alla popolazione: un parlamentare ogni 151 mila abitanti, contro uno ogni circa 100-110 mila di Regno Unito, Francia e Germania. I risparmi sarebbero trascurabili, nell’ordine di qualche decina di milioni di euro all’anno.

Insieme al voto sulla riduzione del numero dei parlamentari, la maggioranza formata da PD, Movimento 5 Stelle, LeU e Italia Viva dovrebbe accordarsi formalmente anche su un vasto piano di riforme costituzionali che saranno discusse nei prossimi mesi. Questo piano, ammesso che vada in porto, è il “prezzo” che il PD ha chiesto al M5S in cambio della sua approvazione della riforma sul numero dei parlamentari (nelle tre precedenti votazioni sul testo, il partito di Zingaretti aveva infatti sempre votato no).

Questo piano di riforme comprende quattro punti differenti. Entro dicembre le forze di maggioranza dovrebbero presentare una riforma elettorale, la terza in meno di cinque anni: si parla di un proporzionale puro con soglia di sbarramento. Entro ottobre, invece, dovrebbe iniziare il percorso parlamentare di tre nuove riforme costituzionali. La prima dovrebbe riformare il funzionamento del Senato, cambiando la parte della Costituzione che stabilisce la sua elezione su base regionale (una delle ragioni per cui negli ultimi anni è sempre stato difficile avere una solida maggioranza in Senato).

La seconda dovrebbe essere l’abbassamento dell’età per votare per il Senato da 25 a 18 anni. Infine la modifica del numero di delegati regionali che partecipano all’elezione del presidente della Repubblica. Attualmente ogni regione – salvo la Valle d’Aosta – invia 3 delegati (58 in totale), che però in un Parlamento dimezzato dalla riforma secondo alcuni diventerebbero troppo influenti nell’elezione. Tranne la legge elettorale, tutte le altre proposte sono modifiche costituzionali: andranno approvate due volte in ciascuna camera e se non saranno votate da almeno due terzi dei parlamentari (e sembra probabile che non lo saranno) potrebbero essere sottoposte a un referendum confermativo.

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