Una giornalista cinese mostra la velocità della rete presente nella prima area con il 5G di Hangzhou, nell'est della Cina, il 17 aprile 2019 (Imaginechina via AP Images)

Un giorno avremo tutti smartphone cinesi?

O useremo solo intelligenze artificiali cinesi? Sono domande che ha senso porsi dato che la Cina ha l'obiettivo di dominare il settore delle aziende tecnologiche nel mondo

Una giornalista cinese mostra la velocità della rete presente nella prima area con il 5G di Hangzhou, nell'est della Cina, il 17 aprile 2019 (Imaginechina via AP Images)

Nel 2007 la Cina ha superato gli Stati Uniti diventando il primo paese al mondo per le esportazioni, e nel 2011 ha fatto la stessa cosa con la produzione industriale. Si prevede che nel 2030 circa succederà anche con il PIL, ma la vera sfida economica che opporrà Cina e Stati Uniti nei prossimi anni è un’altra: quella relativa alle aziende tecnologiche.

Nel novembre del 2017, parlando della Cina durante un convegno internazionale sull’intelligenza artificiale (AI) a Washington, Eric Schmidt, ex presidente esecutivo di Alphabet, la holding che controlla Google, disse: «Entro il 2020 ci avranno raggiunti. Entro il 2025 saranno meglio di noi. Entro il 2030 domineranno l’industria dell’intelligenza artificiale». Non tutte le previsioni in ambito economico e tecnologico ci azzeccano, ma in questo caso non si tratta solo di una previsione: è proprio il governo cinese a essersi prefissato questo obiettivo. È una delle ragioni per cui il settore tecnologico cinese diventerà sempre più importante in tutto il mondo, cambiando ulteriormente l’economia che ci gira attorno.

Lo sviluppo delle aziende tecnologiche cinesi fino a oggi
Nella classifica delle più grandi aziende tecnologiche della rivista Forbes, tra i primi dieci posti c’è un’unica società cinese: Tencent, all’ottavo posto. Prima ci sono Apple, Samsung, Microsoft, Alphabet, Intel, IBM e Facebook: tutte aziende statunitensi, con l’eccezione di Samsung che è sudcoreana, e tutti marchi molto noti al consumatore medio occidentale, a differenza di Tencent. Quest’ultima è l’azienda di WeChat, l’app più usata in Cina: svolge contemporaneamente le funzioni di servizi come WhatsApp, Facebook, Twitter, PayPal/Apple Pay, e delle app per chiamare i taxi o ordinare un pasto a domicilio, tra le altre cose. In un certo senso in Cina WeChat si è sovrapposto a internet: per molti utenti è la stessa cosa. Il servizio ha più di un miliardo di utenti attivi ogni mese: in Cina vivono più di 1,3 miliardi di persone, praticamente tutti lo usano.

Spesso si parla di Tencent insieme a Baidu, un motore di ricerca, e Alibaba, il principale sito di e-commerce cinese: le tre aziende sono chiamate collettivamente con l’acronimo “BAT”. Insieme a Tencent la più forte delle tre è Alibaba, che ha un valore di mercato maggiore (499 miliardi di dollari contro i 491 di Tencent) ma non è sulla lista di Forbes delle più grandi aziende tecnologiche perché considerata parte di un’altra categoria. Fondata dall’imprenditore Jack Ma nel 1999, si è sviluppata tantissimo grazie alle dimensioni del mercato cinese e alla velocità con cui i cinesi si sono abituati a fare acquisti online – al punto che le persone che mendicano nelle strade usano codici QR per ricevere donazioni. Oggi il settore dell’e-commerce in Cina ha già dimensioni doppie rispetto a quello americano.

La grande crescita delle aziende tecnologiche cinesi è stata resa possibile per le particolari caratteristiche geopolitiche della Cina: per anni la possibilità di copiare i prodotti tecnologici occidentali ha permesso alle aziende locali di diventare competenti nel proprio campo imparando dagli altri, successivamente il protezionismo del paese ha permesso loro di sviluppare tecnologie originali senza subire la concorrenza delle aziende straniere.

Grazie al cosiddetto “Grande firewall cinese“, il muro virtuale e legislativo che fa sì che le informazioni dannose per il Partito Comunista cinese non entrino nell’internet cinese, Google, Twitter e Facebook (e con esso Instagram, WhatsApp e Messenger) non si sono diffuse in Cina e WeChat ha potuto imporsi comodamente. Si può immaginare come sarebbero potute andare diversamente le cose se non ci fosse stata la censura statale osservando il caso dell’India, un altro grande mercato asiatico per i prodotti tecnologici: il motore di ricerca più usato lì è Google, il social network più diffuso è Facebook.

Dove arriveranno le aziende tecnologiche cinesi
Nei prossimi anni, in linea con l’obiettivo sullo sviluppo dei sistemi di AI fissato dal governo, in Cina si farà molta ricerca e sviluppo nell’ambito delle automobili che si guidano da sole, dei sistemi per rendere anche le città (oltre che le case) “smart”, come si dice, e degli standard tecnologici, cioè tecnologie come il 5G e le porte USB, che sono le stesse dappertutto.

L’impegno del governo cinese sull’AI ha già avuto degli effetti, come spiega un articolo dell’Economist. Il numero di persone che si occupano di intelligenza artificiale in Cina è molto minore a quello degli Stati Uniti: ogni 100 esperti di AI negli Stati Uniti, ce ne sono solo sei in Cina, e i più bravi di tutti a livello mondiale lavorano per aziende americane come Alphabet. Tuttavia chi studia i sistemi di AI in Cina è particolarmente attivo e si vede dalla qualità degli articoli scientifici sui temi legati all’AI che vengono pubblicati da ricercatori cinesi: sono citati da altri studi (nel mondo accademico e della ricerca è il modo per misurarne l’importanza e l’influenza) quasi quanto quelli dei ricercatori americani. Significa che gli studi cinesi hanno risultati e conclusioni interessanti per tutto il settore.

In Cina in particolare ci sono aziende che si stanno specializzando in alcuni settori specifici in cui si usa l’AI: ad esempio Face++ con il riconoscimento facciale e iFlytek con il riconoscimento vocale.

Il settore tecnologico cinese probabilmente si svilupperà ulteriormente anche per quanto riguarda la diffusione dei suoi prodotti nei diversi mercati del mondo. Qualche mese fa Andrew Cainey, esperto di paesi asiatici del think tank britannico Chatham House, ha spiegato al Telegraph che i marchi cinesi, grazie ai prezzi più economici rispetto alla media, si sono diffusi maggiormente nei paesi dove il reddito medio è minore. Vale soprattutto per i mercati africani, dove la Cina sta facendo affari in moltissimi settori: nel complesso le aziende tecnologiche cinesi sono dominanti sia nel settore delle infrastrutture per le telecomunicazioni che per quello dei pagamenti digitali.

Le questioni che le aziende tecnologiche cinesi dovranno affrontare
Un’altra grande azienda tecnologica cinese è Huawei: è la più grande azienda tecnologica privata della Cina e nel 2018 ha superato Apple per volumi di produzione, diventando il secondo più grande produttore di smartphone al mondo dopo Samsung. È nata lavorando a prodotti simili a quelli delle aziende occidentali e si è espansa vendendoli a prezzi più bassi; come Amazon ha ragionato per anni facendo strategie di profitti a lungo termine per prendersi il tempo di sviluppare nuove tecnologie. Oggi la Cina è uno dei paesi leader di mercato nella produzione di smartphone e il 90 per cento degli smartphone dei cinesi (praticamente tutti ne hanno uno) è prodotto da aziende cinesi. Nel 2018 le vendite di Huawei sono aumentate del 19,5 per cento.

Nonostante questo, negli ultimi mesi si è parlato di questa azienda per i suoi problemi nei rapporti con gli Stati Uniti. La questione è piuttosto complicata, ma riassumendo si può dire che gli Stati Uniti non vogliono che Huawei collabori alla costruzione delle infrastrutture necessarie per il 5G, le reti mobili di nuova generazione che sostituiranno l’attuale 4G rendendo più veloce la connessione a internet, perché temono che questo aumenterà il controllo del governo cinese sullo scambio di informazioni nel mondo. Gli Stati Uniti infatti ritengono che Huawei, pur essendo un’azienda privata, dia informazioni al governo cinese, circostanza sempre negata dalla società.

Al momento il più grosso ostacolo che le aziende cinesi devono fronteggiare sono i dazi imposti dall’amministrazione di Donald Trump. Il caso di Huawei, a prescindere dalle specifiche circostanze della vicenda, mette però in luce uno dei problemi che il settore tecnologico cinese potrebbe incontrare nei prossimi anni nel suo percorso di espansione e sviluppo: il rapporto tra le aziende e il governo cinese, in particolare per quanto riguarda la privacy e l’uso dei dati degli utenti. A lungo termine la questione della protezione dei dati potrebbe essere più rilevante: le aziende cinesi dovranno trovare delle soluzioni adeguate, magari anche prendendo a esempio gli errori commessi da Facebook con la gestione della privacy e da Google relativamente alle regole sulla concorrenza nell’Unione Europea. Anche i sistemi di pagamento online cinesi potrebbero avere qualche problema, legato più che altro alla poca trasparenza del sistema bancario.

Gli altri punti deboli del settore tecnologico cinese, messi in evidenza dall’Economist, sono ad esempio il fatto che per ora la Cina ha poche aziende davvero grandi e tante molto più piccole – mentre negli Stati Uniti ci sono varie e numerose vie di mezzo – e che sono poche quelle rivolte alle altre aziende, invece che ai consumatori: anche per questo, diversamente dai privati cittadini, le società cinesi che lavorano in altri settori sono molto poco digitalizzate. Inoltre per adesso le vendite nei mercati esteri sono ridotte, pari al 18 per cento di quelle delle aziende americane, e anche gli investimenti sono molto minori: il 30 per cento di quelli americani se si considera l’intero settore.

Intanto secondo le previsioni della società di ricerche di mercato Forrester il settore tecnologico cinese continuerà a crescere: del 4 per cento nel 2019 e del 7 per cento nel 2020, nonostante la guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Questo articolo fa parte di un progetto sponsorizzato da Fidelity International, una delle più importanti società di gestione di fondi di investimento al mondo.

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