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  • sabato 24 Agosto 2019

Nessuno vuole prendersi Jack Letts

È un ragazzo anglo-canadese accusato di aver combattuto per l'ISIS, che però si dice innocente: oggi è prigioniero in Iraq, il Regno Unito gli ha tolto la cittadinanza, il Canada vuole lasciarlo lì

Jack Letts è un anglo-canadese di 24 anni convertitosi all’Islam che dal 2017 si trova in una prigione delle milizie curde nel nord dell’Iraq. Letts è stato catturato pochi giorni dopo la conquista di Raqqa, la capitale siriana del gruppo terrorista Stato Islamico: lui sostiene di essere andato in Medioriente per fare volontariato ma i giornali britannici – che lo hanno soprannominato “Jihadi Jack” – lo accusano di aver combattuto con lo Stato Islamico (o ISIS).

Per questo motivo il governo britannico ha prima rifiutato le richieste della famiglia di aiutare il figlio a tornare in patria e poi, con un gesto che ha suscitato polemiche e discussioni, gli ha tolto la cittadinanza. Oggi a Letts rimane soltanto la sua seconda cittadinanza, quella canadese: e anche se molti in Canada guardano con solidarietà al suo caso, per il momento il governo sembra intenzionato a fare di tutto per impedirgli di ritornare. La legge, probabilmente, è dalla parte del governo.

Letts è nato ad Oxford nel 1995 da un padre canadese e una madre britannica. Dopo aver frequentato alcune delle migliori scuole della città, Letts si convertì all’Islam e iniziò a studiare arabo. I genitori dicono che all’epoca sviluppò una forma di sindrome ossessivo compulsiva. Appena compiuti 18 anni, Letts annunciò ai suoi genitori che sarebbe andato in Kuwait per proseguire i suoi studi di arabo; arrivò nel maggio del 2014, mentre nel settembre dello stesso anno si trovava già in Siria, dove era in corso la guerra civile. Ai genitori disse che ci era andato per fare volontariato.

Non è chiaro cosa Letts abbia davvero fatto in Siria e poi in Iraq. Il primo ad accorgersi di lui fu il giornalista britannico Richard Kerbaj del Sunday Times, che nel gennaio 2016 descrisse Letts come «il primo ragazzo bianco a unirsi all’ISIS» e coniò il soprannome “Jihadi Jack”. Lo stesso Letts e i suoi genitori hanno sempre negato che il ragazzo abbia fatto parte dell’ISIS, ma non è una linea facile da difendere. Nei tre anni che trascorse tra Siria e Iraq, infatti, i messaggi che Letts inviava ai genitori o pubblicava sui social network erano confusi e a volte contraddittori. In alcuni sosteneva di combattere contro l’ISIS, ma allo stesso tempo diceva di essere nemico dei “kuffar”, gli infedeli, e di odiare i suoi genitori (una frase che i suoi genitori dissero che non corrispondeva al suo reale pensiero). In un’altra occasione postò una sua foto di fronte alla diga di Mosul, in Iraq, che all’epoca era sotto il controllo dell’ISIS.

Jack Letts, in una foto postata sui social network mentre si trovava di fronte alla diga di Mosul, in Iraq

Da quando si trova nella prigione curda, Letts ha dato diverse interviste ai media britannici: in almeno un’occasione ha detto che in alcuni momenti si era sentito pronto a commettere un attacco suicida. Non concretizzò mai il suo desiderio, oggi sostiene di non aver mai ucciso o torturato nessuno e che andare in Siria è stato il più grande errore della sua vita. Al momento i servizi di intelligence non hanno rivelato nessun dettaglio in più sulle sue attività militari o terroristiche. Lo scorso giugno i suoi genitori sono stati condannati da un tribunale britannico per avergli inviato dei soldi mentre si trovava in Medioriente. Il reato è “finanziamento del terrorismo internazionale”. In tutto i genitori gli avevano inviato circa duemila euro nel corso di tre anni.

Il 18 agosto, poco dopo la condanna dei suoi genitori, il governo britannico ha revocato a Letts la cittadinanza, senza fornire spiegazioni e rifiutandosi di commentare pubblicamente la notizia. A quanto pare è stato uno degli ultimi atti compiuti dal governo di Theresa May. La cittadinanza britannica può essere revocata dal ministero degli Affari interni britannico senza bisogno di condanne o altri procedimenti giudiziari: l’unica condizione è che la persona in questione non rimanga apolide, cioè priva di cittadinanza (quasi tutti i paesi del mondo, compresa l’Italia, hanno sottoscritto le convenzioni internazionali contro l’apolidia).

La decisione britannica ha messo la situazione in mano al governo canadese, che ha protestato duramente per il modo in cui questa storia gli sia stata scaricata. Il ritorno dei “foreign fighters” – le persone, spesso con cittadinanza europea, partite per combattere in Medioriente – è un problema per molti paesi: processarli è complicato, poiché spesso i reati che avrebbero commesso non sono facili da dimostrare, mentre le loro confessioni dopo la cattura spesso sono state estorte con la tortura. Soprattutto quando i “foreign fighters” sono dei convertiti all’Islam, come nel caso di Letts, i loro casi rischiano di trasformarsi in processi mediatici che, a prescindere dall’esito, finiscono per scontentare una parte dell’opinione pubblica e creare tensioni e polemiche su temi molto delicati. Per queste ragioni molti stati preferiscono semplicemente rimuovere il problema alla radice, revocando la cittadinanza dei “foreign fighters” o stabilendo accordi affinché se ne occupino, in un modo o nell’altro, i curdi o le altre milizie che li hanno catturati.

Anche se non ha più l’opportunità di togliergli la cittadinanza, il governo canadese ha fatto capire che non intende facilitare il ritorno di Letts nel paese. Ralph Goodale, ministro della Pubblica sicurezza nel governo del liberale Justin Trudeau, ha detto che il governo non ha alcuna intenzione di «facilitare il suo viaggio verso il Canada». Quasi nessun governo al mondo, infatti, è vincolato dalla legge a spendere denaro pubblico per rimpatriare un proprio cittadino che si trova all’estero. Come ha spiegato un avvocato alla televisione canadese CBC: «La cittadinanza non ti permette da sola di arrivare in Canada».

In ogni caso, anche se Letts arrivasse al confine canadese, il governo avrebbe modo di fermarlo. Se infatti Letts non fosse più in possesso del suo passaporto canadese originale o se il suo passaporto fosse scaduto (due circostanze che sembrano entrambe probabili) il governo potrebbe rifiutargliene uno nuovo, il che gli renderebbe impossibile rientrare nel paese. Letts potrebbe fare appello contro la decisione e a quel punto sarebbero i giudici a decidere.

Gli avvocati per i diritti umani che difendono Letts fanno notare che il Canada ha degli obblighi nei confronti dei suoi cittadini in caso di violazione dei loro diritti umani, come tutte le nazioni occidentali: è la ragione per cui se vi trovate all’estero senza soldi per pagare un biglietto di ritorno in Italia non sarà certo l’ambasciata a comprarvelo, ma se finite nella prigione di uno stato autoritario con accuse pretestuose è molto probabile che il vostro paese si impegni e fornisca ogni assistenza per riportarvi a casa.

In precedenza i tribunali canadesi hanno obbligato il governo a interrompere i tentativi di tenere cittadini canadesi fuori dal territorio del paese. Nel 2009, per esempio, obbligarono il ministero competente a fornire i documenti necessari affinché Abousfian Abdelrazik, un cittadino di Montreal bloccato per sei anni in Sudan con l’accusa di essere un membro di al Qaida, potesse tornare a casa. Se anche nel caso di Letts si arriverà a processo, è probabile che per giustificare la necessità di tenerlo lontano dal paese il governo canadese dovrà portare le prove delle sue attività militari o terroristiche. Nel frattempo Letts rimarrà nella prigione curda che lo ospita dall’estate del 2017.