Talebani afghani a Jalalabad, 16 giugno 2018 (NOORULLAH SHIRZADA/AFP/Getty Images)
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  • sabato 18 agosto 2018

Perché non si riesce a sconfiggere i talebani?

A 17 anni dall'inizio della guerra, oggi sono più forti che mai: c'entrano la debolezza del governo afghano e l'appoggio del Pakistan, tra le altre cose

Talebani afghani a Jalalabad, 16 giugno 2018 (NOORULLAH SHIRZADA/AFP/Getty Images)

Per cinque giorni della scorsa settimana la città afghana di Ghazni è stata assediata dai talebani, che hanno bloccato il passaggio di persone e rifornimenti. Le autorità afghane hanno detto mercoledì di avere ripreso il controllo della città: secondo le stime diffuse dal governo, negli scontri sono stati uccisi 165 tra soldati e poliziotti, almeno 40 civili e centinaia di talebani. Nonostante la riconquista di Ghazni da parte delle forze regolari afghane, l’assalto è stato importante per diverse ragioni, ha scritto il New York Times: la principale è che ha mostrato l’incredibile tenacia e forza dei talebani, spesso nascosta dalla versione sostenuta da Stati Uniti e Afghanistan che parla della possibilità di negoziare con loro una qualche forma di pace.

Ghazni non è una città qualsiasi dell’Afghanistan: ha grande importanza strategica perché si trova sulla strada che collega Kabul, la capitale del paese, e Kandahar, uno dei principali centri urbani del sud. L’assedio è stato un’enorme prova di forza per i talebani, che oggi controllano diversi distretti dell’Afghanistan – soprattutto al centro-sud – e si contendono con le forze regolari afghane il controllo di poco meno della metà del territorio del paese.

Ma com’è possibile che dopo quasi 17 anni di guerra, decine di migliaia di morti, centinaia di miliardi di dollari spesi dalle amministrazioni statunitensi, i talebani continuino a resistere? E non solo: come siamo arrivati al punto che oggi i talebani sono più forti di quanto non lo siano mai stati dalla caduta del loro regime nel 2001?

La risposta non è semplice, come succede spesso nelle cosiddette “guerre asimmetriche”, cioè quelle guerre dove tra i due schieramenti c’è un netto squilibrio di forze e tecnologia. In Afghanistan la situazione è ancora più complicata per la presenza di alcuni gruppi jihadisti, come per esempio al Qaida, considerata molto vicina ai talebani, e lo Stato Islamico (o ISIS), nemico di al Qaida e responsabile di alcuni degli attentati più violenti e sanguinari compiuti di recente nel paese.

Uno dei principali ostacoli alla sconfitta dei talebani è l’instabilità del governo afghano e la sua incapacità di elaborare mosse efficaci e preventive per frenare l’azione talebana. In altre parole, i soldati afghani reagiscono lentamente agli assalti avversari, spesso quando i talebani hanno già circondato le città o preso il controllo di alcuni dei loro edifici più importanti. Non aiuta il fatto che i talebani continuino a ricevere l’appoggio del governo del Pakistan e della sua potente agenzia di intelligence, l’ISI: con la vittoria nelle ultime elezioni del partito di Imran Khan, ex campione di cricket considerato molto vicino ai militari e a diversi gruppi islamisti radicali, la situazione non sembra destinata a cambiare.

In diverse zone dell’Afganistan entrano in gioco anche i rapporti tra le tribù locali: a Ghazni, per esempio, le controversie tra gli abitanti pashtun locali e le tribù Hazara hanno contribuito a rendere più facile il lavoro dei talebani, che sono anch’essi pashtun, il gruppo etnico-linguistico indoeuropeo che abita in prevalenza l’Afghanistan orientale e meridionale.

Allo stesso tempo il rafforzamento dei talebani è stato condizionato dal progressivo ritiro delle forze statunitensi dall’Afghanistan. Oggi gli Stati Uniti hanno nel paese 14mila soldati, che svolgono per lo più compiti di consulenza militare alle truppe afghane e che si occupano di operazioni antiterrorismo. È un contingente molto più piccolo dei 100mila soldati americani presenti in Afghanistan durante le fasi più acute della guerra. Nonostante si sia ridotto molto, il contributo militare degli Stati Uniti – in particolare sotto forma di bombardamenti aerei – è rimasto centrale nel definire le sorti di una battaglia: se gli americani ritengono non importante un obiettivo, le forze afghane da sole avranno poche possibilità di avere la meglio.

Un’altra questione, raccontata in un recente articolo di Politico, è quella che riguarda la strategia di al Qaida, la cui presenza in Afghanistan fu la ragione dell’invasione statunitense nel 2001. I leader di alto livello di al Qaida rimasti nel paese nonostante le operazioni antiterrorismo statunitensi sono oggi molto pochi, e secondo un documento militare americano sarebbero per lo più «interessati alla loro sopravvivenza». Ci sono però ancora alcuni sottogruppi di al Qaida che secondo diversi esperti si stanno impegnando ad aiutare i talebani afghani nella loro guerra contro il governo e le forze statunitensi, e che avrebbero abbandonato temporaneamente i progetti per fare attentati all’estero. Rispetto a qualche anno fa, inoltre, questi sottogruppi sono presi meno di mira dalle operazioni antiterrorismo degli Stati Uniti, che oggi sono concentrate per lo più sui miliziani dello Stato Islamico.

Da diverso tempo l’idea più diffusa è che la situazione in Afghanistan sia ferma in una specie di impasse: i talebani sono troppo deboli per imporsi su tutto il territorio, ma troppo forti per essere sconfitti. Gli Stati Uniti faticano a focalizzarsi su un unico obiettivo – talebani, al Qaida e ISIS – e da anni ritengono che la guerra non possa essere vinta se non pagando un costo altissimo in termini di risorse e vite umane, e anche in questo caso non ci sarebbe alcuna certezza. Per riuscire ad avere un’azione più efficace a terra, gli Stati Uniti dovrebbero poter contare molto di più sul governo afghano e sulla forze di sicurezza locali, che però continuano a mostrarsi non all’altezza. Insomma, non sembra esserci soluzione e al momento uno degli obiettivi principali sembra essere evitare a qualsiasi costo un ulteriore rafforzamento dei talebani, soprattutto in zone e città come Ghazni, cioè quelle di più grande importanza strategica per il controllo dell’intero Afghanistan.

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