Un incendio controllato nel Parco nazionale di Kings Canyon, in California, l'11 giugno 2019 (AP Photo/Brian Melley)
  • Scienza
  • mercoledì 14 agosto 2019

Ci sono incendi che fanno bene alle foreste

Per alcune specie di piante sono necessari alla riproduzione, in altri casi si inseriscono in un ciclo naturale: per questo in alcuni casi sono i pompieri ad appiccarli

Un incendio controllato nel Parco nazionale di Kings Canyon, in California, l'11 giugno 2019 (AP Photo/Brian Melley)

Chi lo scorso giugno fosse passato vicino al Parco nazionale di Kings Canyon, nella Sierra Nevada, in California, potrebbe aver assistito a una scena apparentemente paradossale: una squadra di vigili del fuoco intenta a incendiare il suolo della foresta con torce a gas, cioè oggetti che potrebbero sembrare estintori e invece funzionano come piccoli lanciafiamme. Non era un atto di piromania, ma un incendio controllato che fa parte di una strategia di prevenzione degli incendi. Infatti le scienze forestali insegnano che non tutti gli incendi sono dannosi per boschi e foreste: al contrario, alcuni fanno funzionare bene questi ecosistemi, al punto che in alcuni casi spegnendo gli incendi troppo bene si sono fatti dei danni.

Il vigile del fuoco Charles VeaVea incendia parte del suolo nel Parco nazionale di Kings Canyon, in California, l’11 giugno 2019 (AP Photo/Brian Melley)

I benefici degli incendi
Gli ambienti naturali che nel corso dell’anno sperimentano inverni umidi ed estati secche possono essere soggetti a incendi estivi: le precipitazioni dell’autunno e dell’inverno consentono la crescita di una ricca vegetazione in primavera, che si trasforma in buon combustibile secco durante l’estate. Va così da centinaia di migliaia di anni, e per questo gli ecosistemi di queste zone climatiche si sono adattati ad affrontare gli incendi, al punto che in alcuni casi ne hanno bisogno per funzionare bene.

Per esempio, gli incendi nelle savane africane sono frequenti e fanno parte del ciclo di crescita delle piante. Dato che le piante in questione sono erbacee, bruciano in fretta: e per questo le fiamme si propagano velocemente senza bruciare il suolo e le radici. Passati gli incendi, le piante ricrescono molto in fretta. Gli animali della savana, adattatisi agli incendi a loro volta, sanno che devono fuggire o ripararsi sottoterra quando la vegetazione prende fuoco, e tornano non appena l’erba torna a crescere.

Gli alberi non ricrescono in fretta come l’erba, ma anche per certi tipi di foreste gli incendi possono essere utili. Per esempio, i pini gialli (Pinus ponderosa) che crescono nell’ovest degli Stati Uniti e del Canada hanno una corteccia molto spessa e resistente al calore; inoltre nel tempo perdono i loro rami più bassi che potrebbero condurre le fiamme dal suolo alla chioma: per questo non vengono danneggiati in modo irreparabile dagli incendi, se non sono troppo intensi. E in natura non lo sarebbero: si sviluppano periodicamente, bruciando gli aghi secchi caduti a terra e le piante del sottobosco, a intervalli di 5-25 anni a seconda della quantità di materiale combustibile raccoltosi al suolo. Dato che per via dei precedenti incendi non ce n’è mai troppo, questi incendi non diventano mai troppo grandi e intensi e per questo i pini gialli sopravvivono.

Pini gialli vicino a Sisters, in Oregn, alcuni mesi dopo un incendio controllato, il 27 settembre 2017 (AP Photo/Andrew Selsky)

Per alcuni tipi di alberi gli incendi sono utili a liberarsi da specie infestanti, per altri sono addirittura necessari per la riproduzione. È il caso per esempio della Pinus contorta, un’altra specie di alberi che cresce nell’ovest degli Stati Uniti: le scaglie delle sue pigne sono praticamente sigillate da una grande quantità di resina che solo temperature intorno ai 65°C riescono a liquefare, liberando i semi. Per questo servono gli incendi – e incendi molto intensi – per la propagazione dei semi, che continuano a essere germinativi, cioè capaci di dare vita a una nuova pianta, anche per anni dopo essere maturati. Incendi di questo genere in natura ci sono ogni 80-200 anni: quando si sviluppano la maggior parte degli alberi muore, ma le pigne si aprono. Le ceneri degli alberi bruciati fanno da fertilizzante e in qualche decennio la foresta rinasce.

Una cosa simile la fa anche il pino d’Aleppo (Pinus halepensis), che invece cresce attorno al mar Mediterraneo, e l’eucalipto, in Oceania e nelle Filippine, le cui foglie di sono particolarmente infiammabili per le sostanze che contengono. La cosa che varia da specie a specie sono gli intervalli di tempo che devono esserci tra un incendio e l’altro perché le foreste non siano danneggiate in modo irreparabile. Giorgio Vacchiano, ricercatore di selvicoltura e professore associato dell’Università Statale di Milano, lo aveva spiegato al Venerdì di Repubblica: «La macchia mediterranea può resistere a incendi che ritornino in media ogni cinque anni, i boschi di latifoglie delle nostre colline a fiamme ogni 20-30 anni, quelli di montagna, come le faggete, reggono solo incendi a cadenza secolare».

Spegniamo troppi incendi?
Un articolo di BBC del 2016 cercava di rispondere a questa domanda osservando che negli ultimi decenni il numero di incendi boschivi nel mondo è molto cresciuto e sembrano essere diventati sempre peggiori, per intensità e ampiezza, nonostante gli investimenti fatti per spegnerli. Negli Stati Uniti i sei peggiori incendi dal 1960 a oggi sono avvenuti dopo il 2000.

Il caso delle foreste di pini gialli è un buon esempio per capire perché. L’intervento umano ha alterato il ciclo degli incendi che le colpiscono, in parte per la deforestazione, ma anche per l’efficienza nello spegnere gli incendi: il lavoro dei vigili del fuoco ha portato a una crescita senza precedenti della vegetazione del sottobosco, per questo ora quando ci sono degli incendi sono molto più intensi e bruciano anche le chiome dei pini, arrivando a far morire almeno il 70 per cento degli alberi. Le foreste di pini gialli non si sono adattate a incendi del genere, perciò non sono in grado di riprendersi da sole. Lo stesso vale per altre specie adattatesi a incendi di bassa intensità e non a quelli di alta intensità, che ora sono diventati più frequenti.

Aver spento troppi incendi potrebbe anche aver danneggiato le sequoie (Sequoia sempervirens), che resistono agli incendi che hanno sempre eliminato altre specie di alberi loro concorrenti: la loro assenza le rende meno competitive nella “lotta” naturale tra specie.

Gli incendi controllati
Uno degli effetti del riscaldamento globale è l’aumento di periodi di siccità che a loro volta favoriscono gli incendi. Anche per questo è possibile che il numero e l’intensità degli incendi cresca ancora – nel 2013 la stagione degli incendi è durata il 18 per cento in più rispetto al 1979 e i 4,3 milioni di ettari di taiga bruciata in Siberia negli ultimi due mesi potrebbero essere un’altra conseguenza – e con essa le spese per spegnerli: negli Stati Uniti i costi per la soppressione degli incendi boschivi sono triplicati rispetto agli anni Novanta. Per questo in varie parti del mondo si sperimentano forme di prevenzione, ognuna con i suoi sostenitori. Le tre principali soluzioni sono l’uso di macchinari per la rimozione periodica della vegetazione del sottobosco e delle piante morte, gli incendi controllati (e programmati) e, infine, il contenimento senza spegnimento degli incendi che si sviluppano da soli.

Un cartello che segnala gli incendi controllati in California, il 12 giugno 2019 (AP Photo/Brian Melley)

La prima strategia è la meno controversa, ma è anche costosa e dispendiosa in termini di tempo. In alcuni casi il legname rimosso dalle foreste nelle operazioni di “pulizia” può essere venduto per coprire parte dei costi, ma non sempre. Inoltre alcuni effetti benefici degli incendi si possono ottenere solo con gli incendi. D’altra parte gli incendi controllati, come quelli portati avanti lo scorso giugno nel Parco nazionale di Kings Canyon, sono criticati da parte degli esperti di scienze forestali perché non sono ancora stati fatti degli studi completi sul loro impatto sui boschi. Negli Stati Uniti e in Australia (dove per secoli le popolazioni aborigene hanno controllato la vegetazione con gli incendi) la strategia degli incendi controllati è più usata, anche se c’è chi pensa che sia dannosa per le specie animali e per l’emissione di gas serra. In Italia la si è usata in Toscana e in Campania, ma secondo alcuni esperti non è adatta per i nostri boschi. Sul lasciare che gli incendi naturali facciano il loro corso invece c’è molto più scetticismo.

La gestione delle foreste è del resto una materia molto complessa in cui bisogna tenere conto di molti fattori, che variano a seconda delle specie di alberi coinvolte e non solo. Altrettanto importante della gestione degli incendi sono le strategie per il rimboschimento successive agli incendi stessi: anche queste possono contribuire alla prevenzione e a rendere le foreste più resistenti alle fiamme.

Una parte del Parco nazionale di Kings Canyon dopo un incendio controllato, il 12 giugno 2019 (AP Photo/Brian Melley)

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