Donald Trump (Win McNamee/Getty Images)
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  • martedì 10 settembre 2019

I negoziati tra Stati Uniti e talebani sono falliti?

Sembrava quasi fatta e poi è saltato tutto: secondo Trump i colloqui «sono morti», ma potrebbe non essere finita

Donald Trump (Win McNamee/Getty Images)

Lunedì il presidente statunitense Donald Trump ha detto che i negoziati tra gli Stati Uniti e i talebani, iniziati per mettere fine alla guerra più lunga mai combattuta dagli americani, «sono morti». Nei giorni precedenti Trump aveva anche cancellato un importante incontro che si sarebbe dovuto tenere domenica 8 settembre a Camp David (Maryland) con i rappresentanti dei talebani e il presidente afghano Ashraf Ghani. L’annuncio di Trump è stato inaspettato: negli ultimi mesi sembrava infatti che fossero stati fatti passi avanti importanti, che avrebbero dovuto portare al ritiro parziale dei soldati statunitensi dal paese e teoricamente alla fine delle violenze in Afghanistan. Trump ha cambiato idea dopo un attentato terroristico compiuto sabato scorso dai talebani in Afghanistan, nel quale è stato ucciso anche un militare statunitense.

L’accordo di cui stavano discutendo Stati Uniti e talebani prevedeva il ritiro di circa cinquemila soldati dall’Afghanistan nel giro di 135 giorni dalla firma dell’intesa, operazione che avrebbe riportato il numero di militari americani nel paese a quello del momento in cui Barack Obama aveva lasciato la presidenza (al momento i militari americani nel paese sono 14.500).

A marzo il New York Times aveva scritto di aver visto un piano del dipartimento della Difesa statunitense che parlava anche di un ritiro totale dei soldati americani nel giro di cinque anni. L’accordo non era definitivo, anche perché nei colloqui non era stato coinvolto il governo afghano, su richiesta degli stessi talebani: tra le altre cose, c’erano disaccordi sui tempi e modi del ritiro statunitense, sulla definizione del termine “terrorismo” (legata alla presenza di al Qaida nel paese) e sull’eventuale ruolo che i talebani avrebbero assunto nella gestione futura del potere in Afghanistan.

L’atteggiamento di Trump nei confronti della guerra in Afghanistan e dei talebani non è mai stato molto chiaro. Durante la campagna elettorale per diventare presidente, Trump aveva promesso il rapido ritiro delle truppe statunitensi dal paese, sostenendo che fosse arrivato il momento per il governo afghano di garantirsi da solo la sicurezza; poi però, convinto dai suoi generali, aveva ordinato l’invio di altri soldati. Allo stesso tempo, Trump non ha mai riconosciuto l’indispensabilità dei colloqui di pace e ha sempre detto che in qualsiasi momento gli Stati Uniti avrebbero potuto sconfiggere militarmente i talebani, operazione che sarebbe però costata la vita di «milioni e milioni di persone, e io questo non lo voglio».

Negli ultimi anni di guerra, però, la realtà è stata diversa. Nonostante decine di migliaia di morti e centinaia di miliardi di dollari spesi dalle amministrazioni statunitensi, i talebani non sono mai stati sconfitti; anzi, di recente si sono dimostrati più forti di quanto siano mai stati dalla caduta del loro regime, provocata dall’invasione americana del 2001. Le ragioni della loro sopravvivenza sono state diverse: tra le altre, la debolezza del governo afghano, le divisioni tra diversi gruppi tribali in molte aree del paese, la riduzione dell’impegno militare statunitense e la presenza di gruppi legati ad al Qaida che collaborano con i talebani nella guerra contro il governo afghano e le forze americane.

Con l’apparente fine dei colloqui di pace, è difficile dire cosa succederà ora. Come hanno scritto diversi giornalisti che seguono da tempo la politica estera americana, per esempio Lara Jakes del New York Times, non è chiaro se l’annuncio di Trump significhi davvero la fine dei negoziati: il presidente statunitense, infatti, ha dimostrato diverse volte in passato di cambiare idea molto facilmente sulla strategia da usare con paesi amici e nemici.

Inoltre, non tutti nell’amministrazione Trump la pensano alla stessa maniera. Domenica il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha detto di sperare nella continuazione dei negoziati, e ha aggiunto che la decisione era «nelle mani dei talebani». Di posizione diversa è invece John Bolton – consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e noto per le sue idee molto aggressive in politica estera – il quale si era detto contrario all’incontro di Camp David poi cancellato da Trump. Bolton, ha scritto il Wall Street Journal, ha un rapporto molto conflittuale con Zalmay Khalilzad, la persona incaricata dal governo statunitense di dirigere i negoziati con i talebani in Afghanistan. Khalilzad sta tornando a Washington per confrontarsi con il team della sicurezza nazionale di Trump e decidere cosa fare: secondo il New York Times, comunque, eventuali nuovi negoziati non cominceranno prima di qualche mese.

La guerra in Afghanistan, la più lunga nella storia degli Stati Uniti, iniziò nell’ottobre 2001 in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre a New York e a Washington compiuti da al Qaida, che aveva la sua base nel territorio afghano ed era protetta dal regime dei talebani. Da allora decine di migliaia di soldati americani e afghani, di talebani e di civili sono stati uccisi nella guerra, che solo agli Stati Uniti è costata oltre 900 miliardi di dollari.

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