Il giocatore del Milan Tiémoué Bakayoko alla fine della partita contro la Lazio, 24 aprile 2019 (Spada/LaPresse)
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  • giovedì 25 Aprile 2019

Cosa si può fare contro i cori razzisti?

Se ne sono sentiti molti anche ieri sera, durante Milan-Lazio: il regolamento è chiaro, ma spesso non viene applicato

Il giocatore del Milan Tiémoué Bakayoko alla fine della partita contro la Lazio, 24 aprile 2019 (Spada/LaPresse)

Mercoledì sera durante la semifinale di ritorno di Coppa Italia fra Milan e Lazio la tifoseria organizzata della Lazio ha rivolto fischi e cori razzisti a due giocatori del Milan di origine africana, Tiémoué Bakayoko e Franck Kessié. I due sono presi di mira dagli ultras della Lazio da diverse settimane, cioè da quando al termine della partita di Serie A fra le due squadre – vinta dal Milan – Bakayoko e Kessié mostrarono per scherno ai propri tifosi una maglietta del difensore della Lazio Francesco Acerbi (per questa storia qui). Il problema è che la reazione dei tifosi della Lazio non è mai rimasta nei confini della polemica sportiva, e da ieri sera si è tornati a parlare di cosa si può fare per arginare gli episodi di razzismo e delle misure previste dal regolamento in casi del genere.

Mercoledì sera i cori contro Bakayoko e Kessié sono iniziati fuori dallo stadio poco prima della partita: un gruppo di tifosi laziali ha storpiato il coro che quelli del Milan cantano a sostegno di Bakayoko, inserendo un insulto razzista (nel coro si parla di offrire «una banana» al giocatore del Milan). È lo stesso coro che i tifosi della Lazio avevano cantato durante la partita di Serie A contro l’Udinese, che si è giocata pochi giorni dopo l’episodio della maglia di Acerbi.

Secondo le testimonianze dei giornalisti che ieri sera erano allo stadio, i cori contro Bakayoko sono proseguiti per tutto il primo tempo, tanto che all’intervallo lo speaker del Milan ha ricordato che la partita rischiava di essere interrotta. Sia Bakayoko sia Kessié sono stati fischiati dalla curva della Lazio ogni volta che erano in possesso del pallone.

Nel calcio italiano non è raro che le tifoserie organizzate prendano di mira giocatori di origine africana con fischi e cori razzisti. Sei anni fa il Milan abbandonò il campo durante un’amichevole con la Pro Patria perché una parte dei tifosi avversari continuava a fischiare il centrocampista Kevin-Prince Boateng, che da allora ripete spesso che in Italia esiste un problema di razzismo nelle tifoserie organizzate. Più di recente hanno ricevuto insulti e cori razzisti anche l’attaccante italiano della Juventus Moise Kean, i cui genitori provengono dalla Costa d’Avorio, e il difensore senegalese del Napoli Kalidou Koulibaly.

Il legame fra gli ambienti della destra xenofoba e antisemita e quello del tifo organizzato sono noti da molti anni: il caso della Lazio è soltanto il più evidente – prima della partita di ieri una settantina di ultras della Lazio aveva esposto uno striscione a favore di Benito Mussolini – ma certamente non l’unico. Il capo storico degli ultras del Milan, Giancarlo Capelli detto “il Barone”, era considerato molto legato ai membri del circolo neofascista milanese Cuore Nero. Durante l’ultimo derby fra Milan e Inter, un gruppo di tifosi organizzati dell’Inter ha mostrato uno striscione dedicato a Blood & Honour, una fazione degli ultras di stampo neonazista.

Il regolamento della FIGC, la federazione italiana del calcio professionistico, è molto chiaro ed è è stato modificato soltanto tre mesi fa per rendere ancora più semplice prendere provvedimenti immediati contro cori e striscioni razzisti. Fino a gennaio l’arbitro poteva rinviare la partita solamente dopo due sospensioni temporanee, oggi ridotte a una.

Secondo una linea di pensiero condivisa anche dal designatore degli arbitri Nicola Rizzoli, spetta all’arbitro decidere se e quando interrompere la gara. Da regolamento però la responsabilità di ogni interruzione appartiene al cosiddetto “responsabile dell’ordine pubblico dello stadio”, che dev’essere nominato dal ministero dell’Interno (nei casi da manuale, è il prefetto locale). Secondo il comma 6 dell’articolo 62 del regolamento della FIGC, il responsabile dell’ordine pubblico può ordinare all’arbitro di sospendere la gara in ogni momento, anche prima del fischio d’inizio, se rileva «uno o più striscioni esposti dai tifosi, cori, grida ed ogni altra manifestazione discriminatoria».

È esattamente quello che è successo ieri sera prima e durante Milan-Lazio, ma la partita non è stata interrotta. Le ragioni di questa decisione non sono state chiarite, ma è noto che sia la FIGC sia le società di calcio considerano la sospensione della partita un rimedio estremo (di recente il presidente della FIGC Gabriele Gravina l’ha definita «qualcosa che punisce eccessivamente»): rinviare una partita costa parecchi soldi, comporta disagi per i tifosi che vanno allo stadio e può generare problemi di calendario, soprattutto per le squadre impegnate in più competizioni.

Nella conferenza stampa dopo Milan-Lazio di ieri sera, l’allenatore del Milan Gennaro Gattuso ha ammesso che nei giorni scorsi ha parlato con Bakayoko e Kessié suggerendogli di non «perdere la testa», e ha lodato il fatto che i due si siano comportati in modo «corretto ed esemplare» (di fatto, che abbiano ricevuto insulti senza reagire o chiedere provvedimenti).