(Scott Nelson/Getty Images)

Breve storia del terrorismo suicida

Dai sicarii dell'antica Palestina alle Tigri Tamil dello Sri Lanka, fino ad arrivare agli estremisti islamici: in tutte le epoche l'autosacrificio è stato usato come arma di guerra

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca
(Scott Nelson/Getty Images)

Più di 250 persone sono morte negli attacchi terroristici contro chiese e alberghi in Sri Lanka. Gli attentati, rivendicati dallo Stato Islamico (o ISIS), hanno riportato alla memoria di molti abitanti dell’isola il sanguinoso conflitto civile che divise il paese fino al 2009. Per quasi tre decenni i movimenti di liberazione della minoranza indù Tamil si sono scontrati con le forze del governo. Il più forte e spietato tra questi gruppi, le Tigri Tamil, ha fatto largo uso di attacchi suicidi, compreso un attacco contro la capitale Colombo effettuato con aerei imbottiti di esplosivo e che avrebbe dovuto essere molto simile a quello dell’11 settembre 2001. La storia delle Tigri Tamil e della loro lunga campagna terroristica ricorda che il suicidio come arma politica e militare è molto più antico della recente associazione che oramai facciamo in maniera automatica tra questa tattica e il terrorismo islamico.

Dai trecento spartani che si sacrificarono per fermare l’esercito persiano alle Termopili, fino ai 47 ronin della tradizione giapponese, tutte le culture e tutte le epoche ebbero figure più o meno leggendarie che si immolarono per una causa superiore. Comprese quelle religiose. Nell’antica Palestina, i sicarii, una fazione di ebrei estremisti, si opponevano alla dominazione romana uccidendo i funzionari imperiali e gli ebrei che consideravano loro collaboratori, attaccandoli in pieno giorno e spesso finendo uccisi insieme a loro.

La stessa tattica suicida venne usata nel Medioevo dalla setta sciita degli Assassini, che compì una serie di spettacolari omicidi di leader cristiani e musulmani in tutto il Medio Oriente, compreso l’assassinio in pieno giorno del re cristiano di Gerusalemme, Corrado di Monferrato. La tradizione cristiana è piena di figure di martiri e, anche se in genere si trattava di autoimmolazione di chi sceglieva di farsi uccidere piuttosto che rinnegare la fede, non mancano curiose eccezioni, come la setta dei Circoncellioni del Quarto e Quinto secolo, i cui membri cercavano il martirio attaccando quelli che ritenevano nemici della fede.

Nell’epoca moderna il primo vero e proprio attacco terroristico suicida risale al 1881, quando lo zar Alessandro II fu assassinato da un anarchico rimasto ucciso dalla stessa bomba che aveva lanciato contro la carrozza dell’imperatore. Gli attacchi anarchici contro monarchi e ministri erano abbastanza frequenti alla fine del secolo e quasi tutti erano anche missioni suicide. Notoriamente i compagni che finanziarono la spedizione che si concluse con l’assassinio del re d’Italia Umberto I pagarono all’anarchico Gaetano Bresci un biglietto di sola andata dagli Stati Uniti all’Italia.

Dall’altra parte del mondo le tattiche suicide vennero adottate su larga scala nel lungo periodo di conflitti e disordini iniziato in Cina con la rivoluzione del 1911. Quando il paese fu invaso dal Giappone negli anni Trenta, le “squadre suicide”, formate da studenti nazionalisti armati di cinture esplosive, erano spesso l’unica arma disponibile per fermare i moderni carri armati. Gli stessi giapponesi portarono l’utilizzo di tattiche suicide a una scala mai vista in precedenza. Nel momento più disperato della Seconda guerra mondiale, circa 4 mila piloti giapponesi si uccisero cercando di schiantarsi contro le navi americani a bordo di aerei o a cavallo di siluri umani. Un numero sconosciuto di soldati e civili giapponesi si uccise o si fece uccidere pur di non cadere prigioniero, mentre i piani per reagire a un’eventuale invasione delle isole giapponesi prevedevano di coinvolgere l’intera popolazione in un lugubre piano di autoimmolazione soprannominato “l’onorevole morte dei cento milioni“.

Dopo questa macabra apoteosi, bloccata per un ordine dell’imperatore, la fine della Seconda guerra mondiale vide il suicidio scomparire dai conflitti politici e militari per quattro decenni. Le numerose guerre di liberazione in Africa, le guerriglie in Sudamerica e i conflitti in Asia Orientale produssero un ridottissimo numero di attacchi di questo tipo (con alcune eccezioni, come l’assalto all’ambasciata americana di Saigon, in Vietnam, nel 1968). L’utilizzo del suicidio come arma ricomparve per la prima volta negli anni Ottanta, durante la lunga guerra civile libanese, un complicato conflitto che vide contrapporsi numerose fazioni politiche locali e l’intervento di diverse potenze straniere.

Nel dicembre del 1981 si verificò il primo attacco suicida nelle modalità che oggi associamo a questo termine: un militante di un gruppo estremista sciita guidò la sua automobile carica di esplosivo fino a sotto l’ambasciata irachena nella capitale Beirut e si fece esplodere. Morirono 61 persone e altre 110 furono ferite. Due anni dopo, il Libano entrò definitivamente nella storia del terrorismo suicida quando militanti sciiti attaccarono con autobombe l’ambasciata americana di Beirut e poi una caserma dei marines. Morirono 241 militari americani e 58 francesi in quello che è ancora oggi il giorno più sanguinoso per le forze armate americane dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Proprio in quegli anni alcuni militanti delle Tigri Tamil, il movimento indipendentista della minoranza indù dello Sri Lanka, si trovavano in Libano, dove si stavano addestrando nei campi dei gruppi combattenti palestinesi di estrema sinistra. È probabile che in quegli anni abbiano assistito in prima persona all’efficacia tattica degli attacchi suicidi e abbiano quindi deciso che li avrebbero adottati anche nella loro guerra di liberazione.

Il successo e la diffusione dell’attacco suicida si deve soprattutto a due fattori. Il primo: rende più semplice la pianifidcazione poiché non è necessario trovare vie di fuga per chi porta avanti l’attacco, e contemporaneamente dà all’attaccante maggiori probabilità di successo, poiché gli permette di correggere la propria rotta fino all’ultimo istante ed essere così certo di raggiungere il proprio obiettivo, sia esso una nave nemica o un ristorante pieno di civili. Il secondo fattore è che utilizzare tattiche suicide ha un particolare effetto psicologico: mostra che il gruppo o la nazione che le adotta ha l’intenzione di combattere fino all’ultimo e di non essere disposta a fermarsi davanti a nulla, nemmeno alla tutela della propria vita.

L’attacco suicida è «efficace ed economico» e trasforma l’attaccante in una «perfetta bomba intelligente», ha scritto Bruce Hoffman, docente alla George Town University, in un famoso articolo per il settimanale The Atlantic pubblicato nel 2003; e gli effetti psicologici di questi attacchi «lacerano il tessuto che tiene unita una società». Sono l’arma perfetta in situazione di conflitto asimmettrico, quando una delle fazioni è sproporzionatamente più forte e la più debole è sufficientemente determinata. Queste caratteristiche, scrisse Hoffman, rendono gli attacchi suicidi universali in ogni epoca e luogo, dall’Iraq alla Siria, dalla Turchia a Israele, dalla Cecenia allo Sri Lanka.

Nello Sri Lanka gli attacchi cominciarono poco dopo il ritorno delle Tigri Tamil dai campi di addestramento in Libano. A metà anni Ottanta, i leader del movimento crearono un gruppo dedicato proprio a questo tipo di attacchi, le Tigri Nere, che nel 1987 compirono il loro primo attacco, direttamente ispirato a quello contro la caserma dei marines di Beirut. Dall’inizio del conflitto alla sua conclusione nel 2009, le Tigri Nere compirono quasi 200 attacchi, uccidendo tra gli altri un primo ministro srilankese e l’ex primo ministro indiano Rajiv Gandhi.

A motivare le Tigri Tamil in questi attacchi non c’era la religione, ma il loro credo nazionalista. Ideologie secolari ispiravano quasi tutti i gruppi che compirono attacchi suicidi fino agli anni Duemila: dalle milizie dell’estrema destra e dell’estrema sinistra siriana e libanese, al PKK curdo in lotta contro la Turchia, passando per i movimenti secolari di liberazione della Palestina, come Fatah e il marxista FPLP.

L’utilizzo di queste tattiche da parte di estremisti religiosi rimase confinato ai gruppi sciiti vicini all’Iran fin quasi a metà degli Novanta. Gli estremisti islamici sunniti, come ISIS e al Qaida, sono arrivati solo successivamente.

I primi ad adottarle furono i miliziani del gruppo palestinese Hamas (formato da estremisti sunniti, ma con un forte legame con l’Iran sciita) che nel 1993 iniziarono ad attaccare i civili israeliani (nel 1989 c’era stato un singolo caso di attacco suicida da parte del movimento Jihad Islamico). Negli anni successivi, l’attacco suicida divenne il marchio di fabbrica dell’organizzazione terroristica internazionale al Qaida, che nel 1998 utilizzò attentatori suicidi negli attacchi alle ambasciate americane di Kenya e Tanzania e poi ne fece uso di nuovo l’11 settembre del 2001 in quello che ancora oggi è l’attacco terroristico più devastante della storia.

Dagli anni Duemila in poi, il numero di attacchi suicidi compiuto ogni anno è aumentato di sei volte, raggiungendo punte di oltre seicento attacchi l’anno. Più di tre quarti si verificano in appena tre nazioni: Afghanistan, Pakistan ed Iraq. Secondo uno studio pubblicato a gennaio dall’Institute for National Security Studies dell’Università di Tel Aviv:

Il coinvolgimento degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001 ha aperto il vaso di Pandora in quei paesi che da allora sono divenuti il principale bersaglio di attacchi suicidi. Tuttavia, nel tempo, i bersagli occidentali in quegli stati hanno iniziato ad essere colpiti con frequenza inferiore e gli attacchi suicidi sono stati usati sempre più come strumento in conflitti interni basati su dispute politiche, etniche o religiose.

Il numero degli attacchi fluttua con l’andamento dei conflitti in quelle regioni e una buona notizia è che ha mostrato una rapida diminuzione quando si verifica un parziale ritorno all’ordine, come nel periodo 2007-2010 in Iraq.

Con la sconfitta delle Tigri Tamil nel 2009, negli ultimi anni il terrorismo suicida è di fatto diventato una prerogativa esclusiva dei gruppi fondamentalisti islamici (tra le rare eccezioni ci sono alcuni attacchi suicidi compiuti in Turchia dai curdi del PKK). Questo fatto però non deve portare ad avere una visione parziale del fenomeno, hanno scritto gli autori di Causes & Explanations of Suicide Terrorismuna monumentale analisi di tutti gli studi compiuti sul terrorismo suicida pubblicata lo scorso novembre. «Dobbiamo anche ricordare che le prove al momento a nostra disposizione suggeriscono che mentre la religione può essere utile a reclutare aspiranti terroristi suicidi e a giustificare il loro coinvolgimento in operazioni suicide, non è un fattore causale determinante».

Comprendere correttamente la storia del suicidio come arma e del suo uso da parte di gruppi terroristici è un passaggio fondamentale per essere in grado di combatterlo.

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