Petr Pavlensky, Mosca, 8 giugno 2016 (AP Photo/Pavel Golovkin)

Cosa bisogna pensare di quest’uomo?

L'artista russo Petr Pavlensky è stato apprezzato in Occidente finché i suoi atti autolesionistici e vandalici erano rivolti contro Putin; da quando è in Europa, molto meno

Petr Pavlensky, Mosca, 8 giugno 2016 (AP Photo/Pavel Golovkin)

La scrittrice e giornalista Fernanda Eberstadt ha scritto per il New York Times Magazine, il domenicale del New York Times, un ritratto di Petr Pavlensky, artista e dissidente russo 35enne che negli ultimi anni ha fatto parlare di sé: prima per le sue performance – spesso autolesionistiche – contro il governo russo, e poi per aver incendiato una filiale della Banca di Francia a Parigi, per cui è stato condannato a tre anni di carcere. Fino all’incendio di Parigi, Pavlensky in Occidente era apprezzato per la sua opposizione al governo russo – il Financial Times l’aveva soprannominato il santo patrono della dissidenza russa, Bloomberg che la sua era la «forma d’arte più sensata nella Russia attuale» – ma dopo l’esibizione sovversiva di Parigi il suo lavoro è stato giudicato violento o semplicemente vandalico.

Petr Pavlensky a San Pietroburgo, in Russia, 22 novembre 2013 (© Russian Look/ZUMAPRESS.com / ANSA)

Pavlensky è diventato così un personaggio universalmente controverso, nel mondo dell’arte ma non solo, inserendosi nella tradizione di artisti che usano il proprio corpo, spesso anche crudamente, per manifestare contro le norme e le dinamiche di potere. Tra loro, Eberstadt ricorda l’Azionismo viennese degli anni Sessanta, che si serviva di sangue, urina ed escrementi per criticare il silenzio del paese sul suo passato nazista; o lo statunitense Chris Burden che nel 1971 si fece filmare mentre un amico gli sparava, su sua richiesta, con un fucile calibro 22 da cinque metri di distanza, ferendolo al braccio: era il suo modo di parlare della guerra in Vietnam.

La fama di Pavlensky, che è nato a San Pietroburgo nel 1984, iniziò nel 2012 dopo l’arresto delle tre esponenti delle Pussy Riot – Nadezhda Tolokonnikova, Maria Alekhina ed Ekaterina Samutsevich – accusate di vandalismo e odio religioso per aver ballato e cantato slogan contro il presidente russo Vladimir Putin nel presbiterio della Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. Pavlensky allora era uno studente d’arte di 27 anni, cresciuto da genitori «conformisti, plasmati dal sistema sovietico, gente che più di tutto voleva una vita tranquilla», come ha raccontato lui stesso a Eberstadt, che l’ha incontrato più di una volta. Suo padre lavorava come geologo per il governo ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica divenne alcolista e morì a 49 anni. Sua madre è ancora viva, è un’infermiera in pensione, e Pavlensky la descrive come una donna cauta e convenzionale.

Pavlensky aveva familiarità con l’arte degli Azionisti di Mosca, che mettevano in discussione il potere con gesti artistici di guerriglia urbana, soprattutto in luoghi istituzionali e fortemente controllati dalla polizia. Anche le esibizioni punk delle Pussy Riot avevano questo spirito, come tutto un pezzo dell’arte di quel periodo, che si opponeva all’ascesa di Putin e all’inasprimento del controllo del governo sui cittadini. Quando nel 2000 Putin divenne presidente della Russia per la prima volta – Pavlensky aveva 16 anni – chiuse le tv indipendenti, nominò direttamente i governatori regionali, sequestrò banche e grosse industrie, imprigionò gli oligarchi che le possedevano o li esiliò all’estero; si servì della Chiesa ortodossa come base per il suo potere e cercò di irreggimentare anche l’arte. Quando nel 2003 un gruppo di estremisti ortodossi danneggiò una mostra contro la religione a Mosca, per esempio, non ci furono conseguenze legali; i curatori vennero invece condannati per blasfemia. Pochi anni dopo uno dei curatori venne nuovamente multato per una mostra sull’arte proibita.

Nel 2012 Putin fu rieletto presidente per la terza volta, dopo essersi scambiato di ruolo con Dimitri Medvedev e aver ricoperto per quattro anni la carica di primo ministro, dato che la Costituzione russa non prevedeva la possibilità di fare tre mandati consecutivi da presidente: fu chiaro a tutti che sarebbe rimasto al potere ancora a lungo e ci furono grandi manifestazioni di persone comuni e proteste come quelle delle Pussy Riot. Pavlensky non aveva ancora trovato una strada espressiva ma il 23 luglio del 2012 andò a manifestare a favore delle tre ragazze incarcerate. Si presentò davanti alla cattedrale di Kazan, a San Pietroburgo, con un cartello con scritto “L’azione delle Pussy Riot era una replica della famosa azione di Gesù Cristo (Matteo, 21:12-13)” e con le labbra cucite, un gesto che ricordava quello del celebre artista David Wojnarowicz, che nel 1989 si era cucito la bocca per protestare contro il disinteresse dell’amministrazione Reagan nel contrastare l’AIDS. Pavlensky venne portato via in ambulanza e sottoposto a un esame psichiatrico, in cui venne definito capace di intendere e di volere.

Anni dopo raccontò come gli fosse venuta l’idea della performance, chiamata Cucitura: «Mi chiesi: e se la polizia mi interroga? Cosa dirò? Mi venne in mente che se mi fossi cucito la bocca non avrei potuto rispondere, e il potere ce l’avrei avuto io. Qualcuno mi aiutò a cucirmi le labbra, salii in taxi coprendole con le mani. Avevo paura ma cercavo di capire se fosse una paura oggettiva e razionale o dovuta solo al fatto che le persone normali non fanno queste cose. Quello fu il momento di non ritorno, quando riuscii a superare le mie paure e diventare l’artista politico che sono oggi».

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Nel maggio 2013, poi, Pavlensky si avvolse in un bozzolo di filo spinato davanti alla sede del parlamento di San Pietroburgo, dove rimase immobile finché venne liberato dalla polizia; la performance, intitolata Carcassa, vinse il Premio alternativo per l’arte attivista russa. A novembre dello stesso anno, nel giorno della Festa per le Forze armate, si presentò nudo davanti al mausoleo di Lenin nella piazza Rossa di Mosca e si inchiodò un testicolo al selciato di pietra, una metafora «dell’apatia, dell’indifferenza politica e del fatalismo della società russa», spiegò poi. Nel 2014, per mostrare sostegno alle proteste in Ucraina, ne simulò una insieme ad alcuni amici: costruì una barricata sul Ponte dei Tre archi di San Pietroburgo e si mise a bruciare pneumatici; venne arrestato per vandalismo. Nello stesso anno salì sul tetto dell’istituto Serbsky, un ospedale psichiatrico dove un tempo venivano incriminati anche i dissidenti accusati di problemi mentali, e si tagliò il lobo di un orecchio con un coltello da cucina.

L’ultima performance che fece in Russia, Minaccia, è del novembre 2015, quando incendiò la porta d’ingresso di palazzo Lubyanka a Mosca, il quartier generale dell’FSB, i servizi segreti russi; venne arrestato nel giro di 30 secondi senza opporre resistenza. In contemporanea venne diffuso un video su internet in cui definiva il gesto una protesta per l’arresto del regista ucraino-crimeo Oleg Sentsov, condannato dalla Russia a 20 anni di carcere con l’accusa di aver progettato atti terroristici dopo l’annessione della Crimea, e premiato dal Parlamento europeo con il premio Sakharov per la libertà di pensiero. Pavlensky restò in carcere sette mesi in attesa del processo, chiese di essere incriminato per terrorismo – di cui parlò in tutto il mondo e che secondo la stampa dell’epoca derise e mise in luce il dispotismo di Putin – ma venne condannato per vandalismo e liberato nel giugno 2016: gli fu comminata una sanzione, che si rifiutò di pagare.

Petr Pavlensky incarcerato a Mosca in attesa di essere giudicato per aver dato fuoco all’entrata della sede dell’FSB, 8 giugno 2016 (EPA/MAXIM SHIPENKOV/ANSA)

Nel gennaio del 2017 Pavlensky arrivò in Francia insieme alla compagna Oksana Shalygina e alle loro due figlie. Fecero richiesta d’asilo – che poi ottennero – raccontando che erano stati accusati da una giovane attrice, secondo cui loro l’avrebbero aggredita con un coltello perché lei aveva rifiutato le loro proposte sessuali. Pavlensky aveva raccontato che erano innocenti e che le accuse erano strumentali, che erano stati interrogati dalla polizia e che «se fossimo rimasti in Russia, Oksana e io saremmo stati mandati un campo di prigionia per dieci anni».

Anche in Francia Pavlensky – che viveva in case occupate e si manteneva con piccoli furti e qualche donazione – fece parlare di con le sue performance: qui il nemico non era il sistema politico ma quello economico, e così il 16 ottobre del 2017 mise in piedi Illuminazione, la sua prima performance fuori dalla Russia, e incendiò un ufficio della Banca di Francia in piazza della Bastiglia a Parigi. Venne arrestato con la compagna e portato prima in un centro psichiatrico e poi in carcere, dove venne tenuto in isolamento e iniziò due scioperi della fame. La tempistica della performance non era delle migliori: la Francia si sentiva minacciata dal terrorismo – erano passati due anni dagli attentati di Parigi – e soltanto due settimane prima il Parlamento aveva approvato una nuova legge anti-terrorismo che estendeva i poteri straordinari del governo.

A un anno dall’arresto Pavlensky era ancora in carcere, mentre la sua compagna aveva ottenuto la libertà vigilata dopo due settimane. Pavlensky non chiedeva di essere liberato, non si dichiarava innocente e non accettava le accuse di danneggiamento e pericolo per le persone; l’accusa aveva chiesto fino a 10 anni di carcere, sostenendo che non avendo un lavoro, un conto bancario, una casa, e non comprendendo ciò che gli era imputato, Pavlensky fosse pericoloso e potenzialmente recidivo. Per Pavlensky anche l’incarceramento e il processo facevano parte dell’opera d’arte, come già accaduto in Russia: ha spiegato a Eberstadt che «l’obiettivo del governo è sopprimere o neutralizzare l’arte, ridurmi a vandalo, pazzo, provocatore; ma il processo diventa un pezzo dell’opera d’arte, un ingresso da cui entrare e vedere esposti i meccanismi del potere». Nel gennaio del 2019 Pavlensky venne condannato a tre anni di carcere e la sua compagna a due. Lei scontò in tutto 16 mesi con la condizionale, lui un anno – quello in attesa del processo – mentre gli altri due vennero sospesi; la coppia fu condannata a pagare alla Banca di Francia 18.678 euro per danni materiali e 3.000 per danni morali, cosa che si rifiutarono di fare.

Eberstadt ha contattato Pavlensky di recente e lui le ha raccontato che dal rilascio la sua vita privata è stata «catastrofica»: Shalygina lo ha lasciato dopo 12 anni insieme e ora ha una relazione con una donna francese che descrive come una «icona di prudenza borghese» che vive in «un grande appartamento nel prestigioso XVI arrondissement», vicino al grande parco del Bois de Boulogne e dove si trova il Palais de Tokyo: «è un amore tragico».

Petr Pavlensky davanti alla filiale della Banca di Francia in piazza della Bastiglia, dopo averla incendiata, Parigi, 16 ottobre 2017 (AP Photo/Capucine Henry)

Il suo lavoro invece prosegue: negli ultimi mesi ha preso parte alle proteste antigovernative dei gilet gialli, che hanno danneggiato e saccheggiato negozi e anche incendiato una filiale della Banca di Francia a Rouen, un gesto che lui considera un omaggio a Illuminazione. Ora è impegnato a documentare il ruolo dello Stato nella performance parigina, raccogliendo immagini delle telecamere di sorveglianza, trascrizioni del processo, lettere del personale giudiziario, tutte conferme secondo lui che, alla fin fine, la società è una grande prigione. «Posso dire in tutta onestà che la mia vita è stata cambiata dall’arte, dall’esempio di artisti come Caravaggio, Van Gogh, Duchamp, Malevič. Ho capito che l’arte aiuta a liberarsi, che il lavoro dei veri artisti si scontra continuamente con il potere», ha detto a Eberstadt. E concluso che «nella mia arte tutto è fatto per far pensare le persone. Non basta avere la tua libertà individuale. Devi anche aiutare gli altri a liberare sé stessi».