(Doug Mills/The New York Times POOL PHOTO/Getty Images)
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  • mercoledì 25 settembre 2019

Come funzionerà l’impeachment contro Trump

E cosa rischia il presidente statunitense, dopo l'annuncio che i Democratici avvieranno la procedura nei suoi confronti

(Doug Mills/The New York Times POOL PHOTO/Getty Images)

Martedì sera Nancy Pelosi, presidente (speaker) della Camera statunitense e leader del Partito Democratico al Congresso, ha annunciato l’avvio di una procedura di impeachment contro il presidente Donald Trump. Il meccanismo è previsto dalla Costituzione americana e significa concretamente il tentativo di rimozione forzata di una persona da un incarico governativo: in questo caso, dal più importante incarico governativo degli Stati Uniti d’America.

Quella di Pelosi è una decisione importante e a suo modo storica: finora ci sono stati soltanto due presidenti coinvolti in un processo per impeachmenta un secolo di distanza l’uno dall’altro, e l’accusa è considerata talmente grave che viene maneggiata con molta cautela dai politici statunitensi (non era stata avviata nemmeno dopo la diffusione del rapporto di Robert Mueller sui contatti fra Trump e il governo russo, e sui tentativi di Trump di ostacolare le indagini). Nessuno dei due presidenti – Andrew Johnson e Bill Clinton – fu rimosso dal suo incarico, e a meno di grosse sorprese nemmeno Trump lo sarà: ma la procedura, una volta avviata, lo costringerà comunque a subire una specie di processo, e condizionerà pesantemente la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2020.

La decisione di Pelosi è arrivata dopo che negli ultimi giorni era emerso che Trump aveva fatto pressioni su un leader straniero – il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – perché aprisse un’indagine nei confronti di Joe Biden, ex vicepresidente americano e probabile sfidante di Trump alle elezioni del 2020. Da mesi i giornali e le tv di destra sostengono che Biden da vicepresidente in carica abbia fatto licenziare un procuratore ucraino che avrebbe potuto indagare su suo figlio Hunter, che all’epoca lavorava come dirigente in una società ucraina che si occupava di gas il cui presidente ha poi avuto qualche guaio giudiziario. Non esiste alcuna prova che Biden abbia fatto licenziare il procuratore per interessi personali – il procuratore era ampiamente considerato compromesso e corrotto, dalla comunità internazionale e anche dagli Stati Uniti – né che suo figlio abbia commesso qualche reato. Eppure Trump ha ammesso di avere chiesto a Zelensky di indagare entrambi, minacciando anche di sospendere il pagamento di una rata di aiuti economici da centinaia di milioni di dollari destinata all’Ucraina.

Nel discorso con cui ha annunciato l’avvio delle procedure di impeachment Pelosi ha spiegato che, ricattando Zelensky, Trump ha «tradito il giuramento che ha fatto quando si è insediato, ha tradito la nostra sicurezza nazionale e ha tradito l’integrità delle nostre elezioni», lasciando intuire quale sarà la linea dell’accusa nei suoi confronti.

La procedura di impeachment fu introdotta nel sistema legislativo statunitense dai padri fondatori del paese, in particolare da Benjamin Franklin. L’idea era trovare una soluzione per i casi in cui il presidente o un’altra persona con un incarico importante all’interno del governo avesse abusato del proprio potere. Il New York Times spiega che ancora oggi l’interpretazione più diffusa è che l’impeachment serva a punire «un abuso di potere compiuto da un funzionario pubblico di alto livello».

I padri fondatori presero spunto da una legge britannica, ma di fatto inventarono loro la procedura, poi adottata in varie forme anche da altri paesi (tra cui l’Italia). La Costituzione americana prevede tre casi in cui i funzionari federali possono essere coinvolti in una procedura di impeachment: tradimento, corruzione e «gravi crimini e misfatti». Il fatto che quest’ultima espressione sia ambigua ha sempre creato dibattiti tra gli esperti di diritto su quali atti possano effettivamente giustificare un impeachment.

Ci sono stati solo due casi di impeachment contro un presidente nella storia degli Stati Uniti: quello contro Andrew Johnson (che fu presidente dal 1865 al 1869) e quello contro Bill Clinton nel 1998. In un terzo caso, quello causato dal Watergate, la procedura stava per essere avviata contro Richard Nixon, ma l’allora presidente si dimise prima che la Camera si riunisse per votarla. Johnson subì l’impeachment per aver licenziato il suo ministro della Guerra, in un’epoca in cui si riteneva che il presidente non potesse licenziare un membro del governo senza l’approvazione del Congresso. La procedura contro Clinton fu avviata invece dopo lo scandalo nato intorno alla sua relazione con Monica Lewinsky: le accuse erano di spergiuro e di intralcio alla giustizia, per aver mentito in pubblico sui suoi rapporti con Lewinsky.

In tutti e tre i casi le ragioni dell’impeachment rientravano nei «gravi crimini e misfatti» citati dalla Costituzione. All’epoca dell’impeachment contro Clinton, la maggior parte dei politici Democratici e diversi esperti di diritto ritenevano che le bugie di un presidente su una relazione privata non potessero essere considerate un «grave crimine».

Le accuse contro Trump si avvicinano di più all’abuso di potere: in sostanza i Democratici lo accusano di avere approfittato della sua posizione di presidente degli Stati Uniti per ottenere informazioni potenzialmente imbarazzanti nei confronti di un avversario politico, con l’obiettivo di inquinare la campagna elettorale del 2020. Se davvero Trump avesse voluto sapere se Biden aveva compiuto qualche irregolarità, sostengono i suoi critici, si sarebbe rivolto alle agenzie di intelligence americane senza fare pressione su un leader straniero (che ha tutto l’interesse a dare a Trump ciò che desidera, se ricattato).

Alcuni potrebbero ricordare che Trump ha subito le stesse accuse durante il caso dei suoi contatti con la Russia, senza che i Democratici abbiano avviato la procedura. In realtà se ne discusse per molti mesi, e alla fine i dirigenti Democratici lasciarono perdere per una serie di ragioni. Per prima cosa perché il rapporto di Mueller non diceva esplicitamente che Trump andava incriminato – principalmente per via di una prassi del Dipartimento di Giustizia secondo cui un presidente in carica non può ricevere incriminazioni giudiziarie formali – e poi perché la procedura era molto impopolare.

Su FiveThirtyEight, l’esperto di sondaggi Nate Silver ha ricostruito che nel periodo dello scandalo sulla Russia la percentuale di elettori contrari all’impeachment contro Trump è aumentata mano a mano che emergevano nuove accuse contro Trump. Le ragioni non sono chiarissime – Silver ipotizza fra le altre cose che gli americani abbiano un’asticella molto alta per rimuovere un presidente eletto democraticamente – ma per molto tempo hanno generato un discreto scetticismo nei leader Democratici, fra cui la stessa Pelosi, nei confronti della procedura. Ora le cose sono cambiate.

Secondo Vox, c’entra il fatto che mentre un’eventuale procedura di impeachment sulla Russia intendeva sanzionare un comportamento che Trump o i suoi collaboratori avevano tenuto in passato, accusarlo formalmente per la pressione fatta su Zelensky ha come obiettivo «impedire che il presidente stringa un losco accordo con le autorità ucraine, e scoraggiare l’uso di espedienti del genere a scopi politici». In altre parole, continua Vox, i Democratici sperano che le procedure di impeachment attirino «un’attenzione tale da essere il mezzo più efficace per impedire a Trump di inquinare le elezioni del 2020».

Pelosi e i Democratici devono ancora fornire alcuni dettagli sulle accuse che vogliono avanzare, ma molti deputati del partito si sono già espressi a favore della procedura. Secondo un calcolo del New York Times al momento 204 deputati su 435 sono esplicitamente disponibili ad avviare l’impeachment. Sono numeri molto vicini a una maggioranza: del resto i Democratici controllano la Camera dal 2018, anno in cui hanno ottenuto la maggioranza dei seggi alle elezioni di metà mandato.

Dal punto di vista formale la procedura deve cominciare proprio dalla Camera. Le accuse alla base di un impeachment infatti devono essere indagate da sei diverse commissioni della Camera, che in realtà da tempo stanno raccogliendo informazioni su Trump, e poi formulate dalla commissione Giustizia. Una volta messe per iscritto, le accuse vanno approvate dalla commissione. Infine è previsto un voto a maggioranza semplice della Camera. I Democratici dovrebbero riuscire a completare questi passaggi senza difficoltà e in tempi relativamente rapidi – ad agosto il presidente della commissione Giustizia aveva ipotizzato un voto dell’aula intera entro la fine del 2019 – anche se alcuni Democratici dell’ala moderata stanno spingendo affinché della procedura si occupi una commissione creata appositamente.

Al momento però ha prevalso una linea più radicale, promossa per esempio dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, secondo cui«non possiamo permetterci il lusso di sprecare tempo formando un’altra commissione: da mesi la commissione Giustizia sta indagando e mettendo insieme i pezzi del puzzle, e la procedura appartiene a loro».

In caso di approvazione entra in gioco il Senato. Viene istituito un processo in cui i senatori hanno il ruolo di giudici e ascoltano la versione dei fatti delle parti coinvolte – la Camera, cioè l’accusa, e gli avvocati del presidente, cioè la difesa – supervisionati dal giudice a capo della Corte Suprema. Non esistono regole predefinite per un processo del genere: le decide il Senato con una risoluzione prima di ascoltare le parti. Alla fine del processo, l’aula tiene un voto per decidere se rimuovere o meno il presidente: per farlo decadere dal suo incarico serve la maggioranza di due terzi dei senatori, cioè 67 senatori. Al momento i Repubblicani controllano 53 seggi più il presidente dell’aula, cioè il vicepresidente Mike Pence, mentre i Democratici si fermano a 45 più 2 senatori indipendenti che votano spesso assieme al partito (uno dei due è Bernie Sanders).

Tralasciando il fatto che l’eventualità di rimuovere Trump è davvero remota – servirebbe il voto favorevole di 20 senatori Repubblicani, il cui elettorato apprezza tantissimo Trump – l’ambiguità con cui la Costituzione tratta la procedura di impeachment potrebbe impedire che si arrivi a un voto.

Mitch McConnell, capogruppo dei Repubblicani al Senato, potrebbe semplicemente rifiutarsi di istituire un processo, allo stesso modo con cui verso la fine del mandato di Barack Obama bloccò la nomina di un nuovo giudice alla Corte Suprema, semplicemente evitando di programmare un’audizione formale. Secondo un professore di legge ed ex avvocato della Casa Bianca contattato dal New York Times, Walter Dellinger, non è chiaro chi abbia l’autorità per istituire il processo al Senato, se il capogruppo della maggioranza – come avviene per tutte le altre procedure – oppure il presidente della Corte Suprema. Se anche il processo fosse avviato, i Repubblicani potrebbero stabilire e approvare delle regole particolarmente sfavorevoli per l’accusa, e concentrare le sedute nel minor tempo possibile. Molto dipenderà da come il caso si svilupperà nelle prossime settimane.

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