(Spencer Platt/Getty Images)

Cos’è successo ieri fra Cina e Stati Uniti

Il governo cinese ha reagito agli ultimi dazi imposti da Trump svalutando parzialmente lo yuan, attirandosi accuse pesanti e spaventando i mercati finanziari di tutto il mondo

(Spencer Platt/Getty Images)

La giornata di ieri, martedì 5 agosto, è stata molto agitata per il mondo economico e finanziario. I principali titoli della borsa statunitense di Wall Street hanno perso in media diversi punti percentuali, portando alla peggiore giornata del 2019; i giornali economici hanno parlato di una «escalation» che potrebbe avere conseguenze in tutto il mondo. La ragione di queste agitazioni è una nuova puntata della guerra commerciale che da mesi coinvolge la Cina di Xi Jinping e gli Stati Uniti di Donald Trump, che già in campagna elettorale aveva promesso di adottare misure molto più severe nei confronti delle aziende cinesi, accusate da anni di fare concorrenza sleale a quelle statunitensi.

Le misure adottate da Trump e quelle applicate per ritorsione dal governo cinese hanno avuto un effetto destabilizzante sui mercati di tutto il mondo: e la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente.

Cos’è successo, in breve
Il primo agosto, dopo il fallimento degli ultimi negoziati fra funzionari cinesi e statunitensi, l’amministrazione Trump aveva annunciato nuovi dazi del 10 per cento sui beni importati dalla Cina del valore di 300 miliardi di dollari all’anno, oltre a quelli già in vigore da maggio su beni d’importazione cinesi del valore annuale di 200 miliardi di dollari. In pratica, se nulla cambierà in queste settimane, a partire da settembre gli Stati Uniti tasseranno in modo proibitivo qualsiasi prodotto proveniente dalla Cina.

Ieri è arrivata la reazione del governo cinese. Per prima cosa ha annunciato che le aziende a controllo statale – cioè virtualmente tutte, in Cina – smetteranno di comprare prodotti agricoli dagli Stati Uniti, respingendo così una delle principali richieste avanzate da Trump in questi mesi (un maggiore accesso dei prodotti agricoli americani nel mercato cinese, soprattutto quello della soia).

Poi, soprattutto, il governo cinese ha deciso autonomamente di svalutare lo yuan, la propria moneta nazionale. La Cina può farlo perché ha sovranità totale sulla propria banca centrale: e nonostante la svalutazione sia stata tutto sommato minima – di appena 0,1 punti  – il tasso di cambio col dollaro ha raggiunto quella che l’Economist ha definito «una importante soglia psicologica», passando dai 6,9 ai 7 yuan. Da ieri lo yuan è quindi diventato più «debole»: con un dollaro se ne possono comprare di più. È una mossa classica dal punto di vista della teoria economica: una moneta debole aiuta le esportazioni, perché comprare beni da quel paese diventa immediatamente più conveniente.

Secondo diversi analisti, la Cina lo ha fatto per bilanciare gli effetti negativi dei dazi americani sulla propria economia, ma anche per mandare un segnale. Per diversi anni la Cina aveva un tacito accordo con le altre economie mondiali, limitando al minimo le manipolazioni dello yuan in cambio di una progressiva normalizzazione dei rapporti commerciali. Una svalutazione così drastica fa pensare che la misura sia «una minaccia esplicita da parte dei principali leader politici cinesi, che quasi sicuramente hanno dovuto dare l’assenso alla svalutazione», scrive il New York Times. A sua volta, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha definito la Cina un paese «manipolatore di valute» per la prima volta dal 1994, e ha invocato l’intervento del Fondo Monetario Internazionale.

Le preoccupazioni dei mercati si basano sul fatto che Stati Uniti e Cina si sono ormai esposti moltissimo nelle loro misure, e che normalizzare i rapporti sarà sempre più difficile.

E adesso?
Contrariamente a ciò che Trump dice da mesi, le conseguenze dei nuovi dazi sui prodotti cinesi colpiranno ancora soprattutto alcune aziende americane – che infatti il governo da mesi ripaga con abbondanti sussidi, soprattutto nel settore agricolo – e moltissimi consumatori americani. Le società più colpite dal calo in borsa di lunedì sono state quelle dell’alta tecnologia e della produzione di materie prime per componenti elettronici, che non possono fare a meno di importare beni dalla Cina: ieri Apple e Microsoft hanno perso rispettivamente il 5,2 e il 3,4 per cento nella borsa di Wall Street. A lungo termine, perdite del genere potrebbero avere conseguenze sui bilanci delle aziende e quindi sui loro piani di investimento, anche in Europa.

Ron Wyden, il senatore Democratico più alto in grado nella commissione Finanze del Senato, ha avvertito che con l’introduzione dei nuovi dazi aumenteranno repentinamente i prezzi di molti prodotti di largo consumo, «dai computer agli zaini passando per i vestiti», «senza che ci sia ragione di pensare che la Cina smetterà di copiare i nostri brevetti o la smetta di mettere in pericolo i nostri posti di lavoro».

La strategia di Trump, almeno all’inizio, era stata lodata da alcuni analisti per aver costretto la Cina a mettersi sulla difensiva: il problema è che questo approccio, almeno al momento, non ha indotto la Cina a cercare un compromesso. La leadership cinese peraltro può programmare le sue mosse con molta più facilità rispetto al governo statunitense, visto che nel 2020 si terranno le nuove elezioni presidenziali. Anche per questo, probabilmente, nelle ultime settimane le posizioni si sono ulteriormente irrigidite. «Di fatto Trump sta usando le famiglie americane come un ostaggio per i negoziati della sua guerra commerciale», ha spiegato per esempio il presidente della FDRA, un’associazione di categoria che riunisce i produttori e venditori di scarpe.

Gli analisti hanno elencato diverse altre conseguenze poco desiderabili, fra cui una specie di sindrome da emulazione: «se la Cina continuerà a svalutare la propria moneta», scrive il New York Times, «altri paesi dell’Est e del Sud-est asiatico che competono negli stessi mercati potrebbero subire pressioni per indebolire a loro volta la propria moneta. Spirali del genere potrebbero provocare un aumento dell’inflazione, la stagnazione del mercato immobiliare e spostamenti improvvisi di soldi da un paese all’altro».

Naturalmente anche la Cina potrebbe subire ulteriori danni dal proseguimento della guerra commerciale, a cui già oggi viene attribuita la diminuzione del tasso di crescita dell’economia nazionale, e in particolare da una ulteriore svalutazione dello yuan: molte delle aziende cinesi più in difficoltà, fa notare il Financial Times, hanno fatto affidamento su prestiti emessi dall’estero in dollari americani, che potrebbero diventare molto più difficili da ripagare con uno yuan più debole. I cittadini cinesi più ricchi, inoltre, potrebbero decidere di trasferire i propri capitali all’estero temendo che una ulteriore svalutazione dello yuan porti a un’eccessiva inflazione e quindi a un significativo deprezzamento del loro patrimonio.

I negoziati fra Stati Uniti e Cina per risolvere la guerra commerciale dovrebbero riprendere a settembre, ma dopo le tensioni degli ultimi giorni un accordo sembra sempre più lontano. Secondo il Guardian Xi Jinping potrebbe aver perso le speranze di risolvere la questione a breve: «Al contrario, Xi sembra pronto ad aspettare che la bellicosità di Trump gli si ritorca contro durante la campagna elettorale delle elezioni presidenziali del 2020», quando i Democratici potrebbero attaccarlo duramente per gli effetti dei dazi sull’economia statunitense.

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