Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il presidente cinese, Xi Jinping, durante un incontro a Pechino nel novembre del 2017 (AP Photo / Andy Wong)

La “guerra fredda tecnologica” non inizia ora

Il caso di Huawei e Android è solo l'ultimo di una lunga serie di ostilità iniziata dieci anni fa e che sta cambiando un intero settore, con conseguenze per tutti

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il presidente cinese, Xi Jinping, durante un incontro a Pechino nel novembre del 2017 (AP Photo / Andy Wong)

Da giorni si parla molto della decisione di Google di sospendere la licenza Android per Huawei, resa inevitabile dopo l’ordine esecutivo voluto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per impedire alle aziende tecnologiche statunitensi di fare affari con quelle cinesi, salvo non ci sia un esplicito permesso da parte del governo. Un editoriale su Bloomberg ha definito i recenti sviluppi – che rischiano di compromettere gli affari di Huawei nel settore degli smartphone – l’inizio di una “guerra fredda tecnologica” che potrà avere conseguenze globali e per noi tutti. Altri esperti, come l’analista Ben Thompson, ritengono invece che questo conflitto commerciale sia iniziato almeno 10 anni fa, e che gli ultimi sviluppi siano la naturale conseguenza delle scelte fatte nel settore, soprattutto dalla Cina.

Quest’ultima svolta era temuta da tempo da Huawei, come dimostra il fatto che l’azienda cinese avesse già iniziato a fare scorte di numerosi componenti prodotti da aziende statunitensi, impiegati nei suoi smartphone, server e altri dispositivi per le telecomunicazioni. Huawei dovrebbe avere fatto scorte per almeno tre mesi, cosa che le consentirà di non fermare le linee di produzione, in attesa che la situazione si chiarisca; e sostiene di stare lavorando da tempo a un suo sistema operativo che possa rimpiazzare Android sui suoi dispositivi.

C’è ancora l’eventualità che la crisi rientri, nel caso in cui Trump decida di venire a più miti consigli e stipuli nuovi accordi commerciali con la Cina, come sembrava vicino a fare qualche settimana fa, rinunciando all’imposizione di nuove limitazioni e dazi. Trump ha però dimostrato di non avere una strategia molto coerente sul tema, e questo lascia molti dubbi sull’evolversi della situazione; inoltre la vicenda Huawei è soltanto parzialmente sovrapponibile a quella della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Prima di Huawei
La vicenda di Huawei è l’ultima di una lunga serie che sta spingendo la Cina a investire pesantemente nella riduzione della sua dipendenza da aziende estere per i componenti e per il software. Se ce la farà, spiega l’editoriale pubblicato su Bloomberg, ci troveremo con un mondo diviso sostanzialmente in due aree di influenza tecnologica: una sotto il controllo della Cina, l’altra sotto l’influenza degli Stati Uniti e dei suoi principali partner economici nel settore.

Nella sua analisi, Thompson scrive che probabilmente Huawei iniziò a guardarsi intorno allarmata lo scorso anno, quando gli Stati Uniti misero al bando la vendita di tecnologie statunitensi a ZTE, il più grande produttore di apparati per telecomunicazioni della Cina. Il governo statunitense accusava ZTE di avere violato le leggi statunitensi che vietano di fare affari con l’Iran alle aziende che vogliono farne anche società statunitensi. La decisione all’epoca aveva fatto molto discutere, facendo presagire che dietro alla messa al bando ci fossero altre motivazioni, legate proprio all’incipiente guerra commerciale contro la Cina.

Le forze in campo
Per capire meglio questa “guerra fredda tecnologica” occorre osservare le forze in campo, i loro punti di forza e le loro vulnerabilità. Gli Stati Uniti hanno di sicuro un notevole vantaggio per quanto riguarda i brevetti posseduti e, più in generale, le capacità tecniche di costruire componenti sofisticati. È vero che gli iPhone sono “prodotti in Cina”, ma è anche vero che pochissima della loro tecnologia ha origine in quel paese: buona parte dei componenti – poi assemblati nelle fabbriche cinesi – derivano da attività svolte in Giappone, Corea del Sud, Taiwan e negli Stati Uniti.

La Cina è molto indietro per quanto riguarda la produzione dei componenti più avanzati, come i microchip che poi finiscono negli smartphone e nei computer che usiamo tutti i giorni. La produzione di processori richiede macchinari di altissima precisione, raramente disponibili nelle fabbriche cinesi. Una delle eccezioni è forse Huawei, che negli anni ha sviluppato la capacità di prodursi da sola i microchip, ma senza raggiungere risultati paragonabili a quelli prodotti all’estero, e comunque mantenendo una forte dipendenza dagli Stati Uniti per quanto riguarda il software, come ha dimostrato il caso di Android.

Saranno necessari ancora anni prima che la Cina riesca a superare questo divario con gli Stati Uniti, ma questo non significa che sia svantaggiata in assoluto. La Cina ha infatti un’ampia influenza sulle materie prime: negli anni ha rafforzato moltissimo la sua posizione nel settore dell’estrazione dei minerali essenziali per la costruzione dei dispositivi elettronici. Si stima che le aziende cinesi controllino circa il 90 per cento del settore, e già in passato si è visto lo sfruttamento di questa posizione dominante. Nel 2010, per esempio, la Cina regolò la produzione delle materie prime rare imponendo quote di esportazione, che influirono molto sui prezzi.

Dieci anni
Thompson segnala come quella decisione, insieme ad altre dello stesso anno, furono i primi segnali dell’inizio della guerra fredda tecnologica. Nel gennaio del 2010 Google annunciò di avere subìto pesanti attacchi informatici da parte della Cina, con il conseguente furto di brevetti. La vicenda, insieme all’annoso problema della stretta censura esercitata dal governo cinese su Internet, portò Google a lasciare il mercato cinese.

L’uscita di Google era avvenuta a pochi mesi di distanza dal progressivo blocco di buona parte dei siti più grandi e di maggiore successo degli Stati Uniti, resi inaccessibili agli utenti cinesi: Facebook, Twitter e YouTube. Negli anni seguenti avrebbero seguito la stessa sorte Wikipedia, Instagram, Reddit, Dropbox e numerosi media, compresi il Wall Street Journal e il New York Yimes.

Di fatto da circa un decennio la Cina blocca nel suo territorio le attività commerciali di alcune delle più grandi e ricche aziende statunitensi. La priorità del governo cinese era sicuramente evitare che circolassero liberamente informazioni contrarie alla sua propaganda, o sulle effettive condizioni delle minoranze oppresse, ma portò anche vantaggi commerciali per le aziende di Internet attive in Cina. Senza la concorrenza di Google, Facebook e gli altri, in questi anni social network e motori di ricerca cinesi hanno prosperato, col paradosso di essere online grazie ai componenti statunitensi presenti nei loro server.

In quest’ultimo dettaglio, scrive Thompson, si coglie un altro aspetto importante: per molte aziende tecnologiche statunitensi la censura era un problema solo fino a un certo punto. L’espansione di servizi online cinesi ha fatto sì che i fornitori statunitensi di componenti continuassero a vendere senza problemi in Cina, facendo grandi affari. Inoltre il mercato cinese offriva (e continua a offrire) manodopera a basso costo per aziende estere come Apple, che assembla buona parte dei propri prodotti in Cina.

Scrive Thompson:

La verità è che le relazioni tra Stati Uniti e Cina sono da molto tempo a senso unico: la Cina compra i componenti di cui ha bisogno, tiene per sé tutte le opportunità derivanti dal software e – ovviamente – cerca nuove opportunità all’estero. Allo stesso tempo, l’accettazione da parte degli Stati Uniti di come stanno le cose ha fatto sì che la Cina non fosse motivata a fare gli investimenti necessari per rimpiazzare completamente i componenti statunitensi, portandoci alla situazione attuale.

Vantaggi e svantaggi
L’impressione è che per ora gli Stati Uniti detengano comunque un enorme vantaggio rispetto alla Cina, soprattutto per quanto riguarda le conoscenze nella produzione dei processori, che potrà ulteriormente rafforzarsi se riusciranno a stringere maggiori collaborazioni con le aziende tecnologiche della Corea del Sud, del Giappone e di Taiwan. Anche se investirà enormi risorse, la Cina impiegherà anni prima di raggiungere gli Stati Uniti.

Dopo il caso Huawei, negli ultimi giorni si è parlato della possibilità che la Cina possa decidere di rispondere alla decisione di Trump danneggiando Apple, una delle più ricche aziende tecnologiche degli Stati Uniti, e tra le più esposte alle decisioni del governo cinese. Apple però impiega – direttamente o indirettamente – milioni di persone negli impianti di produzione cinesi che realizzano i suoi iPhone, iPad e altri dispositivi. Il governo cinese difficilmente metterebbe a rischio milioni di posti di lavoro ostacolando più di tanto Apple (lo fa già comunque con molti dei suoi servizi online non disponibili per gli utenti cinesi).

Le limitazioni e i dazi imposti da Trump hanno comunque conseguenze anche per l’industria statunitense. Il caso di Huawei in questo è emblematico: i produttori non possono più vendere i loro componenti all’azienda, così come Google ha dovuto rinunciare alla licenza e ai suoi accordi commerciali con il secondo più grande produttore di smartphone al mondo. Nel breve periodo ciò si rifletterà in meno affari per le aziende tecnologiche statunitensi, senza contare i maggiori costi per la manodopera se diventasse sempre più difficile assemblare i dispositivi in Cina.

Censura, libertà e tecnologia
C’è un’ultima valutazione che rischia di sfuggire stando dietro agli aspetti prettamente economici, spiega Thompson, ed è quella sui diritti umani e sulla libera espressione del pensiero. La Cina ha sfruttato enormemente le tecnologie occidentali, acquistandole o violando i brevetti a seconda dei casi, per mettere in piedi il più grande e sofisticato sistema di sorveglianza nella storia dell’umanità. Praticamente tutte le informazioni che si scambiano gli utenti cinesi su Internet possono essere spiate dal governo, sistemi di telecamere con riconoscimento facciale consentono di monitorare gli spostamenti di milioni di persone, limitando le loro libertà come avviene in pochi altri paesi del mondo.

Si pone quindi un problema che va oltre il settore tecnologico: quale sia il modo più giusto e corretto per fare affari con la Cina, che è comunque una delle economie più forti e in crescita di tutto il pianeta. Conclude Thompson:

La vera guerra quando si parla di tecnologia è questa: censura contro libertà, controllo contro creatività, accentramento contro concorrenza. E sono temi connessi: la censura in Cina è esercitata tramite il controllo facilitato a sua volta dall’accentramento. Ciò dovrebbe spingere le aziende tecnologiche occidentali e gli investitori a fermarsi un attimo quando si parla di Cina, e dovrebbe anche portare a pensare alle politiche più appropriate da assumere all’interno del nostro stesso settore industriale. Libertà, creatività e concorrenza sono interconnesse così come lo sono le loro controparti, e la violazione di una di esse dovrebbe essere presa come una minaccia per le altre due.

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