I videocitofoni che collaborano con la polizia

Una società di Amazon offre sistemi di videosorveglianza e un social network per condividere i video con la polizia, con le preoccupazioni che immaginate

(Ring.com)
(Ring.com)

Negli ultimi tempi la società di videocamere e campanelli “intelligenti” Ring, controllata da Amazon, ha stretto accordi con le forze di polizia di oltre 400 città negli Stati Uniti, offrendo l’accesso alle immagini registrate dai suoi dispositivi installati in milioni di abitazioni. L’iniziativa, raccontata in una recente inchiesta sul Washington Post, ha numerose implicazioni per la tutela dei dati personali e aggiunge nuovi argomenti al dibattito – già molto ampio – sui sistemi di videosorveglianza e sull’opportunità che la loro gestione sia delegata ad aziende private sulle quali non è sempre facile esercitare controlli adeguati.

Ring esiste dal 2013 (inizialmente si chiamava Doorbot) e in pochi anni ha ottenuto un successo notevole negli Stati Uniti, vendendo telecamere di sicurezza per la casa inserite in diversi sistemi, compresi campanelli e citofoni. Le telecamere si attivano quando rilevano un movimento e salvano i video online, dove possono essere consultati in tempo reale o in differita dai loro proprietari, per verificare eventuali attività sospette.

Il successo di Ring è coinciso con il crescente interesse da parte di Amazon per i sistemi di sicurezza per la casa collegati a Internet. Nel 2018, Amazon ha acquisito Ring per più di 800 milioni di dollari e ha poi iniziato a promuoverne i prodotti in modo piuttosto aggressivo sul suo sito. I dispositivi di Ring sono ora disponibili in diversi paesi, Italia compresa, ma il mercato più importante per l’azienda continua a essere quello degli Stati Uniti, dove molti quartieri residenziali sono formati da case singole che si prestano meglio all’impiego dei sistemi di videosorveglianza.

Dopo averli installati, i dispositivi di Ring possono essere controllati attraverso un’applicazione sullo smartphone, che tiene aggiornati su cosa sta accadendo intorno alla propria abitazione. Se per esempio qualcuno si avvicina alla porta, il campanello con telecamera rileva il movimento e lo registra, inviando una notifica tramite l’app. Inoltre, in qualsiasi momento si può accedere a una ripresa in diretta della telecamera, per controllare che sia tutto a posto. Le immagini dal vivo e registrate sono visibili solamente dal proprietario dell’account collegato alle telecamere, ma Ring ha costruito parte del proprio successo grazie a un’app parallela – Neighbors – che serve invece per condividere le riprese con il vicinato. Ed è questa a suscitare maggiori perplessità per la tutela della privacy.


Neighbors è una specie di social network per la videosorveglianza. Gli utenti possono segnalare attività sospette, presunti crimini, incidenti e animali smarriti, condividendo le immagini delle loro telecamere Ring. Ogni iscritto partecipa in forma anonima e può interagire con gli altri, commentando i contenuti e offrendo informazioni aggiuntive, per esempio sugli spostamenti di una persona sospetta da una casa all’altra. Su Neighbors lavora anche un gruppo di redattori che si occupa di selezionare le segnalazioni più interessanti, che vengono messe in maggiore evidenza sull’applicazione.

Gli agenti di polizia possono accedere a Neighbors, seguire le segnalazioni e offrire informazioni per alcuni contenuti particolarmente delicati. Ai poliziotti viene anche data la possibilità di chattare direttamente con gli utenti, attraverso il sistema dei commenti, e di ricevere notifiche sulla loro app quando succede qualcosa che riguarda il quartiere nel quale sono di pattuglia.

La partecipazione della polizia è esplicita e anzi viene spesso promossa dalla stessa applicazione di Ring. Se per esempio gli agenti di una città iniziano a collaborare con la società, ai residenti della zona viene fornito un aggiornamento tramite Neighbors con messaggi del tipo: “Il tuo vicinato con Ring è diventato molto più sicuro”.

Agli agenti di polizia viene anche data la possibilità di richiedere le registrazioni dei video ai proprietari delle telecamere. Per farlo hanno a disposizione una mappa, sulla quale possono indicare una specifica zona e un orario, attivando la richiesta. Il sistema provvede quindi a inviare automaticamente un’email a tutti gli utenti con dispositivi Ring nell’area interessata, notificando la richiesta della polizia e chiedendo se vogliano o meno condividere i video eventualmente registrati dalle loro telecamere negli orari indicati. Nell’email è anche compreso un messaggio della polizia.

Gli utenti che decidono di partecipare ricevono automaticamente una selezione dei video che saranno inviati, e hanno la possibilità di rivederli prima del loro inoltro. Il sistema dà la possibilità di rifiutarsi di condividere le immagini e di non ricevere ulteriori richieste. Le email hanno però un tono piuttosto insistente e teso a incentivare la condivisione, come: “Se vuoi agire direttamente per rendere più sicuro il vicinato, questa è una grande opportunità”.

Come segnala sempre il Washington Post, i poliziotti non hanno accesso alle riprese in diretta delle telecamere Ring, così come non possono sapere direttamente dalla app quali proprietari abbiano deciso di collaborare e quali no. Questo non esclude che possano ricevere successive richieste, formulate direttamente e di persona dagli agenti. I dispositivi di Ring sono piuttosto riconoscibili, soprattutto i videocitofoni e campanelli, quindi può accadere che gli agenti perlustrino il vicinato alla ricerca delle abitazioni che li utilizzano e chiedano poi se sia possibile vedere i video registrati.

La stessa Ring può essere coinvolta nella richiesta per la visualizzazione di contenuti. La società gestisce e salva i video dei singoli utenti sui propri server, quindi mantiene un’enorme mole di informazioni, e nulla vieta alle autorità di ricorrere alla magistratura per chiedere che siano resi accessibili alcuni file. La società dice di impiegare soluzioni legali per ridurre al minimo queste eventualità, ammettendo comunque di non avere molte alternative nel caso in cui sia presentato un mandato di perquisizione. Nei termini d’uso, il lungo documento che si sottoscrive quando si aderisce a un servizio (e che non legge quasi mai nessuno), di Ring ci sono espliciti riferimenti al fatto che iscrivendosi gli utenti acconsentono al fatto che la società possa fornire i loro video alle autorità nel caso di particolari richieste.

Sistemi di videosorveglianza come quelli di Ring non hanno un impatto solamente su chi decide di utilizzarli. Le videocamere forniscono immagini ad alta definizione che possono essere impiegate per vedere ben oltre il portico e la veranda della propria abitazione. Con pochi ingrandimenti dei video, diventano quindi visibili le attività del vicinato, sia nel caso del passaggio sospetto di qualcuno, sia per tenere sotto controllo il proprio vicino di casa con evidenti problemi per la tutela della privacy.

Per ora Ring non utilizza sistemi di riconoscimento automatico delle facce, e ciò riduce la possibilità che una persona sia monitorata costantemente da qualcun altro, ma questo potrebbe cambiare nel futuro. Amazon, che controlla Ring, ha sviluppato sistemi molto raffinati per riconoscere le facce, vendendo il suo software Rekognition a numerose forze di polizia negli Stati Uniti. Il programma impiega algoritmi che migliorano man mano che vengono catalogate e riconosciute più facce e di recente Amazon ha annunciato di avere ulteriormente migliorato il sistema, aggiungendo una funzione per rilevare lo stato d’animo delle persone.

Ring collabora con oltre 400 forze di polizia in singoli quartieri e intere città degli Stati Uniti, e il numero di adesioni continua ad aumentare velocemente. Soprattutto nei primi tempi, la società ha organizzato iniziative promozionali per far conoscere Neighbors nelle stazioni di polizia, per esempio offrendo videocamere gratuite e avviando progetti sperimentali in alcuni quartieri. Lo scopo ufficiale è di rendere più sicuro il vicinato, ma quello implicito e prettamente commerciale è di avere l’approvazione delle autorità in modo da incentivare l’acquisto dei videocitofoni e degli altri sistemi da parte della popolazione.

La maggior parte dei post su Neighbors riguarda video pubblicati dagli utenti e segnalati come “attività sospette”. In molti casi sono immagini di persone, sconosciute ai proprietari di casa, che si avvicinano alla porta d’ingresso e poi si allontanano. Il video della persona sospetta viene pubblicato così com’è, con la faccia ben visibile e spesso senza molte altre informazioni di contesto. I post contengono di solito inviti a controllare se la stessa persona si sia avvicinata anche ad altre abitazioni, in modo da verificarne la presunta pericolosità. In questo gli utenti si sostituiscono al lavoro della polizia, senza avere la corretta formazione per farlo e con conseguenze poco prevedibili.

Motivando con la necessità di aumentare i livelli di sicurezza, molte città negli ultimi tempi hanno installato un numero crescente di videocamere nei loro quartieri più a rischio, con sistemi di riconoscimento automatico delle facce per tracciare i flussi di persone e identificare attività sospette. Sfruttando il riconoscimento automatico e sistemi di intelligenza artificiale, in Cina la videosorveglianza di massa ha raggiunto negli ultimi anni livelli senza precedenti, comportando di fatto il costante controllo di decine di milioni di persone. In Occidente, dove l’attenzione verso la privacy dei cittadini è solitamente più alta, ci sono maggiori tutele nei confronti dei singoli, ma molte organizzazioni segnalano comunque un aumento preoccupante dei sistemi per il controllo a distanza con le telecamere da parte dei governi.

Soluzioni come quelle offerte da Ring, dicono i più critici, portano a un’ulteriore complicazione perché fanno sì che buona parte dell’attività di controllo sia in mano ad aziende private, che in poco tempo possono raccogliere enormi quantità di dati sulle attività e gli spostamenti di milioni di persone. Su Neighbors, per esempio, gli agenti di polizia sono semplicemente ospiti e devono fare affidamento sui software e i servizi proprietari di un’azienda per svolgere il loro lavoro.

Ring è stata inoltre accusata di sfruttare modelli di business basati sulla paura e la paranoia per accrescere le proprie vendite. Se in breve tempo compaiono decine di telecamere in un quartiere, gli abitanti che ne sono sprovvisti iniziano ad avere una percezione diversa del rischio, e finiscono per acquistare anche loro videocamere e altri sistemi. Il fatto che le telecamere di Ring siano facilmente reperibili su Amazon, e a costi contenuti, facilita ulteriormente la loro diffusione e normalizza la presenza di un sistema interconnesso e sempre più capillare di videosorveglianza.