La vera storia dei “Central Park Five”

Un clamoroso errore giudiziario, famosissimo negli Stati Uniti, di cui si è tornati a parlare grazie a una serie di Netflix

Un manifestante brucia la bandiera americana di fronte il tribunale federale di Manhattan il 30 luglio 1990, mentre è in corso il processo ai "Central Park Five" (AP Photo/Joseph Major)

New York è una città piuttosto sicura, oggi: oltre a essere probabilmente la città più famosa e riconoscibile del mondo, e attirare milioni di turisti ogni anno, ha anche uno dei tassi di criminalità più bassi tra le grandi città statunitensi, e non se la cava male neanche se messa a confronto con le altre città fuori dagli Stati Uniti. L’Economist, nel suo rapporto sulla sicurezza nelle città del 2017, l’ha messa al 21esimo posto, sopra a Parigi, Roma, Milano, Atene e Shanghai. Nel 2015 figurò addirittura tra le prime 10 città più sicure, sempre secondo l’Economist, ma New York ha questa caratteristica da pochi anni. Nel 1991 ci fu il maggior numero di omicidi della storia di New York, 2.245 in un anno: il culmine di un decennio – gli anni Ottanta – in cui New York attraversò un momento molto difficile dal punto di vista dell’ordine pubblico.

È in questa New York che si svolse la vicenda dei cosiddetti “Central Park Five”, un caso di cronaca molto famoso negli Stati Uniti di cui si è tornato a parlare grazie a When They See Us, una miniserie di Netflix che ha suscitato molte reazioni e che ha avuto delle conseguenze anche tra gli stessi protagonisti della storia.

Cosa successe la sera del 19 aprile 1989

Il caso dei “Central Park Five” scaturì dai fatti avvenuti la sera del 19 aprile 1989 nel famoso parco urbano di New York, Central Park. Verso le 21 un gruppo di poco più di 30 ragazzi che vivevano nei dintorni di Schomburg Plaza, nel quartiere di Harlem, si radunò ed entrò a Central Park. Tra le 21 e le 21.40 lo stesso gruppo si mosse all’interno del parco aggredendo e derubando dei passanti, in alcuni casi picchiandoli o colpendoli con spranghe di ferro, in altri lanciando contro di loro dei sassi. Secondo le testimonianze, il gruppo si mosse principalmente in due zone: lungo la East Drive, nella parte nord-orientale del parco, e poi lungo la 97esima strada che lo attraversa, poco più a sud.

Più o meno alla stessa ora in cui il gruppo di 30 ragazzi si stava radunando, una ragazza di 29 anni di nome Trisha Meili uscì di casa per andare a correre a Central Park. Meili era molto abitudinaria, faceva sempre lo stesso percorso sei volte a settimana, partendo alle 21 e tornando a casa prima delle 22. Quella sera, dopo circa 15 minuti di corsa, fu aggredita, trascinata lontano dalla strada in mezzo alla vegetazione, violentemente picchiata e poi stuprata. Si trovava sulla 102esima strada all’interno del parco, in una zona non lontana da dove si stavano muovendo i ragazzi, ma fu trovata solamente all’1.30, più di 4 ore dopo. A quel punto era in ipotermia, ancora legata con la sua stessa maglietta, aveva perso conoscenza e stava perdendo moltissimo sangue.

Cosa successe dopo quella sera

Dopo aver perso conoscenza, Meili rimase in coma per 12 giorni: i medici pensavano che sarebbe morta per le ferite – aveva il cranio fratturato in più punti – e le fu data l’estrema unzione, ma poi riprese lentamente conoscenza, anche se non riusciva a ricordare nulla dell’aggressione. Fin dai primi momenti, il suo caso ebbe grande risonanza: come scrisse il New York Magazine nel 2002, lo stupro di una donna bianca perpetrato, secondo l’accusa, da un gruppo di giovani ragazzi provenienti dai quartieri poveri di New York, causò la furia e lo sdegno di una parte della città, mettendo l’una contro l’altra due visioni del mondo differenti: «quella della vecchia New York, bianca e tradizionalista, e quella della nuova New York, nera e ispanica, povera e messa ai margini». Questi sentimenti, peraltro, furono amplificati dalla difficile situazione di quegli anni in città.

Alle 22 del 19 aprile, quando Meili ancora non era stata trovata, la polizia aveva arrestato 20 ragazzi, tra cui Raymond Santana, Kevin Richardson e Steven Lopez, due ispanici e uno nero, tutti 14enni. Dopo il ritrovamento di Meili le aggressioni e lo stupro vennero immediatamente collegati ai ragazzi, anche perché l’urgenza di trovare i colpevoli aumentò moltissimo: erano gli ennesimi crimini violenti a New York, di cui uno ai danni di una giovane donna bianca, picchiata brutalmente, stuprata e quasi morta, nel cuore della città. Il giorno successivo furono arrestati altri ragazzi, tutti neri: i 15enni Antron McCray e Yusef Salaam e il 16enne Korey Wise, che era andato in centrale solo per accompagnare il suo amico Yusef.

I sei ragazzi furono interrogati dalla polizia per diverse ore, nella notte, senza la supervisione di un avvocato o di un adulto e in alcuni casi senza che potessero mangiare o riposare. I genitori di alcuni di loro arrivarono più tardi, quando la polizia li aveva già convinti a firmare una dichiarazione volontaria di colpevolezza. Il 21 aprile, dopo che erano stati trattenuti per più di 24 ore, vennero registrate le testimonianze video in cui i ragazzi ammettevano lo stupro. Richardson, McCray e Santana lo fecero in presenza dei parenti, Wise da solo (per la legge americana era maggiorenne). Salaam invece non registrò nessuna deposizione: mentre veniva interrogato, a un certo punto arrivò sua madre e dopo un incontro con Linda Fairstein, capo dell’Unità Crimini Sessuali della procura di Manhattan, ottenne un avvocato. Lopez rilasciò una deposizione video in cui negava di conoscere la donna stuprata e di aver avuto contatti con lei.

Successivamente alcuni dei ragazzi furono di nuovo interrogati e raccontarono come erano andate le cose a telecamere spente e senza i genitori. Santana, per esempio, raccontò di come era stato ingannato da uno dei detective durante il primo interrogatorio: gli fu detto che uno degli altri lo aveva accusato dello stupro, e che se non avesse parlato sarebbe stato impossibile aiutarlo a uscire. Perciò, disse Santana, «ho inventato tutta la storia per farli contenti». Anche Salaam testimoniò raccontando di essere stato costretto a confessare: «Li ho sentiti che picchiavano Korey Wise nella stanza accanto, poi sono venuti da me e mi hanno detto “il prossimo sei tu”. Avevo paura, sentivo che non potevo farcela».

Le condanne

A maggio del 1989 i sei furono accusati di aggressione, tentato omicidio, stupro e rapina; Lopez, che aveva negato di aver commesso lo stupro nella deposizione, sarebbe stato giudicato nel gennaio del 1991 e avrebbe patteggiato la pena. Gli altri cinque – i “Central Park Five”, per la stampa – vennero giudicati tutti nel 1990: McCray, Santana e Salaam in un primo processo, Richardson e Wise in un secondo. Tutti tranne Richardson furono assolti per il tentato omicidio. Tutti furono condannati per lo stupro di Trisha Meili e per le aggressioni, e fu dato loro il massimo della pena, nonostante le prove principali dell’accusa furono soltanto i filmati delle confessioni di Wise, McCray, Santana e Richardson, e la deposizione scritta ma non firmata di Salaam, e soprattutto nonostante il DNA dei cinque accusati non corrispondesse con quello trovato sul luogo dello stupro.

Yusef Salaam mentre entra alla Corte Suprema a Manhattan con sua madre, Sharonne Salaam, l’11 agosto 1990 (AP Photo/Phillip Schoultz)

Ci furono anche altre incongruenze nelle indagini e nel processo: le testimonianze dei detective che raccolsero le deposizioni erano contrastanti, e le stesse deposizioni dei cinque contenevano delle imprecisioni. McCray, per esempio, collocava il luogo dello stupro vicino ai campi da tennis di Central Park, molto più a sud rispetto a dove era effettivamente avvenuto. Un’ulteriore incongruenza erano i termini cronologici degli avvenimenti: stando alle testimonianze degli altri aggrediti, i presunti stupratori avevano appena dieci minuti tra un’aggressione e l’altra per raggiungere Meili, aggredirla, stuprarla, e tornare tra gli altri del gruppo.

La confessione di Reyes e il risarcimento

McCray, Richardson, Santana e Salaam scontarono tra i 6 e i 7 anni di carcere minorile. Wise, che era l’unico maggiorenne al momento dei fatti di Central Park, trascorse i suoi anni di carcere in vari penitenziari, subendo violenze dagli altri detenuti. Per proteggersi chiese più volte l’isolamento e fu l’ultimo a uscire, nel 2002. Mentre era in carcere conobbe un altro detenuto, Matias Reyes, che nel 2002 confessò di aver stuprato una donna a Central Park la sera del 19 aprile 1989. Il procuratore distrettuale riaprì il caso e si scoprì che il suo DNA corrispondeva con quello che era stato trovato sul luogo dove era stata stuprata Trisha Meili: disse di aver agito da solo, fornendo un resoconto dettagliato delle modalità con cui era avvenuto lo stupro, che collimava peraltro con le prove raccolte dalle indagini.

Dopo la confessione di Reyes, il procuratore distrettuale chiese di annullare le sentenze a carico dei “Central Park Five”. Nonostante l’opposizione di Linda Fairstein, capo dell’Unità Crimini Sessuali che aveva organizzato l’accusa, e quella di alcuni detective che si erano occupati del caso, la Corte Suprema di New York annullò le sentenze, appena quattro mesi dopo l’uscita di Wise dal carcere. Reyes al tempo della confessione stava scontando il carcere a vita per aver stuprato altre 4 donne, uccidendone una, ma per i fatti di Central Park non subì nessuna condanna perché erano scaduti i termini della prescrizione.

Dolores Wise, madre di Korey Wise, di fronte alla Corte Suprema di Manhattan durante una manifestazione, il 21 ottobre 2002, quando ancora la sentenza di suo figlio e degli altri quattro condannati non era stata annullata (AP Photo/Robert Mecea)

Nel 2003 i cinque fecero causa alla città di New York per 250 milioni di dollari. Il contenzioso fu risolto solo 11 anni dopo, quando si insediò l’attuale sindaco Bill de Blasio: McCray, Salaam, Richardson e Santana vennero risarciti con 7,1 milioni di dollari ciascuno. Wise ricevette invece 12,2 milioni di dollari, dato che era rimasto in carcere per più tempo.

Che c’entra Donald Trump?

Nel 1989 Trump era un ricco imprenditore di New York che non aveva ancora raggiunto la notorietà odierna. Colpito dai fatti di Central Park, pochi giorni dopo l’accaduto Trump comprò una pagina sui quattro maggiori quotidiani newyorkesi (tra cui il New York Times) e le usò per chiedere di ripristinare la pena di morte per gli stupratori. Le pagine furono pubblicate il 1° maggio 1989, quando i “Central Park Five” non erano stati neanche formalmente accusati.

Gli annunci a tutta pagina furono un esempio dei sentimenti diffusi in città sul caso di Trisha Meili, e contribuirono a montare ancora di più la paura e l’indignazione, acuendo le tensioni sociali e etniche già presenti. La grande attenzione dei media e il coinvolgimento delle istituzioni cittadine ai massimi livelli generò uno squilibrio che in seguito sarebbe stato notato da molti: ci furono anche altri episodi di violenza e criminalità nello stesso periodo a New York, ma nessuno ricevette la stessa attenzione del caso dei “Central Park Five”. In particolare, ci fu un caso analogo molto grave, una donna stuprata proprio il 19 aprile da due uomini e poi gettata dal tetto di un edificio di quattro piani: la donna era nera e il caso non colpì l’opinione pubblica quanto quello di una ragazza bianca, dell’alta borghesia, che tutti ritenevano fosse stata stuprata da quattro ragazzi neri e uno ispanico. Fu una sorta di confirmation bias collettivo: la tendenza a interpretare i fatti facendo sì che confermino un pregiudizio, in questo caso un pregiudizio razzista.

Trump per gli annunci sui giornali spese circa 85mila dollari. Oltre a reclamare la pena di morte, Trump scrisse: «Odio questi ladri, questi assassini. Dovrebbero essere costretti a soffrire e, quando commettono un omicidio, dovrebbero essere giustiziati per i loro crimini. Sarà da esempio per gli altri, così ci penseranno due volte prima di commettere un crimine o un atto di violenza». Trump non ci ripensò mai e non chiese mai scusa per le sue parole, anzi: ancora oggi ritiene i cinque colpevoli, nonostante l’annullamento delle sentenze e la confessione di Reyes.

— Leggi anche: Donald Trump insiste ancora sulla colpevolezza dei “Central Park Five”

L’episodio è citato anche nella miniserie di Netflix, in una scena in cui una giornalista chiede alla mamma di Yusef Salaam cosa pensa della richiesta di Donald Trump di pena di morte “per suo figlio”. Nella scena successiva c’è lei che insieme a un’amica guarda un programma in televisione in cui Trump dice di ritenere i neri avvantaggiati rispetto ai bianchi. L’amica commenta: «Non preoccuparti, i suoi 15 minuti di celebrità stanno per finire».

When They See Us

La serie di Netflix ha fatto conoscere il caso dei “Central Park Five” anche fuori dagli Stati Uniti e ne ha fatto parlare di nuovo, anche perché — secondo quanto scritto da  Netflix su Twitter — ha avuto un grande successo di pubblico. Sono quattro puntate, incentrate sulle vite e i traumi dei cinque ragazzi, che raccontano la vicenda partendo da quel 19 aprile 1989 e finendo al 2014, l’anno in cui furono risarciti dalla città di New York. When They See Us è diretto da Ava DuVernay, la stessa regista di Selma, ed è stato prodotto da Robert De Niro e Oprah Winfrey, tra gli altri.

Jim Dwyer, giornalista del New York Times che si occupò a lungo del caso, ha scritto che la serie romanza gli eventi, ma in maniera non banale e per un motivo: indagare l’interiorità dei protagonisti, un campo in cui il giornalismo investigativo non può arrivare. «Rinchiudere quei ragazzi per uno stupro di gruppo che non avevano commesso ma in cui credeva gran parte della società fu come piantare una bomba nelle loro vite che non ha mai smesso di esplodere. Questa parte della storia è raccontata senza esitazioni in When They See Us, e illuminerà anche le persone che hanno seguito la vicenda in prima persona».

Oltre a concentrarsi sulle vite dei “Central Park Five” e sul loro difficoltoso, se non impossibile, reinserimento nella società dopo il carcere, When They See Us racconta anche come si comportò l’accusa, probabilmente romanzando anche in questo caso gli eventi. Linda Fairstein, che era a capo delle indagini della procura ed è interpretata da Felicity Huffman, viene ritratta come la più feroce e convinta sostenitrice della colpevolezza dei cinque ragazzi. Elizabeth Lederer, vice-procuratrice che guidò l’accusa durante i processi, nella serie ha invece più ripensamenti e si rende conto della debolezza delle prove, ma viene costretta ad andare avanti per motivi essenzialmente politici.

Fairstein ha commentato la serie molto negativamente: sul Wall Street Journal ha scritto un editoriale, lo scorso 10 giugno, in cui accusa DuVernay di aver riempito la serie di cose false e di aver distorto gli eventi. In effetti, la serie ha avuto delle conseguenze sulla sua vita personale: nei giorni successivi alla sua uscita si è diffuso sui social l’hashtag #CancelLindaFairstein, per spingerla a cancellare i suoi account Facebook e Twitter, cosa che in effetti è avvenuta. La campagna contro di lei l’ha spinta a licenziarsi da alcune società non profit di cui faceva parte. Inoltre, sempre a inizio giugno, il suo editore ha deciso di smettere di pubblicare i suoi libri (Fairstein è autrice di romanzi gialli di successo).

Anche per Lederer ci sono state delle ripercussioni: lo scorso 12 giugno ha deciso di dimettersi dal suo ruolo di docente alla facoltà di legge della Columbia University. Lederer ha motivato la sua decisione dicendo che When They See Us ha «riacceso una dolorosa – e vitale – conversazione nazionale sulla questione razziale, l’identità e la giustizia criminale» e che per lei sarebbe stato meglio smettere di insegnare. A differenza di Fairstein, Lederer non ha apertamente criticato la serie né la sua creatrice.

Yusef Salaam, Raymond Santana, Kevin Richardson e Korey Wise sul palco di un evento a Los Angeles, il 7 giugno 2019 (Mario Tama/Getty Images)

Dei cinque condannati per lo stupro di Trisha Meili solamente uno vive ancora a New York, Korey Wise: ha donato una parte del suo risarcimento a un’organizzazione accademica che assiste legalmente chi ritiene di essere stato ingiustamente condannato, rinominata poi “Korey Wise Innocence Project”. Kevin Richardson, invece, vive in New Jersey e lavora in un centro per anziani. Raymond Santana, Yusef Salaam e Antron McCray vivono tutti in Georgia, ma hanno preso strade diverse: il primo ha un’azienda di abbigliamento, il secondo è diventato avvocato e attivista, il terzo fa l’operaio specializzato.

Prima e dopo l’uscita della serie i cinque hanno partecipato a degli eventi promozionali e lo scorso 30 marzo hanno dato un’intervista insieme ai cinque giovani attori che li hanno interpretati, raccontando di soffrire ancora di problemi psicologici e di disturbi post traumatici da stress. A un certo punto Asante Blackk, l’attore diciassettenne che ha interpretato Richardson, dice: «Se vedi qualcosa che conferma i tuoi pregiudizi, faresti meglio a fare un passo indietro prima di arrivare a una conclusione, perché è probabile che quella conclusione poi non sia vera». E Richardson continua: «Ecco perché mi piace il titolo When They See Us. Perché quando ci vedono come persone di colore, siamo già giudicati in base a quello, in base al colore della nostra pelle. Perciò, come dice Asante, meglio fare un passo indietro e pensare».

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