• Mondo
  • giovedì 27 giugno 2019

Il primo dibattito tra i candidati Democratici

Non tutti però, "solo" dieci, e stasera toccherà agli altri dieci: ecco com'è andata

(Joe Raedle/Getty Images)

Mercoledì sera – quando in Italia era la notte tra mercoledì e giovedì – si è tenuto il primo confronto televisivo tra i candidati del Partito Democratico alla presidenza degli Stati Uniti, che competeranno nelle elezioni primarie dal prossimo febbraio. Non ci sono stati momenti “virali” o particolarmente degni di nota – salvo qualche guaio tecnico televisivo avvenuto dopo un’ora – né duri attacchi personali tra i candidati, ma il dibattito ha evidenziato alcune differenze politiche importanti tra le diverse correnti del partito e il suo complessivo spostamento a sinistra avvenuto negli ultimi anni.

Sul palco di NBC non sono saliti tutti i candidati ma soltanto dieci; altri dieci dibatteranno sullo stesso palco stasera, e ce ne sono altri che non hanno soddisfatto i requisiti decisi dal partito per partecipare ai dibattiti. Insomma, i candidati sono tantissimi e i dibattiti televisivi programmati dal partito saranno in tutto dodici. I sondaggi – che a questo punto della campagna elettorale vanno presi con enorme cautela – descrivono fin qui una situazione molto equilibrata, con cinque candidati davanti agli altri: l’ex vicepresidente Joe Biden, il senatore Bernie Sanders, la senatrice Elizabeth Warren, il sindaco Pete Buttigieg, la senatrice Kamala Harris.

Elizabeth Warren era la principale candidata a partecipare al dibattito di stanotte: tutti gli altri sul palco sono dati dallo zero al tre per cento nei sondaggi, e stanno faticando moltissimo a trovare spazio e attenzione in una campagna elettorale così affollata. Anche per questo Warren – e le sue molte proposte – hanno guidato la gran parte del confronto, mentre gli altri hanno sgomitato a lungo per farsi notare (il sindaco di New York Bill de Blasio, per esempio, si è distinto per il numero di interruzioni). Chi è andato bene, secondo i giornali americani: Julian Castro, già sindaco di San Antonio ed ex segretario alla Casa durante l’amministrazione Obama; Cory Booker, senatore del New Jersey. Chi è andato male: Beto O’Rourke, ex deputato del Texas, che sta faticando molto a riprodurre a livello nazionale l’entusiasmo creato nella sua ultima campagna statale.

Qualche esempio di queste dinamiche si è visto già nei primi momenti del confronto. Quando si è discusso della proposta di Elizabeth Warren di rendere gratuita l’iscrizione alle università pubbliche, nessuno ha espresso critiche radicali, nemmeno tra i candidati più moderati: ma la senatrice Amy Klobuchar ha detto «mi preoccupa l’idea di pagare il college ai figli dei ricchi», e si è detta perplessa rispetto alla fattibilità politica del piano.

La stessa cosa è successa quando i moderatori hanno chiesto ai candidati di alzare la mano se fossero favorevoli a eliminare del tutto il sistema sanitario basato sulle assicurazioni private, per introdurne uno basato su un servizio sanitario nazionale. Soltanto Elizabeth Warren e Bill de Blasio hanno alzato la mano. Il tema intreccia due questioni diverse: la prima è appunto la forma del criticatissimo sistema sanitario statunitense, l’altra è la fattibilità politica di un cambiamento così radicale in un contesto in cui esiste l’altissima probabilità che i Repubblicani dopo il 2020 controllino ancora almeno un ramo del Congresso, anche con un presidente Democratico.

Elizabeth Warren ha proposto il piano cosiddetto “Medicare for all”: prendere l’attuale programma Medicare, che fornisce assistenza sanitaria pubblica agli anziani, ed estenderlo a tutti. Rispetto alla fattibilità del suo piano, ha ammesso che sarà dura: «Lo capisco, molti politici dicono che è impossibile. Ma quello che intendono è che non lotteranno per realizzarlo. La salute però è un diritto umano, e io lotto per i diritti umani». Anche in questo caso è stata Klobuchar a rispondere, dicendo che un approccio più moderato – rendere più facile ed economico acquistare una polizza – «piacerebbe anche a Barack Obama» (in realtà Obama si rassegnò a questa soluzione una volta appurata l’impossibilità della prima).

Sull’immigrazione, uno dei temi più urgenti e sentiti dall’elettorato, tutti i candidati si sono dissociati con forza dalle politiche dell’amministrazione Trump, ma discutendo delle proposte è arrivato uno dei pochissimi scambi un po’ accesi, peraltro dai due politici texani sul palco. Castro infatti ha accusato O’Rourke di essersi opposto alla depenalizzazione dell’immigrazione clandestina: «Credo che tu debba studiare un po’ su questo tema. Se avessi studiato sapresti che dovremmo abolire quella legge». La posizione di Castro – che i Repubblicani definiscono “frontiere aperte” – sarebbe stata inconcepibile dentro il Partito Democratico fino a pochi anni fa. O’Rourke ha risposto dicendo che intende depenalizzare soltanto l’immigrazione di chi arriva negli Stati Uniti per chiedere asilo politico.

O’Rourke, che sta cercando di scuotere la sua campagna elettorale, ha avuto altre difficoltà durante il confronto: a volte è sembrato posticcio, come quando ha deciso di dare la prima risposta in spagnolo; altre volte è sembrato non perfettamente a suo agio parlando di policy, aggirando le risposte più specifiche. Pur essendo anche altrettanto vago, il senatore Booker se l’è cavata apparentemente meglio: nel dubbio ha scelto quasi sempre la posizione più di sinistra (la più comoda oggi nel partito, e questo dice molto) e ha risposto sempre partendo da storie e vicende personali, nel tentativo di presentarsi a chi non lo conosce.

Altri hanno fatto più fatica a farsi notare: l’ex deputato John Delaney ha tentato più volte di interrompere chi aveva la parola, sentendosi anche un po’ snobbato dai moderatori; la deputata Tulsi Gabbard ha dato la risposta più significativa scusandosi per certe sue dichiarazioni omofobe del passato; l’ex governatore Jay Inslee ha detto che «la più grande minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti è Donald Trump»; il deputato Tim Ryan ha accusato Gabbard di avere posizioni isolazioniste – e trumpiste – in politica estera (Gabbard ha difeso molto Julian Assange e ha anche un passato di opinioni benevole verso il dittatore siriano Bashar al Assad).

La battuta migliore, per quanto evidentemente preparata in anticipo, è arrivata da Amy Klobuchar e sempre sulla politica estera: «Non credo che dovremmo fare la nostra politica estera alle cinque del mattino in accappatoio», riferendosi all’abitudine di Trump di twittare opinioni e decisioni a qualsiasi ora del giorno e della notte, spesso in reazione a quello che vede in tv. «Questo presidente è sempre a dieci minuti dalla guerra, a un tweet dalla guerra».

Il secondo confronto televisivo, che si terrà stasera, vedrà sul palco candidati più forti e messi meglio nei sondaggi, e quindi potrebbe avere un tono molto diverso da questo: ci saranno i primi due – il presidente Joe Biden e il senatore Bernie Sanders – e poi anche Pete Buttigieg, Kamala Harris, il senatore Michael Bennet, la senatrice Kirsten Gillibrand, l’ex governatore John Hickenlooper, il deputato Eric Swalwell, la scrittrice Marianne Williamson e l’imprenditore Andrew Yang.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.