(Berliner Verlag/Archiv/picture-alliance/dpa/AP Images)

La più grande battaglia di cui non avete mai sentito parlare

Il 22 giugno 1944 l'Armata Rossa iniziò l'Operazione Bagration: un mese dopo i nazisti subirono la sconfitta più grande della loro storia

di Davide Maria De Luca
(Berliner Verlag/Archiv/picture-alliance/dpa/AP Images)

Poco prima dell’alba del 22 giugno 1944, esattamente tre anni dopo il giorno in cui Adolf Hitler aveva attaccato a sorpresa l’Unione Sovietica, oltre 500 chilometri di boschi e paludi della Bielorussia si illuminarono come fosse giorno quando migliaia di cannoni russi aprirono il fuoco. Erano gli attacchi preliminari dell’Operazione Bagration, l’operazione con cui il dittatore sovietico Joseph Stalin intendeva vendicarsi dell’aggressione subita dai tedeschi tre anni prima.

Un mese dopo, quando il comando dell’Armata Rossa dichiarò ufficialmente conclusa l’operazione, più di mezzo milione di soldati tedeschi era stato ucciso, ferito o catturato. L’intero Gruppo d’Armate Centro, il cardine del fronte orientale tedesco, era stato annientato. L’esercito tedesco aveva subito la più grande disfatta della sua storia, più grande di quelle di Stalingrado e della battaglia di Normandia che si sarebbe conclusa poche settimane dopo. Dopo Bagration anche i più prudenti dovettero ammettere che la sconfitta della Germania nella Seconda guerra mondiale era oramai solo questione di mesi.

Nel 1941, all’inizio del conflitto tra l’Unione Sovietica e la Germania nazista, era accaduto l’inverso. L’esercito tedesco era avanzato di centinaia di chilometri, catturando centinaia di migliaia di prigionieri sovietici e minacciando la capitale Mosca. Ma le immense distanze della Russia, le pessime condizioni delle strade e le difficoltà logistiche impedirono a Hitler di raggiungere gli obiettivi che si era posto all’inizio della campagna, cioè occupare le due principali città e centri industriali del paese, Mosca e Leningrado (oggi San Pietroburgo).

Terminato l’inverno del 1941-42, Hitler tornò ai suoi piani di offensiva: stavolta prese di mira l’Ucraina e poi, passando per le coste settentrionali del Mar Nero, puntò a occupare i preziosi pozzi petroliferi del Caucaso. Dopo un iniziale successo, con la cattura di migliaia e migliaia di prigionieri sovietici, anche questa seconda campagna incontrò una serie di difficoltà, tra cui un’Armata Rossa sempre più agguerrita, numerosa e tecnicamente preparata. Hitler si impantanò a Stalingrado, una città che volle conquistare a tutti costi a causa più del suo nome e del suo ruolo simbolico che per la sua importanza strategica.

Stalingrado per i tedeschi fu una trappola. Migliaia tra loro impegnati a conquistarla casa per casa finirono circondati quando alla fine del 1942 i sovietici lanciarono un attacco a sorpresa che circondò la città (rimasero intrappolate anche alcune decine di soldati italiani). A marzo la guarnigione della città si arrese, i tedeschi persero quasi 300 mila uomini e furono costretti ad abbandonare in tutta fretta le loro conquiste nel Caucaso e in gran parte dell’Ucraina, nel timore di finire tagliati fuori dalle linee di collegamento con la madrepatria.

L’estate successiva Hitler ordinò una nuova e terza offensiva, ma l’attacco dei panzer tedeschi non ottenne nemmeno gli iniziali successi delle precedenti due. L’avanzata fu bloccata immediatamente dalle linee di difesa sovietiche e dagli uomini dell’Armata Rossa, che oramai non avevano più nulla da invidiare in termini di professionalità ai loro colleghi tedeschi. Con il fallimento dell’operazione nella battaglia di Kursk, la Germania di Hitler aveva oramai perso la sua ultima occasione di prendere l’iniziativa. Nell’estate del 1944 sarebbe stata l’Armata Rossa ad andare all’attacco, e sarebbe stata un’offensiva di dimensioni mai viste in precedenza.

I piani di Stalin e dello Stavka (l’alto comando sovietico) prevedevano di assestare una serie di “colpi” lungo tutta la linea del fronte, da Riga, sul Mar Baltico a Nord, a Odessa, in Ucraina a Sud. Il colpo più forte di tutti era destinato al centro del fronte, l’area presidiata dal Gruppo d’Armate Centro: se l’esercito tedesco fosse stato un pugile, sarebbe stato il suo sterno. A partire da marzo l’Armata Rossa iniziò a inviare segretamente rifornimenti e rinforzi nel settore che doveva eseguire lo sfondamento principale.

Il generale Konstantin Rokossovskij, comandante del Primo Fronte Bielorusso, una delle unità chiave dell’offensiva. Rokossovskij era stato falsamente accusato di tradimento e imprigionato in un Gulag negli anni ’30. Era stato picchiato, torturato e aveva subito due finte esecuzioni. Nel 1940, quando divenne chiaro che le purghe staliniane aveva messo in crisi l’esercito, fu richiamato in servizio e divenne uno dei più celebri ufficiali dell’Armata Rossa (Wikimedia Commons)

Cinquemila treni, con cinquanta carrozze ognuno, fecero la spola con il fronte al ritmo di circa 100 convogli al giorno. I rifornimenti accumulati comprendevano, tra gli altri, 1,2 milioni di tonnellate di carburante (cioè tanta benzina quanta viene consumata in una settimana in tutta Italia), 900 mila tonnellate di munizioni (cioè tante quante furono le bombe sganciate dagli aerei Alleati sulla Germania durante l’intera guerra) e 150 mila tonnellate di razioni alimentari. A metà giugno i sovietici avevano concentrato lungo un fronte di poche centinaia di chilometri circa 1,7 milioni di soldati, 4 mila carri armati e altri veicoli corazzati, quasi 25 mila tra cannoni, lanciarazzi e mortai e ottomila aerei da combattimento. Per fare un paragone, l’anno prima, l’attacco contro Stalingrado era stato lanciato da un milione di uomini, metà dei cannoni, e un migliaio di carri armati e aerei.

I tedeschi furono completamente ingannati dalla “maskirovka”, la dottrina sovietica della mimetizzazione e dell’inganno. Migliaia di finti accampamenti militari, carri armati di legno e aerei di cartone furono costruiti in vari punti del fronte per ingannare i tedeschi su quale sarebbe stata la direttrice dell’attacco principale. Fino all’inizio dell’operazione rimasero convinti che il principale affondo dell’offensiva sovietica sarebbe avvenuto molto più a Sud, nel settore ucraino. A difendere il fronte centrale rimanevano circa 800 mila uomini, in buona parte truppe di seconda scelta normalmente addette a compiti di polizia anti-partigiani, appena 500 tra carri armati e altri veicoli blindati, tremila tra cannoni e mortai e mille aeroplani. Nemmeno una delle famose divisioni Panzer che avevano ottenuto tanti successi tre anni prima si trovava a distanza utile per contrattaccare l’offensiva sovietica.

Il 22 giugno, l’anniversario dell’attacco a sorpresa di Hitler, Stalin ordinò di iniziare gli attacchi preparatori. Le gigantesche colonne di carri armati e soldati dell’Armata Rossa si avvicinarono lentamente alle posizioni dalle quali avrebbero iniziato l’offensiva. In diversi punti l’artiglieria aprì loro la strada e in altri dovettero combattere brevemente per occupare i loro blocchi di partenza. Nel frattempo l’aviazione sovietica lanciava una serie di attacchi a lungo raggio contro le deboli forze aeree tedesche. Era solo una pallida anticipazione di quello che sarebbe avvenuto il giorno dopo.

L’Operazione Bagration, dal nome del generale russo che combatté Napoleone e che è al centro di alcuni capitoli del romanzo Guerra e Pace, iniziò ufficialmente alle 5 di mattina del 23 giugno, con un fuoco di sbarramento lungo tutti i 690 chilometri presidiati dal Gruppo d’Armate Centro. Tre quarti dei cannoni erano puntati sulle aree dove si prevedeva di compiere uno sfondamento, il 10 per cento circa del totale.

In queste aree i sovietici disponevano di 178 cannoni ogni chilometro (secondo la moderna dottrina militare, un centinaio sono ritenuti più che sufficienti). Per la prima volta venne sperimentato un nuovo tipo di bombardamento. Parte dei cannoni continuava a sparare sulla linea del fronte, mentre il resto sparava alle spalle delle linea, creando uno sbarramento mobile di acciaio, fuoco e schegge che, come una pressa inesorabile, si avvicinava lentamente al primo sbarramento, creando una trappola da cui era impossibile sfuggire e dal micidiale effetto psicologico.

Le linee di difesa avanzate furono annientate nelle prime ore, e lo sfondamento venne realizzato in tutti i punti programmati. In alcuni settori i tedeschi riuscirono a costruire dei capisaldi di resistenza, ma i sovietici si limitavano a girar loro intorno, circondandoli e proseguendo la loro avanzata verso i principali obiettivi dell’attacco. Il 24 giugno, appena un giorno dopo l’inizio dell’attacco, l’importante città di Vitebsk era stata circondata insieme a tutta la sua guarnigione formata da 30 mila soldati tedeschi. Il 26 le truppe sovietiche entrarono nella città di Orsha e nei giorni seguenti occuparono Mogilev e Babrujsk.

I tedeschi combatterono spesso con coraggio e disperazione, obbligati a rimanere sul posto e a difendersi fino all’ultimo dagli ordini di Hitler, che proibiva ogni ritirata. La superiorità dei sovietici, in termini di mezzi ma anche di tecnica e organizzazione, era inaffrontabile. Il 3 luglio le truppe sovietiche circondarono la capitale bielorussa Minsk, dove gli ammaccati residui del Gruppo d’Armate Centro avevano cercato scampo. Oltre centomila tedeschi si arresero nei giorni successivi. Dal 22 giugno al 4 luglio i sovietici avevano messo fuori combattimento oltre 300 mila soldati tedeschi, un numero superiore a quelli catturati, feriti o uccisi durante tutto l’assedio di Stalingrado.

Le operazioni andarono avanti ancora per una decina di giorni. Bielorussia e Ucraina furono completamente liberate, così come gran parte dei paesi baltici. I carri armati sovietici arrivarono ai confini di Romania, Ungheria, della Prussia Orientale, della Polonia, e si fermarono a poca distanza da Varsavia, lasciando che la coraggiosa e disperata ribellione dell’esercito polacco clandestino venisse sanguinosamente stroncata. Alla metà di luglio l’offensiva fu dichiarata conclusa: dopo essere avanzata per centinaia di chilometri e aver raggiunto le frontiere del 1941, l’Armata Rossa aveva bisogno di tempo per rifiatare e prepararsi all’ultimo balzo: quello che l’avrebbe portata a Berlino.

Nel corso dell’Operazione Bagration l’esercito sovietico aveva creato una breccia di oltre 400 chilometri nello schieramento tedesco, aveva annientato il Gruppo di Armate Centro e aveva ucciso, catturato o ferito oltre 700 mila soldati tedeschi, tra cui migliaia di insostituibili ufficiali e sottufficiali veterani e tonnellate di materiale bellico: armi, veicoli e munizioni. Un’altra statistica dà l’idea delle dimensioni della vittoria sovietica: su 47 generali tedeschi che parteciparono all’azione, dieci furono uccisi e altri 21 finirono catturati. In meno di un mese i tedeschi avevano subito perdite in uomini e materiali più gravi non solo di quelle subite a Stalingrado, ma anche più di quelle che furono loro inflitte dagli Alleati Occidentali nel corso di tutti i due mesi della Battaglia di Normandia. Un quarto dell’esercito tedesco schierato a guardia del fronte orientale era stato spazzato via.

Oltre 50 mila prigionieri tedeschi catturati nella sacca di Minsk sfilano per le strade di Mosca (AP Photo)

Eppure, nonostante questi numeri, l’Operazione Bagration è sparita dalla memoria collettiva. In parte perché fu contemporanea allo Sbarco in Normandia, una delle operazioni militari più complesse ed elaborate che siano mai state compiute, oltre che un momento altamente simbolico per tutti gli europei e gli americani. Considerazioni politiche contribuirono a rendere l’Operazione Bagration difficile da celebrare in Occidente. Con la sua spettacolare avanzata tra giugno e luglio, l’Arma Rossa rese chiaro ai pianificatori alleati non solo che la Germania era oramai battuta, ma anche che nulla poteva impedire all’esercito sovietico di dilagare in tutta l’Europa Centrale e Orientale, con le conseguenze che gli europei avrebbero presto imparato a conoscere nel corso di mezzo secolo di Guerra Fredda.

Ma anche in Russia, Bagration non ha mai goduto nel sentimento collettivo del posto centrale come altre battaglie. Non fu uno scontro di durata epica, come l’assedio di Leningrado, e non fu nemmeno una vittoria che segnò un punto di svolta nell’andamento della guerra, come Stalingrado.

Nella primavera del 1944 la guerra era oramai vinta: si trattava solo di stabilire chi avrebbe assestato i colpi più duri alla Germania. Così, si è spesso dimenticato che con Bagration l’Armata Rossa concluse la liberazione dell’Unione Sovietica, tornando in quei territori che per tre anni erano rimasti sotto il brutale governo nazista e che per mesi erano stati teatro delle più grandi e violente battaglie che si fossero mai viste. Mano a mano che avanzavano, le truppe sovietiche si erano trovate di fronte a centinaia di villaggi distrutti e incendiati, fosse comuni e campi di prigionia i cui occupanti erano in gran parte morti di fame.

Insieme a Bagration, ha finito così con l’essere dimenticata anche la tragedia del popolo bielorusso. Dei dieci milioni di persone che nel 1941 abitavano la repubblica sovietica, al momento della liberazione ne rimanevano in vita all’incirca 7. Un bielorusso su tre era stato ucciso: la percentuale più alta tra tutte le nazionalità che furono coinvolte nella guerra.

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