La “liberazione” di Varsavia, 70 anni fa

Il 17 gennaio 1945 l'esercito russo entrò in quello che restava della città polacca, dove i tedeschi avevano appena represso un'insurrezione con estrema brutalità

Il 17 gennaio 1945, esattamente 70 anni fa, i soldati dell’Armata Rossa – l’esercito sovietico – entrarono in quello che restava della città di Varsavia, in Polonia. Nell’autunno dell’anno precedente l’Armata Rossa non aveva reagito mentre i nazisti reprimevano violentemente un’insurrezione della resistenza polacca scoppiata in città. Almeno 150mila civili furono uccisi nel corso di due mesi di combattimenti, mentre l’esercito russo restava al di là del fiume Vistola. Le truppe che entrarono in città erano seguite a breve distanza dagli uomini della polizia segreta che si diedero da fare per completare ciò che era stato iniziato dai nazisti.

Una ricostruzione in 3D di Varsavia basata su foto aeree del 1945

L’insurrezione
Alle ore 17 del primo agosto 1944 la bandiera bianca e rossa della Polonia venne innalzata sulla torre delle assicurazioni Prudential, l’edificio più alto di Varsavia. Ovunque gruppi di partigiani polacchi organizzarono blocchi stradali e occuparono edifici strategici. I capi della resistenza polacca inviarono a Londra un messaggio radio in chiaro: «La battaglia per la capitale è cominciata». I polacchi cominciarono a combattere contro gli occupanti con grande impeto. In un caso, decine di partigiani attaccarono le posizione tedesche armati solo di pistole. Circa 35mila persone si erano arruolate con i ribelli, anche se c’erano armi per poco più di cinquemila di loro.

L’attacco alla Polonia, nel settembre del 1939, aveva dato inizio alla Seconda guerra mondiale. Quando scoppiò la rivolta, la Polonia si trovava oramai da cinque anni sotto la dominazione tedesca. I segni dell’occupazione si vedevano ovunque. Durante l’invasione la città era stata bombardata e il suo centro storico era già quasi completamente in rovina. Nel 1943 era scoppiata un’altra rivolta, nel ghetto. Decine di migliaia di ebrei furono uccisi e l’intero quartiere fu distrutto.

Per la prima volta da anni, però, nell’estate del 1944 i polacchi avevano qualche motivo per essere ottimisti. L’esercito tedesco, che da tre anni combatteva l’Armata Rossa, era stato sconfitto. L’unica cosa che impediva ai russi di marciare direttamente su Berlino era la ciclica necessità di rifornire le proprie truppe e raccogliere armi e munizioni prima degli attacchi. Nell’ultimo di questi attacchi, i soldati russi erano ormai arrivati in vista della città. Il morale dei tedeschi era bassissimo e si diceva che fossero pronti ad abbandonare Varsavia senza combattere.

Da anni ex militari dell’esercito polacco, leader politici e nazionalisti stavano organizzando un movimento clandestino di rivolta. Nell’estate del 1944 sembrò che il momento opportuno per l’insurrezione fosse arrivato. L’esercito russo era vicino – pensavano i leader polacchi – e avrebbe potuto facilmente appoggiare la rivolta. Per molti polacchi, inoltre, liberarsi da soli dall’occupazione nazista era un obiettivo politico. La Russia del dittatore Josif Stalin, infatti, aveva partecipato nel 1939 insieme alla Germania di Hitler alla spartizione in due del paese e molti polacchi temevano che, se non fossero riusciti a conquistarsi da soli l’indipendenza, Stalin avrebbe imposto loro un governo comunista. Il loro timore si rivelò corretto. L’esercito russo non fece nemmeno un tentativo di raggiungere Varsavia e si limitò ad osservare la repressione della rivolta da parte dell’esercito tedesco.

La repressione
Alla fine di luglio il fronte orientale era tranquillo e i tedeschi pensavano di avere qualche mese di tregua mentre l’Armata Rossa si rinforzava rifornendo le sue truppe più avanzate. L’attenzione dei tedeschi era concentrata in Francia, dove gli Alleati erano sbarcati e da quasi un mese erano impegnati nella battaglia di Normandia. La rivolta colse i tedeschi di sorpresa. Nonostante centinaia di morti, i polacchi riuscirono a conquistare una serie di posizioni strategiche e a mettere in seria difficoltà l’esercito nazista.

Dopo i primi giorni di combattimento per i tedeschi era diventato ragionevole abbandonare la città. Varsavia sarebbe certamente caduta non appena i russi avessero lanciato un nuovo attacco: sarebbe stato prudente non rischiare le proprie forze per difendere la città, quando entro pochi mesi le stesse frontiere della Germania sarebbero state in pericolo. Come in molte altre occasioni, però, Adolf Hitler non si mostrò ragionevole. L’insurrezione rappresentava una sfida personale a quello che riteneva il suo dominio. Mettendo da parte ogni considerazione di tipo militare, Hitler ordinò di concentrare tutte le forze disponibili per reprimere la rivolta. La relativa tranquillità dell’Armata Rossa permise ai tedeschi di radunare un insieme piuttosto eterogeneo di truppe: i cosacchi ucraini, i battaglioni di SS e le truppe d’élite dei paracadutisti. Enormi mortai che sparavano proiettili pesanti due tonnellate vennero usati per bombardare il centro cittadino, controllato dai ribelli. Squadre armate di lanciafiamme incenerirono interi isolati. Nei combattimenti vennero usati anche dei “droni” primitivi: veicoli radiocomandati poco più grandi di una grossa valigia che venivano fatti esplodere a distanza.

Gli effetti di un proiettile da due tonnellate tedesco sulla torre Prudential (Sylwester Braun)
Gli effetti di un proiettile da due tonnellate tedesco sulla torre Prudential (Sylwester Braun)

I tedeschi commisero ogni sorta di crimine di guerra. I polacchi feriti furono uccisi là dove venivano trovati, e i prigionieri furono lanciati dalle finestre dei palazzi più alti. L’artiglieria e l’aviazione bombardarono sistematicamente il centro della città, senza nemmeno tentare di prendere di mira i combattenti. In più di un’occasione le SS radunarono donne e bambini polacchi per usarli come scudi umani prima di un attacco. I disertori russi che combattevano assieme ai nazisti furono particolarmente brutali: migliaia di donne furono stuprate prima di essere uccise. Come ha scritto lo storico Max Hastings nel suo libro “Armageddon”: «Dà la misura della brutalità delle truppe impegnate nella repressione che gli stessi nazisti fucilarono il comandante di un’unità russa che combatteva per l’esercito tedesco. I loro atti anarchici di crudeltà erano divenuti imbarazzanti persino per Himmler».

I combattimenti andarono avanti fino al 2 ottobre. Dopo sessanta giorni, con la città ormai quasi completamente in rovina, i polacchi dovettero arrendersi. Come hanno scritto molti storici, scatenare l’insurrezione fu un grave errore da parte dei leader polacchi, ma la lunga resistenza che riuscirono a tenere in piedi non fu inutile. I nazisti temevano che l’esercito russo avrebbe attaccato di lì a breve. Così, dopo mesi di combattimenti senza pietà, concessero ai polacchi condizioni insolitamente favorevoli. Circa 20 mila civili riuscirono a lasciare la città e 15 mila uomini della resistenza furono presi prigionieri invece che essere uccisi sul posto. Altre migliaia di combattenti invece decisero di rimanere nascosti tra la popolazione civile, in attesa di una nuova occasione per ribellarsi.

L’Armata Rossa non attaccò fino a gennaio, tre mesi dopo la resa di Varsavia. Alcuni polacchi sperarono che il giorno della liberazione della città significasse la fine delle loro sofferenze, ma si sbagliavano. Stalin temeva i nazionalisti polacchi almeno quanto Hitler (già all’epoca della spartizione i russi avevano ucciso in segreto migliaia di polacchi considerati “controrivoluzionari”). L’NKVD, la polizia politica che sarebbe diventata il KGB, si diede subito da fare per identificare gli ex membri della resistenza. Decina di migliaia di polacchi furono uccisi, deportati o imprigionati dai sovietici. La cosiddetta liberazione di Varsavia, per la gran parte dei polacchi, significò soltanto passare delle mani di una dittatura a quelle di un’altra.

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