Ci sono sempre più anziani al lavoro

Non solo in Italia ma in tutto il mondo: per l'economia è un bene, ma c'è tutta un'altra serie di problemi

(Jeff J Mitchell/Getty Images)

Ci sono sempre più anziani che lavorano, scrive il Wall Street Journal, e la cosa non dovrebbe preoccuparci. È la conseguenza di un cambiamento demografico storico che nei prossimi decenni vedrà gli over 60 diventare la coorte demografica più numerosa in gran parte dei paesi più ricchi, Italia, Germania e Giappone in testa (e infatti l’Italia è ufficialmente in declino demografico), ma che sembra non stia avendo – almeno per quanto riguarda il lavoro – effetti negativi.

Quando sulla stampa anglosassone si vuole raccontare l’aumento della percentuale di anziani all’interno della popolazione dei paesi industrializzati, infatti, si usano spesso espressioni evocative come “Onda grigia” o “Tsunami d’argento”. In genere questo scenario viene descritto in maniera monodimensionale: tenendo conto soltanto dei suoi potenziali effetti economici (conti pubblici fuori controllo, economia stagnante) e con toni che vanno dal preoccupato all’apocalittico. Viste le immagini di disastro imminente che queste espressioni evocano, geriatri e organizzazioni per la difesa dei diritti degli anziani da anni sconsigliano ai giornalisti di utilizzarle.

Secondo il Wall Street Journal, però, il fatto che ci siano sempre più anziani che lavorano – diretta conseguenza del fatto che ci sono sempre più anziani – è un risultato positivo almeno per la crescita economica: questa considerazione emerge da una ricerca realizzata dall’OCSE, l’organizzazione che raggruppa i paesi più industrializzati al mondo. Questo fenomeno sta contribuendo infatti a mitigare gli effetti economici negativi che ha sull’economia la diminuzione nel numero di nuovi nati, il rovescio della medaglia dell’invecchiamento della popolazione. Secondo i dati dell’OCSE, infatti, la partecipazione al mondo del lavoro degli over 65 nel 2018 ha raggiunto un record storico: in media nei paesi OCSE il 15,3 per cento di loro lavora. Complessivamente, la forza lavoro di paesi come Italia, Giappone, Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Francia è aumentata dal 2001 a oggi di quasi 18,8 milioni di unità, il 5,5 per cento in più del totale, grazie all’afflusso di over 55.

Se non fosse per loro, oggi ci sarebbero potenzialmente al lavoro meno persone di 30 anni fa. Se in Germania la percentuale di over 55 al lavoro fosse rimasta la stessa del 1991, continua lo studio dell’OCSE, il paese avrebbe perso circa un milione di lavoratori, cioè il 2,4 per cento del totale. Invece la forza lavoro è cresciuta del 9,6 per cento, cioè 3,8 milioni di unità. Secondo la stessa ricerca dell’OCSE, realizzata dall’economista esperto di lavoro Mark Keese, anche l’Italia si sarebbe trovata nella stessa situazione.

Insomma, nota il Wall Street Journal, tutti gli economisti sono d’accordo che l’invecchiamento della popolazione rallenta la crescita economica (gli anziani consumano meno, lavorano meno, sono generalmente meno attivi), ma se gli anziani non avessero partecipato in misura crescente al mondo del lavoro, questo rallentamento sarebbe stato ancora più pronunciato.

In questa situazione ci sono benefici anche per i conti pubblici. Più persone al lavoro significa più tasse pagate allo Stato: visto che – in soldoni – le pensioni sono pagate da chi lavora, se rimanere al lavoro porta gli anziani a rimandare la pensione, questo significa allo stesso tempo un risparmio per lo Stato e per la possibilità del sistema pensionistico di rimanere sostenibile anche a fronte dell’invecchiamento della popolazione. Rimane però in dubbio se l’aumento nel numero degli anziani al lavoro riuscirà, sul lungo periodo, a riempire i vuoti economici causati dall’invecchiamento della popolazione. Per paesi dove l’invecchiamento è molto rapido, come Giappone, Germania e Italia, la risposta sembra essere negativa.

Quella che abbiamo di fronte è comunque una situazione relativamente nuova. L’idea più diffusa nel primo Dopoguerra era considerare gli anziani una categoria fragile, che era un dovere civico portare il prima possibile fuori dal mondo del lavoro. A partire dagli anni Sessanta e Settanta, infatti, la partecipazione al lavoro degli over 55 è calata in quasi tutto il mondo sviluppato; in alcuni casi, come in Italia, raggiungendo punte grottesche, con categorie specifiche privilegiate i cui membri potevano raggiungere la pensione prima dei cinquant’anni e, in alcuni rari casi, persino prima dei quaranta (con, va detto, pensioni molto basse).

A partire dagli anni Novanta, però, questa situazione è cambiata. Costretti da bilanci sempre più risicati a risparmiare, a fronte dell’innalzamento dell’età media e dei cambiamenti degli stili di vita, diversi paesi iniziarono a rendere sempre più severi i requisiti pensionistici. L’Italia, per esempio, ha iniziato a introdurre una serie di misure che hanno portato l’età minima di pensione anticipata dai 52 anni del 1966 agli attuali 61 fissati nel 2011 dalla riforma Fornero, e in crescita automatica e vincolata all’aumento dell’aspettativa di vita. In Italia la partecipazione al lavoro degli anziani tra i 55 e i 64 anni è passata dal 54 per cento del 2003 al 78 per cento del 2018, secondo la ricerca di Keese.

A partire dal 1998 in Germania è avvenuta la stessa cosa, con il taglio delle pensioni anticipate e in generale dei trasferimenti alla parte più anziana della popolazione, allo scopo di incoraggiarla a restare al lavoro e rendere sostenibile il sistema pensionistico. Un altro aspetto, più oscuro, è il fatto che molti anziani sono probabilmente rimasti al lavoro perché costretti: la crisi economica e finanziaria e il calo di valore delle proprietà immobiliari hanno sconvolto i piani di molte persone in tutto il mondo sviluppato, costringendole a rimandare l’uscita dal mondo del lavoro.

Una giustificazione spesso utilizzata per questa “onda grigia” nei posti di lavoro è l’aumento dell’aspettativa di vita degli anziani, e le migliori condizioni di vita garantite agli anziani da una sanità sempre più avanzata. L’idea che si è diffusa è quindi che in queste circostanze è naturale aspettarsi che le persone contribuiscano per un periodo più lungo al ciclo della produzione economica. È un’idea di buon senso, anche se pone diverse questioni problematiche: per esempio fino a che punto è giusto spingersi e come misurare quanto e come le persone debbano essere spinte o forzate a contribuire all’attività economica prima di raggiungere il diritto a essere protette dal sistema sociale. Ma è anche un’idea che ha una serie di contraddizioni al momento senza soluzione. L’aumento della partecipazione degli anziani al mondo del lavoro, per esempio, è cominciato nel periodo storico in cui la disoccupazione è divenuta un fenomeno endemico in numerosi paesi del mondo sviluppato. Alla piena occupazione (o quasi) della prima metà del Dopoguerra si sono sostituiti lunghi decenni in cui il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli un tempo ritenuti socialmente insostenibili. L’Italia per esempio ha da oltre un decennio un tasso di disoccupazione intorno al 10 per cento, mentre quella giovanile è al 30 per cento.

Insomma, non sono molti i paesi in cui la piena occupazione rende il lavoro degli anziani l’unico modo di espandere la forza lavoro e quindi contribuire alla crescita economica. In quei paesi dove invece un’alta disoccupazione è endemica, la presenza sul mercato del lavoro di milioni di anziani potrebbe persino aver contribuito allo schiacciamento dei salari che, come la stesso OCSE ha testimoniato, sono fermi o in crescita anemica da quasi un trentennio.

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